Quando gli “afghani” eravamo noi

In questo ultimo mese, purtroppo, stiamo assistendo a fatti ed eventi tragici, terribili, incredibile a credersi reali come i disperati che cercando la fuga dal proprio Paese, l’Afghanistan, sono disposti a rischiare di volare giù da un aereo a cui si aggrappano nella fase di decollo.
Non ha nulla di spettacolare, ha tutto di tragico. Disposti a tutto pur di scappare da lì, da quella che è casa propria ma che da oggi fa una paura…mortale, appunto.

E così, come sappiamo ormai capitare sempre, quando un regime crolla, una situazione di tranquillità (esagerando,certo, ma non di dittatura ferrea diciamo) viene rovesciata, ecco che comprensibilmente in tantissime e tantissimi si prova a fare di tutto per scappare, per andare dove quella libertà che si sente mancare esiste ancora.

Quando si verificano eventi come quanto appena accaduto in Afghanistan troppo spesso la prima reazione è “ecco, ci invaderanno”.

E allora forse è sempre bene tenere sul comodino, anche in fondo alla pila ma col dorso ed il titolo sempre leggibile, il volume “L’Orda – Quando gli “albanesi” eravamo noi” di Gian Antonio Stella, che sta per compiere 20 anni, eppure è ancora uno spunto quanto mai utile per restare ancorati ad un nostro spicchio di umanità.

Ci ricordiamo (o no? Forse no, eh: male) della instabilità politica dell’Albania nella seconda metà degli anni 90, cioè quando “l’orda” arrivò a sbarcare a decine se non centinaia di migliaia sulle coste italiane (più spesso pugliesi, per una ragione geografica: un ripasso ci sta sempre).

E così a chi gridava alla “invasione” Stella rispondeva con questo volume dicendo “guardate che anche noi siamo stati ‘gli albanesi’ di qualcuno”, riportando le lancette indietro ad inizio 1900, quando erano gli italiani il popolo migrante per eccellenza, in particolare negli USA. E giù con elenchi di pregiudizi, insulti generalisti, far di tutta l’erba un fascio.

Quel volume di Stella è istruttivo perché ci ricorda di questa ‘istintiva paura atavica’ dell’uomo. Di questo rifiuto istintivo all’accoglienza. E forse non a caso è proprio l’accoglienza uno dei principi sia del cristianesimo sia del pensiero filosofico occidentale: entrambi hanno l’ambizione di “sollevarci” da noi stessi, da quanto siamo istintivamente ‘homo homini lupus’.

Quel volume allora va davvero ripreso ad ogni “nuova invasione”. Ieri gli albanesi, l’altro ieri noi italiani, oggi gli africani dalla Libia, domani sappiamo già gli afghani (e già ci siamo dimenticati dei siriani, vero?!).

“Quando gli afgani eravamo noi, espatriavamo illegalmente a centinaia di migliaia, ci linciavano come ladri di posti di lavoro, ci accusavano di essere tutti mafiosi e criminali. Quando gli afgani eravamo noi, vendevamo i nostri bambini agli orchi girovaghi, gestivamo la tratta delle bianche, seminavamo il terrore anarchico ammazzando capi di stato e poveri passanti ed eravamo così sporchi che ci era interdetta la sala d’aspetto di terza classe. Quando gli afgani eravamo noi, ci pesavano addosso secoli di fame, ignoranza, stereotipi infamanti. Quando gli afgani eravamo noi, era solo ieri.”

Nel capoverso appena concluso ho riportato il testo della quarta di copertina del libro di Stella, sostituendo ad “albanesi” la parola “afgani”. La stessa operazione di memoria e accoglienza potremo farla quando dopodomani avremo altri popoli in fuga da casa propria. Varrà sempre, sarà sempre vera e dovrà sempre smuoverci il cuore ed il pensiero.