La legislatura dei 5 Stelle e delle crisi incomprensibili

Comunque vada a finire questa crisi di governo, quella attuale è stata, è e sarà la “legislatura del Movimento 5 Stelle”, ed anche “la legislatura delle crisi di governo inspiegabili”.

Questo pezzo potrebbe cominciare con differenti incipit: “dalle stelle alle stalle”, l’abusatissimo “polvere di stelle”, “dagli apici al fondo”, “dagli altari alle pozzanghere”. Insomma, quale che sia la formula, la sostanza è che il Movimento 5 Stelle è passato dal toccare il cielo con un dito a toccare terra. Questo è ciò che è sancito sia dai risultati elettorali sia dalle scissione interna tra l’anima movimentalista (come spirito, ma ormai divenuta partito, con tanto di capo politico chiaramente individuabile: Giuseppe Conte), rimasta col nome di Movimento 5 Stelle, e l’anima “responsabile”(?…potremmo direi “istituzionalizzata”) facente riferimento a Luigi Di Maio, datasi il nuovo nome di “Insieme per il futuro”.

Comunque vada a finire questa crisi di governo, quella attuale è stata, è e sarà la “legislatura del Movimento 5 Stelle”, ed anche “la legislatura delle crisi di governo inspiegabili”.

Le due cose sono correlate?

La XVIII Legislatura (2018-…2022? 23?), come che vada a concludersi, sarà ricordata come “la Legislatura del Movimento 5 Stelle”: hanno determinato ogni passaggio critico, per forza del numero dei parlamentari ottenuti alle elezioni del 4 marzo 2018. Ricordiamo quanti erano: 227 Deputati e 111 Senatori, via via dimezzatisi, contando ora 104 Deputati e 61 Senatori.

Fino ad oggi il Movimento 5 Stelle ha fatto parte di ognuno dei 3 Governi di questa Legislatura: per un fatto politico e numerico allo stesso tempo. Era impensabile, sino ad oggi, non fare un Governo con la prima forza parlamentare.

Le condizioni politiche sono mutate più e più volte, ma al momento appare difficile tratteggiare l’ipotesi di un Governo senza il Movimento 5 Stelle, seppure i numeri lo consentirebbero. Forse se mai potrebbe cominciare a chiedersi e capire con quale Movimento 5 Stelle si possa fare il governo.

Ciò potrebbe ben bastare per dire che, sebbene non sempre primo attore sulla scena (dall’esultazione sul balcone per la “abolizione della povertà” ad oggi di cose ne sono passate), questa è stata “la Legislatura del M5S”.

Inoltre, in ogni passaggio politico, durante ogni crisi, il M5S ha avuto un ruolo di primo piano nelle consultazioni e nella formazione del Governo di turno, ed è stato l’unico partito -fino ad ora-: a far parte di tutti e tre i Governi, pur avendo questi formule e schemi politici diversi quando non opposti.

Ma questo ruolo dopotutto a turno spetta ad ogni partito o schieramento.

L’elemento più propriamente di novità e singolarità è relativo alle crisi di governo e alla loro intellegibilità. Sono comprensibili al cittadino qualunque le motivazioni e le crisi dei Governi di questa Legislatura? No.

Guardando indietro: nel 2018 il governo Gentiloni non conobbe crisi ma finì con la chiusura della legislatura; il Governo Renzi cadde dopo la sconfitta per Renzi al referendum costituzionale del 2016; così come Renzi fece cadere il Governo Letta per sostituirlo con sé stesso nel 2014, forte della travolgente vittoria al Congresso del Partito Democratico a dicembre 2013; così come la crisi del Governo Berlusconi IV nel 2011 e quella del Governo Prodi II nel 2008 erano pienamente politiche, o, ancora più precisamente, erano dettati da fatti politici noti a tutte e tutti e la cui rilevanza erano -seppur differentemente valutabile, certamente- incontestabile.

Nel caso della crisi del Governo Conte I fu lo schiribizzo di Matteo Salvini, già accasato al Papete (e forse già servitosi troppe volte al bancone), convinto che la sua uscita dal Governo avrebbe determinato elezioni anticipate. Un grave errore di valutazione.

Nel caso della crisi del Governo Conte II fu Matteo Renzi a cogliere lo spunto del -a suo dire- necessario ricorso al MES per salvare l’Italia, per poi quindi arrivare ad affermare che “è Draghi il nostro MES”, per spiegare perché si sia cambiata totalmente posizione nel giro di un mese.

Nel più recente caso della crisi del Governo Draghi è stato Giuseppe Conte a far saltare il banco, probabilmente per errore (grave) di valutazione sulla disponibilità di Draghi a scendere a compromessi con le reiterate proteste e pretese del M5S. E anche per provare a capitalizzare sin da subito quanto è ora in suo potenziale fare data la scissione con l’ala istituzionalizzata del M5S fuoriuscita.

Le ragioni di queste crisi sono davvero poco spiegabili o meglio poco sostenibili di fronte all’opinione pubblica.

Ecco perché il rammarico: perché queste azioni -in alcuni casi indicate un po’ demagogicamente come “manovre di palazzo”- sono rischiose scintille ulteriori sul fuoco già caldo e alto dell’astensionismo, del “non voto di protesta”, dizione colloquiale ma indifferenziabile, irrilevabile agli atti dalla semplice astensione.

Ecco forse il dato più negativo di questo modo di fare politica che abbiamo visto inscenato nel corso di questa XVIII Legislatura a turno da un po’ tutte le forze politiche e tutti gli schieramenti.

Cosa resterà di questa “Legislatura del Movimento 5 Stelle e delle crisi inspiegabili”?
Difficile dirlo. Al momento pare lo stesso M5S possa vedere il proprio apice coincidere anche col proprio crollo: così rischia di essere qualora vi fosse, da qui a mercoledì ed eventualmente nei prossimi giorni e mesi, una ulteriore scissione interna, tra l’ala ormai dibattista-contiana e quella tutto sommato più governista o “responsabile” (o timorosa anche di “andare a casa”: ricordiamoci che i Deputati diverranno 400 e i Senatori 200: un taglio di più di 1/3, davvero significativo).

Forse allora potremmo provare a raccogliere alcuni spunti per ulteriori riflessioni.
La prima. Una forza politica -si chiami partito o movimento- capace di incanalare il dissenso, la protesta, anche un po’ semplicista, grossolana e populista ha terreno fertile e ha ragion d’essere, aumenta la partecipazione al voto. Questa stessa forza politica però riesce a soddisfare i propri elettori solo ove e quando sta all’opposizione: andare al governo e doversi davvero confrontare con la poliedricità delle questioni poi ne paga, più o meno ampiamente, lo scotto.

La seconda. Questo elemento di rottura del sistema, il sistema lo rompe davvero. E ora chi ne mette a posto i cocci?
Entrambe le coalizioni a cui eravamo ormai abituati nella “seconda repubblica” (dal 1994 ad oggi), cioè centrodestra e centrosinistra, escono comunque balcanizzati e confusi da questa legislatura. E forse davvero nessuna delle due coalizioni, né altri raggruppamenti alla ricerca di un eventuale nuovo centro di gravità, è pronta per andare al voto, hanno tutti per così dire bisogno di un momento di decantazione post “esplosione” del M5S.

Infine, la terza. Saprà la politica e i partiti tornare a rendersi comprensibile alle persone comuni nelle fasi più intricate nella vita politica del Paese? Essere poco o nulla comprensibili, in particolare nei momenti di crisi, allontana elettrici ed elettori, che non hanno tempo nè voglia (ed è del tutto lecito) di dover procedere ad esegesi del pensiero politico peraltro sempre più avvitato su sé stesso e sulla propria sopravvivenza a giorni, mesi massimo, mai anni, e così facendo parrebbe dirsi anche mai nell’interesse del bene comune e del paese.