Centro, Centro delle mie brame

Osteggiato, dileggiato, però mai dimenticato: il centro è in Italia “la palude” come la chiave del Governo. E' stato così per quasi 50 anni, ed ogni tanto ci si illude -e interroga se- possa tornare ad essere così.

Se non proprio dopo ogni elezione, possiamo dire almeno molto spesso dopo ogni elezione politica, si comincia a parlare -e far parlare- di una ipotesi di “centro”, “nuovo centro”, “grande centro” e simili.
Certo le basi, ideali e storico-politiche, vi sono eccome in Italia, paese dove la Democrazia Cristiana, partito interclassista -e perciò anche “immenso”, una galassia o forse più-, che del “centrismo” ha fatto la propria bandiera, ha governato quasi 50 anni, dal 1945-46 al 1992, stando sempre al Governo.
Ma oggi può davvero essere ancora così?

Se fino al 1992 la legge elettorale è stato uno dei tanti strumenti di garanzia del permanere di un partito così grande, sia per dimensioni (nei voti come negli organi elettivi, seppur calato in 50 anni dal 48,5% al meno del 30%) sia per letture interpretative della società e del mondo, dal 1994 con l’avvento di leggi elettorali per lo più maggioritarie ogni progetto ha perso di speranza sul nascere o è fallito nelle urne.

Nel 1994 si presentò il “Patto per l’Italia”, che raccolse un 15,6%, pari a 46 seggi alla Camera e 31 al Senato.

Nel 1996, nel 2001, nel 2006 nel 2008 si presentarono due soli schieramenti: uno di centro destra ed uno di centro sinistra, con “il centro” che si ritrovò scisso e frammentato in varie formazioni politiche, accasatesi sia in uno sia nell’altro schieramento.

Nel 2013 vi fu il tentativo sedicente di costituzione di un “terzo polo” -altra dizione di “grande centro”- a seguito dell’esperimento del “Governo tecnico” di Mario Monti, rifacendosi a costui, con la lista “Scelta Civica per l’Italia”. Sebbene i sondaggi garantissero una forchetta ampia presso l’elettorato,  il voto sancì un deludente 10,5%. Esperimento finito.
Al contrario, se mai, il vero terzo polo in quelle elezioni si attestò essere il Movimento 5 Stelle. Tutt’altro però che un progetto di “nuovo centro”, nemmeno a dirlo loro!

Nel 2018 l’esito delle elezioni politiche fotografa un paese diviso in tre, ma nessuno dei tre schieramenti rivendica per sé la patente di “nuovo centro”, anzi, forse nessuno esplicitamente ma tutti e tre gli schieramenti di fatto ne rifuggono.

Come mai allora oggi, anno del Signore 2022, si torna a parlarne?! Forse non sono bastate le attestazioni di, riadattando la nota frase, “giornali pieni ed urne vuote”?!

Certamente, sottotraccia, corrono diverse questioni, più o meno politiche, i cui segnali si vedono da tempo e più recentemente sono ancor più chiaramente emersi.

Il primo è il destino di Forza Italia, partito da sempre legato personalissimamente a Silvio Berlusconi, la cui stella è ormai da tempo sulla via del tramonto. Chi raccoglierà la sua eredità?

Il secondo è l’astro allora nascente, poi sfracellatosi a terra e comunque ancora forse non pienamente espressosi di Matteo Renzi. Che tant’è in ogni elezione ed in ogni passaggio politico chiave (vuoi sia un Governo, vuoi sia un’elezione presidenziale) riesce a far pesare la sua voce, e probabilmente anche più del suo effettivo peso politico.
Ancora, certamente quella galassia “di centro”, collocazione più residuale che prettamente valoriale, in cui gravitano Carlo Calenda con Azione e Emma Bonino e Benedetto della Vedova con Più Europa.
Non possiamo non notare che sebbene prediligano il legame col centro sinistra, idealmente valorialmente e storicamente, sia Italia Viva sia Azione sia Più Europa alla tornata elettorale del 12 giugno scorso non hanno disdegnato qui e là di presentarsi o da soli o alleati del centrodestra.
Questa rinnovata strategia delle “alleanze a macchia di leopardo” (come fece l’UDC tra 2008 e 2013, periodo preparatorio all’esperimento di “Scelta Civica”) pare essere un indizio forte quanto meno del fatto che all’interno di questi partiti ci si sta interrogando sul proprio collocamento.

Questo per quanto riguarda elementi e scheggie, più o meno grosse, che nel 2013-2018 hanno afferito alla galassia del Centro Sinistra.

Quanto a quella del Centro Destra, sebbene al momento con numeri più marginali, scalpita Giovanni Toti con “Italia al Centro”, neonato movimento politico lo scorso weekend a Roma, autocollocatosi al centro con tanto di rivendicazione esplicita non solo nel nome: “lo dico con affetto a chi continua a dire ‘il centro è mio’ [riferendosi a Silvio Berlusconi, il leone mai domo]: il centro è di tutti!”.
Assieme a “Cambiamo!” di Toti anche i movimenti (più parlamentari che realmente presenti nel Paese) “Identità e Azione” di Gaetano Quagliariello, “Europeisti”componente del Gruppo Misto al Senato tra Maie-Europeisti e Centro Democratico di Tabacci, e “Noi di Centro” di Clemente Mastella.
Ciò ha certo sollevato appunto Berlusconi, così come il suo vice Antonio Tajani, che la ha toccata piano: “Qui vedo tanti generali che si fanno la guerra tra loro. Non mi pare sia un cantiere che possa andare lontano”; eppure però la Ministra Maria Stella Gelmini, generalessa di Forza Italia, alla convention di Toti era ben presente.  Era presente anche il Ministro Roberto Cingolani.
Ma si solleva anche Guido Crosetto (Fratelli d’Italia), che legge nell’ipotesi di un centro la “condanna agli inciuci”; così come anche dalla Lega giugono voci tra il perplesso e l’ostile. Non può che essere così d’altronde: parrebbero al momento costoro a perdere la fetta più grossa di alleanza.

E da tempo una affermazione così esplicita e di volontà di occupazione di “centro” come quella espressa da Toti non veniva fatta: “le coalizioni non esistono più, l’attuale sistema politico è finito”. Più che una dichiarazione di guerra pare una riabilitazione di una parola che da quache tempo era stata messa in soffitta -se non proprio nascosta nell’armadio-, forse poiché primo tra tutti a snobilitarla fu il Movimento 5 Stelle, con la sua travolgente ascesa.

E proprio dal Movimento 5 Stelle si è appena staccata una costola non così piccola, anzi, ben consistente, guidata da Luigi Di Maio e nominatasi “Insieme per il Futuro” (IpF). Con 52 deputati (Emilio Carelli primo figlioul prodigo dopo un passaggio nel Gruppo Misto) e 10 senatori (con tanto di regalo di Tabacci della dicitura “Centro Democratico” a garanzia dell’assenso alla costituzione del Gruppo Parlamentare autonomo anche al Senato), nonché 1 Ministro (Di Maio appunto), 1 ViceMinistro e 4 Sottosegretari [ancora, 4 Presidenti di Commissione Parlamentare Permanente] la costola è consistente quantomeno in Parlamento ed al Governo. Chissà se e quanto nelle urne. Costola governista del Movimento 5 Stelle, oserebbe dirsi, ma d’altronde “l’appello ai responsabili”è una formula davvero molto spesso usata nella galassia del centro. Certamente al momento guardando ai numeri in Parlamento è questo l’interlocutore di maggior peso e consistenza. Cosa farà nel proprio futuro ancora non è chiaro. Salvo, certamente, restare saldamente al Governo, ca va sans dire.

Sul palco della convention di Toti -torniamo a questa- salgono a parlare Ettore Rosato (Italia Viva), Carlo Calenda (Azione) e anche Clemente Mastella.

Ettore Rosato, generale di Italia Viva, che su quel che resta di Forza Italia continua a lanciare O.P.A. (ma che con Calenda non nasconde non scorra buon sangue), non apre né chiude la porta, ma invita a non “fare dieci costituenti del centro”. Anche se a intravedere il calendario di eventi dei partiti già citati pare proprio che invece tra fine estate e inizio autunno ne vedremo anche di più.

Carlo Calenda ammicca all’ipotesi di una coalizione o federazione alternativa ad entrambi i principali competitor: “”è un cantiere aperto, dobbiamo fare massa critica”, anche perché ne ha fatto il suo indirizzo politico dal Governo Conte II. Ma poi anche lui non usa mezze parole: “”All’Italia non serve il centro fritto misto, con Di Maio e Mastella, né la politica dei due forni” e ancora -sollevando ancora un certo ribrezzo per la parola “centro” in sé-: “noi non siamo il centro ma la rivoluzione del pragmatismo, se avrete la nettezza di dire che non funziona il tutti dentro, ma che invece devono stare insieme persone pragmatiche e serie, allora avremo un successo insperato”. La speranza Calenda la nutre e la alimenta. Però né con Di Maio né con Mastella.

Clemente Mastella, garantendo che non è affare suo personale -il che farebbe credere quindi che lo sia eccome-, accetta e rilancia l’operazione “grande centro”, purché non con “il pariolino”, alias Carlo Calenda.

Emma Bonino (Più Europa), seppur ad un convegno politico, non era sul palco di Toti, e ci tiene ad essere netta: “noi con questo centro ‘pancione’ non c’entriamo niente”.

Chi manca all’appello? Per restare su sponde venete il partito del Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, Coraggio Italia, fondato con Toti circa un anno fa ma già naufragato. Eppure deputati e senatori ancora ve ne sono. Chissà.

Sulle sponde lombarde invece ha destato un poco di scalpore e non poco stupore il colloquio tra Luigi Di Maio e il Sindaco di Milano Beppe Sala. Se il primo è certamente ben degno di fregiarsi delle vestigia del “grande centro”, non foss’altro per le abilità politiche tattiche e strategiche, il secondo, aderente ad Europa Verde, pareva più propenso a partecipare ad un progetto o di Centro Sinistra o di una sempre altrettanto citata “Lista dei Sindaci” ma mai concretizzatasi.

Movimenti ve ne sono eccome. Da tempo, e si stanno infittendo. Dove porteranno? Difficile dirlo, ma certamente ancora oggi appare difficile credere un progetto centrista possa realmente trovare un momento di concretizzazione. Toti dice “possiamo arrivare al 18%”: ma anche se fosse esiste una legge elettorale che non favorisce le coalizioni di medie dimensioni.
Ecco allora forse dove e come si vedrà la consistenza e la possibilità di realizzazione di un centro quale che sia: nella battaglia, se ci sarà -ma ci sarà-, sulla legge elettorale.