E se Amadeus fosse riuscito a ricollegare il Festival di Sanremo al “Paese reale”?

Ieri sera è andato in scena il Festival più rappresentativo degli ultimi 20 anni di tutta la poliedricità  della società  italiana di adesso. Ah, dite di no? Se lo pensate e lo dite, allora io affermo che sia propria la prova del nove che è così

Nella settimana dopo quella in cui la politica italiana che parla politichese e sceglie, di nuovo, Mattarella come ultima, anzi unica, spiaggia “per salvare il Paese” (da cosa poi? Magari salvasse il Paese da sé stessa, visto l’indegno spettacolo offerto), arriva il più classico dei classici all’italiana, il più intramontabile ed incorruttibile dei moloch immutabili del Belpaese: il Festival di Sanremo, quest’anno, nel 2022, alla sua 72esima edizione.

E se Amadeus avesse compiuto il miracolo? Se fosse riuscito a ricollegare il Festival di Sanremo al “Paese reale”?
Amadeus e Fiorello, sono tre anni che li vediamo a condurre il Festival. Amadeus, Fiorello, il Festival di Sanremo: tre emblemi viventi dell’essere boomer, tutte assieme, tutte le sere, per una settimana, per tre anni di fila.
Eppure, guardando la prima sera della 72esima edizione viene proprio da dire: Amadeus, ce l’hai fatta.

[Premessa necessaria: boomer non lo si legga, in questa sede, con tono irriverente, quanto con connotazione indicativa temporale e generazionale!
Infatti dicendo “riconnesso al Paese reale”, intendo proprio a tutto il Paese reale, tutte le generazioni, da quella dei baby boomers (1946-1964) a quella degli zoomers (questa non la conoscevate, eh? Buona come risposta…1997-2012 o generazione Z), passando per le generazioni X (10965-1980) e Y (o dei millenials, 1981-1996).
Perché Sanremo è sempre stato specchio del Paese reale, ma sempre della tarda generazione del momento. Mentre oggi potrebbe essersi riconnesso appunto con tutte le generazioni del Paese, riuscendo a unire dove due anni di pandemia hanno creato faglie di spaccatura ancora più profonde del solito conflitto intergenerazionale.]

Pronti via e Amadeus ha piazzato il voto della sala stampa nelle prime due serate. Niente televoto! Almeno né ieri né oggi. E se fosse la prima prova di una svolta?

Perché non c’è più la sorpresa, i giornalisti in sala stampa non possono capovolgere nulla, nessuna ingiustizia, nessun colpo di scena da parte del potere forte per eccellenza di Sanremo, che può “confermare o ribaltare il risultato” [volutamente cit, Alessandro Borghese].
Noi tutti a goderci il Festival senza l’ansia dell’esser solo tifosi del nostro beniamino, almeno beniamino di serata, e la sala stampa tronfia subito a sfoggiare le proprie preferenze.
Quante polemiche ha già scansato in prospettiva così facendo Amadeus? Geniale. E riconnette il Festival al piacere dell’essere solo ascoltato e già canticchiato al secondo ritornello del brano sul palco.

Ieri sera è andato in scena il Festival -proprio nella sua interezza, e non più solo per alcuni “sparuti sprazzi di luce verde” [F.Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby]- più rappresentativo degli ultimi 20 anni di tutta la poliedricità della società italiana di adesso.
Ah, no?!”. Ah, dite di no? Se lo pensate e lo dite, allora io affermo che sia propria la prova del nove che è così.

La scaletta (come la lista completa dei partecipanti al Festival) degli artisti della prima serata è la prima prova: ci sono ragazze e ragazzi, alcuni più giovani ed altri più maturi: vedi alle voci Massimo Ranieri e Gianni Morandi, sempre uguali a loro stessi, eppure ancora sulla cresta dell’onda. Ranieri continua a girare l’Italia per i teatri, riempiendoli, continua a steccare la prima serata, e va bene così, perché, come ricorda lui stesso, la sua prima volta a Sanremo è stata 54 anni fa, nel 1968: il tempo di una generazione. Ma ve ne siete accorti? Certo che sì che ce ne siamo accorti! Eppure…eppure non sembra che ogni anno Massimo Ranieri sia venuto a cantare, ancora e sempre, Perdere l’Amore? Quella canzone ha vinto nel 1988, ma chi non ne sa o riconosce almeno il ritornello o mente…niente, può solo mentire. Eppure lui sta ancora lì, l’anno scorso ha duettato con Tiziano Ferro, quest’anno è stato ancora sé stesso, quasi immutato ed immutabile, 20 anni dopo la sua ultima partecipazione come artista in gara, eppure il suo pubblico ha visto l’exemplum perfetto di Ranieri. E la sua canzone parla oggi di immigrazione.

Forse troppo spazio a Ranieri? Forse sì, ma davvero questo anno -o almeno, la prima serata di questo anno- le “grandi glorie” non sono state le statuette che si tengono sulle mensole del corridoio come arredo sempiterno, a prendere polvere ma a darci la certezza che nulla cambia mai, no, anzi il contrario.

Perché infatti vedi Gianni Morandi, il più seguito -non lo dico stando ai numeri, quanto al cuore di noi tutti followers– su Facebook (ma se non lo seguite, ma che avete a fare il profilo su Facebook?!) degli artisti storici della Musica Italiana, e ti accorgi, ancora una volta, che lui è lì accanto a te, mica è rimasto agli Anni ’60. Lui è immutato e canta come ha sempre cafantato, su un testo scritto -ancora, come il successo L’Allegria- da Jovanotti. Jovanotti che dire “bravo che si fa scrivere le canzoni da uno giovane” dalle generazioni x e dei baby boomer. Eppure sai già che il brano andrà bene in radio, cioè su Spotify.

Ah, è lui primo ad urlare sul palco a fine performance “FantaSanremo!” Non sapete cosa sia? Sia che lo sappiate sia che non lo sappiate, è davvero la prova che Gianni è collegato col Paese reale. Che grande.

E andranno benissimo in radio, cioè su Spotify, anche La Rappresentante di Lista, Mahmood e Blanco, e Lauro.
Achille Lauro, colui che ha sconvolto la platea ed il pubblico classico dell’Ariston negli scorsi due anni, e che così questa prima serata può scendere le scale semplicemente a torso nudo, col sorriso, a piedi nudi sul palco. E nulla fa più gridare allo scandalo. Nulla. Quasi anzi ti fa dire “solo questo, Lauro?” Canta Domenica che celebra il giorno della perdizione per eccellenza per una generazione, ed è già il motivetto più orecchiabile di Sanremo -sì, lo dico apertamente, per me è così- perché questa prima serata, proprio, “è come fosse domeeeeeniicaaa!”.

Achille prima di finire l’esibizione fa due cose. Primo, presenta il coro -subito memato come le Muse ballerine del classico Disney Hercules– che lo accompagna: l’Harlem Gospel Choir. Se non lo conoscete (e che problema c’è?), andate a scoprire chi sono: pazzesco. E poi conclude la sua esibizione battezzandosi. Lauro si battezza da solo. Sul palco di Sanremo. Dopo aver celebrato la domenica come il giorno degli eccessi per eccelenza. Dopo essersi esibito per primo, la prima serata. A torso nudo su Rai1 in Eurovisione. … davvero tutto qui, Lauro?!

La cantante Veronica Lucchesi dei La Rappresentante di Lista è probabilmente la migliore voce di questa edizione del Festival. Probabilmente, dico, per non peccare di piaggeria, in apparenza, dopo la sola prima serata. Ma se la si ascolta bene, è innegabile. E portano una canzone che è già il vero ritmo di sottofondo di Sanremo. Ma a chi lo dicono “ciao, ciao?!” A noi pubblico o ai Festival di Sanremo degli anni 0 e 10 e del 2000? Troppo? E’ il terzo anno di fila che vengono a Sanremo e conquistano le attenzioni del pubblico, e non solo per il loro look. Nel 2020 come ospiti nel duetto di Dardust e Rancore a cantare la cover di Luce (tramonti a est) vincitrice del Festival del 2001 -una edizione toccata dalla gloria-. Nel 2021 portano in gara il loro brano Amare, che è uno dei successi del 2021 italiano, e nella serata delle cover invitano Donatella Rettore, simbolo di una epoca lontana della musica italiana, per duettare nella sempiterna Splendido splendente. E così nel 2022 tornano, finalmente in meritata gloria, con quel motivetto che arriverà a farci sanguinare le orecchie -oh, sì, evviva!- da quanto lo riascolteremo da ieri a settembre.

Mahmood e Blanco, lo diciamo? La strana coppia. Sì, così avrebbe dovuto definirli, con sorrisetto ammiccante magari, “il classico pubblico di Sanremo”. E invece no, mica lo si è detto. Ma è così, fidatevi. O almeno così…avreste dovuto dire! Perché Brividi nulla è se non la classica canzone di Sanremo. Forse non ve ne siete ancora accorti, ma è il classico duetto di un lui e di una lei che ti raccontano la loro storia d’amore, un poco travagliata ma piena di romanticismo, che vince su tutto e tutti e nonostante tutto e tutti, e che quindi poi…vince Sanremo! Non ve ne siete accorti? Mahmood e Blanco hanno portato davvero portato sul palco il primo duetto per eccellenza di Sanremo, lo voglio dire di nuovo. Perché cantano di un amore gay, tra due ragazzi, lascerebbe intendere il testo e chi lo canta, ma ve ne siete accorti? Lo cantano due delle star della musica italiana di oggi. Mahmood lo è al punto che da vincitore del Festival del 2019, trionfatore di ascolti e di pubblico negli ultimi 3 anni, porta due canzoni in gara quest’anno: questa e quella di Noemi -che voce, sempre, e che stile. Perdonami, più spazio non ho per te, Noemi, sarà per i prossimi giorni, divina in potenza sempre-. Blanco è l’emblema migliore della gioventù d’oggi: 19 anni il prossimo 10 febbraio, già da 2 anni ai vertici delle classifiche italiane, ci ha già davvero fatto impazzire, giovane ragazzo bianco etero cis che va sul palco e canta una canzone così, con Mahmood, e pari sono. Ha appena cominciato la sua carriera, ha già sfondato, va sul palco di Sanremo e con Mahmood si candida fondatamente e credibilmente a vincere il Festival della Musica Italiana con una canzone alla faccia dell’affossamento del ddl Zan al Senato a ottobre scorso.

Citare tutti -concedendo a ciascuno e ciascuna il medesimo spazio- non si può. Ma forse anche no, non servirebbe. Ana Mena è Ariana Grande de noartri, remixata neomelodica: ultima e va bene così, ma è anch’ella specchio di uno spicchio di musica italiana e società che segue quel genere, che ormai è sanremabile come tutti gli altri. Giusy Ferreri: va bene così, di più che può fare? Forse ormai esaurita, ma resta la cantante che ha avuto successo ed ora prosegue nella propria carriera. Yuman e Rkomi: giovani di buone speranze, il primo per meriti propri notevoli, però con una canzone che non vola mai, al contrario della sua voce; il secondo…ma di chi è questa musica? L’ho già sentita, questo ti viene da dire appena attacca. Ed è così, sicuramente, un mix di -almeno, per non infierire- Personal Jesus e Maneskin (e pure una eco di No Grazie, -in-successo di Junior Cally a Sanremo 2020), così di getto al primo ascolto. Dargen D’Amico, alias quello che non ti aspetti che salga così in alto: c’è sempre un artista che fa così le prime sere, eccolo quello di quest’anno. Motivetto semplice, quasi ti vien da chiederti se è presente a sé stesso mentre si esibisce. Eppure forse non lo sai, ma lui è davvero un nome nel suo settore: ha già pubblicato 10 album, ha collaborato in band con Gue Pequeno e Jake La Furia, ha cambiato la musica hip-hop italiana fondendo rap e musica colta, ed eccone una prova al Festival. La scelta dell’abito omocrono rosa è non solo genderless ma anche un tributo alla ballerina e coreografa Pina Bausch.

Manca ancora solo Michele, Michele Bravi. Il ragazzo che porta sul volto il peso della sua giovane e un poco travagliata storia. Niente di drammatico, suvvia: è un ragazzo come tanti oggi, che porta sé stesso sul palco, su ogni palco, sempre. Palchi di teatri e palazzetti che fanno sold out, pressoché sempre. E lui che è una star italiana comunque ogni volta si emoziona come fosse la prima volta, e infatti, ancora una volta, la prima sera dell’Ariston non è la sua sera. Ma è così, Michele: indistruttibilmente fragile. La prima sera non conta mai per valutarlo, buona la seconda. Ha vinto trionfando X Factor venendo notato da Tiziano Ferro, è venuto a Sanremo nel 2017 e con Il diario degli errori ha dato l’ultimo definitivo slancio alla sua carriera per arrivare nel firmamento della musica italiana di questi anni, ed ora torna a Sanremo 5 anni dopo (non senza una partecipazione da guest star in duetto l’anno scorso), eppure è un Michele tutto diverso, o forse solo più aperto e trasparente.
A fine esibizione Michele urla “papalina!”, ché nel FantaSanremo solo tanti punti! E meno male che lo ho messo capitano della mia squadra!

Di Amadeus e Fiorello, che in apertura ho detto essere gli autori del miracolo, non ho più scritto. E si potrebbe, eh, eccome! Le loro gag sono cringe a sufficienza da non riuscire a non ascoltarle anche se tieni il Festival in sottofondo, a maggior ragione se lo guardi, magari in famiglia o con gli amici come fosse un rito. Non sembrano aver preparato molto dei loro sketch, e se anche non fosse, beh, così davvero appare. Però se non se ne è parlato così tanto, se non vuoi fermarti troppo a pensare che con il tennista in stato di grazia Berrettini davvero sembrano non sapere assolutamente cosa dire, è anche la prova che la musica è stata ben più protagonista del solito. Vuoi anche perché le guest star internazionali…ah, no. … Eh, no.
Le vere guest star internazionali sono stati gli italianissimi Maneskin -non potrei dire parole bastanti per celebrarli, ed i fatti e i tributi a loro bastano per farne un fenomeno che è già storia-. Sì, italianissimi, Amadeus ripete la loro nazionalità ben più dei loro incredibili successi, ben più dei loro nomi, ben più di ogni altra cosa. Perché Ama è fedele è sé stesso, non riesce a redimersi -come la ho scritta incattivito questa!- dalla sua essenza… ma è proprio questa l’ennesima ed ultima prova del suo successo, del suo miracolo al Festival di Sanremo.

Ama rappresenta ostinatamente la sua generazione, eppure in tre anni, condotti così, diretti così, come sempre ha fatto e fa, con quel sorriso sempre sul volto, leggero e quasi verrebbe da credere fermarsi alla superficie delle cose, ha planato sulle acque insidiose del Festival, toccando terra e cielo, cioè errori e momenti di gloria, a momenti alterni, ed ora ci restituisce un Festival davvero sincronizzato con il Paese Reale.

Perché chi sono “i giovani” e “i vecchi” di questa edizione? Nessuno e nessuna davvero lo è, perché tutti hanno già conosciuto o palchi di primo livello o lo stesso palco di Sanremo o entrambe le cose (ché Sanremo stesso è di primo livello, piaccia o no, cari detrattori!).
Perché nessuno degli artisti oggi ha sconvolto il pubblico, anche se alcune esibizioni, alcune scelte di abito, altre di testo e canzone, tre-quattro-cinque anni fa lo avrebbero fatto.
Perché le polemiche classiche di Sanremo non hanno più consistenza: i fiori, i fiori dati a chi, le canzoni che non si possono conoscere prima (tanto Gianni la pubblica per sbaglio sui social perché è boomer, ma lo teniamo certamente, come la Rettore), e tutte le altre polemiche solite (e magari anche giuste) di Sanremo ci sono e ci saranno ancora, ma il Festival si è sintonizzato col Paese ben più di ogni altra edizione di tutti gli anni 2000.

Ed il merito può prima di tutto ed in considerevole parte può andare e deve essere riconosciuto alla costante di queste ultime tre edizioni: Amadeus, e la sua spalla Fiorello.

Buon Festival!

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