Indice di democrazia nel mondo: come sta l’Italia?

Ogni anno l’autorevole settimanale The Economist, noto e rispettato in tutto il mondo, pubblica tra gennaio e febbraio il “Democracy Index” ossia l’Indice/l’Indicatore di Democrazia/Democraticità del Mondo, di 165 Stati del Mondo, ed è un parametro pressoché scientifico cui affidarsi per acquisire elementi di consapevolezza su come sta la democrazia oggi.

L’Indicatore si riferisce, chiaramente, alla situazione dell’anno appena trascorso, e lo fa usando una unità di misura particolare: l’E.C.U. che sarebbe l’acronimo di Economist Intelligence Unit Index of Democracy, data dalla ponderazione di 5 categorie generali:

I) processo elettorale e pluralismo;
II) funzionamento del governo;
III) partecipazione politica;
IV) cultura politica;
V) libertà civili.

La media ponderata dei risultati nelle 5 categorie dà quindi come risultato l’E.C.U, di un valore compreso tra 0 e 10, dove 10 è per così dire “il massimo” della democrazia.

Così come a scuola, per potersi dire una democrazia, bisogna ottenere almeno il 6 della sufficienza. Per ambire ad essere una “democrazia completa (o compiuta)” serve prendere almeno 8, altrimenti si resterà una “democrazia imperfetta”.
Se si manca di poco la sufficienza si è considerati un “regime ibrido”, mentre perché viene rimandato a settembre (ovvero ottiene un punteggio inferiore a 3) la sentenza è “regime autoritario”.

Può essere inoltre interessante andare a rivedere i risultati ottenuti da ogni Stato nel corso del tempo: questo nel 2023 è il 15esimo rapporto annuale dell’Index of Democracy, quindi si possono fare confronti, evoluzioni o regressioni, a partire dal 2006 (anno della prima uscita, fino al 2011 era biennale) sino ad oggi.

Chi è il primo della classe? La Norvegia, neanche a dirlo, è il secchione del globo, con un punteggio pari a 9,81. Ha perfino migliorato il proprio risultato, sempre più tendente alla democrazia perfetta, che l’anno scorso si attestò ad un già lodevole 9,75.
E chi è invece “il somaro”? Purtroppo, non senza responsabilità occidentali, negarlo sarebbe difficile, l’Afghanistan, che ha ottenuto un impercettibile 0,32, se non altro non peggiorando il pari risultato del 2021.

Vogliamo dei risultati curiosi o sorprendenti?
Beh, l’Italia -sappiamo farà scalpore- non è tra le “democrazie complete”, bensì tra le “democrazie imperfette”: ottiene una votazione finale di 7,69. Siamo molto bravi quanto al parametro I) processo elettorale e pluralismo dove otteniamo un lodevole 9,58 (nella stessa categoria meglio di noi fa solo la Grecia con 10, e facciamo meglio perfino degli Stati Uniti che prendono 9,17), ma siamo ben più manchevoli sui parametri II) funzionamento del governo (racimoliamo un 6,79) e III) partecipazione politica (7,22). Da senza infamia e senza lode i risultati nei parametri IV) cultura politica (7,50) e V) libertà civili (7,35).
Quale è il voto definitivo per l’Italia all’Index of Democracy 2022? 7,69, posizionandosi così al 34esimo posto, 3 posizioni più indietro rispetto al risultato ottenuto lo scorso anno riguardo all’Index of Democracy 2021.

Poco più sopra di noi, al 30esimo posto, avendo perso anch’essi 4 posizioni dall’anno scorso, troviamo gli Stati Uniti d’America, con un risultato totale di 7,85.
Gli USA fanno peggio dell’Italia nei parametri II) funzionamento del governo (6,43) e IV) cultura politica (6,25), ma ci surclassano nei parametri III) e V).

Italia e Stati Uniti -assieme ad altri 46 Stati, tra cui Estonia, Grecia, Repubblica Ceca, Brasile, Singapore, Israele, Belgio, Sud Africa e India- sono “democrazie imperfette”.

Praticamente l’intera Europa è compresa dentro le prime due categorie, qualificandosi per prima come “terra della democrazia”.
A dir la verità l’Index considera il “Nord America” come la mera sommatoria di Canada e USA: per forza di cose sarebbe questa l’area più democratica del mondo…troppo facile, forse?
Torniamo quindi all’Europa. Il Nord Europa prende 5 delle prime 6 posizioni e 8 delle prime 10, con le sole presenze extra-europee della Nuova Zelanda (al 2o posto) e di Taiwan (al 10imo posto).
Ecco, per dire: la visita dell’allora Speaker USA Nancy Pelosi -quasi una Vice Presidente aggiunta, nel senso espresso in un altro articolo già uscito- a Taiwan acquisisce ancora più significato e profondità alla luce di questo indice e questo risultato.
Inoltre, ben 14 paesi su 24 dell’Europa Occidentale sono “democrazie piene”, 2 in più dell’anno scorso. Inoltre, l’Indice evidenzia il forte incremento dovuto alla caduta della tante ed alte restrizioni subite in questi Paesi durante l’epidemia da Sars-Cov-19.

Ma ci sono certamente alcune eccezioni nella democratica Europa: la Bosnia-Erzegovina, di cui si discute anche di un potenziale ingresso nell’Unione Europea, ottiene un totale 5 afferendo così ai “regimi ibridi”; mentre non desta stupore il basso posizionamento di Russia e Bielorussia.
La guerra in Ucraina (citata esplicitamente nel titolo dell’Index of Democracy di quest’anno “Frontline democracy and the battle for Ukraine” cioè “Democrazia in prima linea e la battaglia per l’Ucraina”) ha certamente aggravato il punteggio della Russia: il report “Index of Democracy” afferma che “la violazione della sovranità ucraina da parte della Russia è il prodotto di una mentalità imperiale (“an empire state of mind“)”. La Russia in 1 solo anno ha perso ben 22 posizioni, arrivando al 146esimo posto della classifica con un voto finale di 2,28: nei parametri II, III e V prende poco più di 2, 3,75 nel parametro IV) cultura politica, ma è nel parametro I) processo elettorale e pluralismo che ottiene un pessimo 0,92!
La Bielorussia fa ancora peggio: con il punteggio totale di 1,99 è 153esima in classifica, perdendo 7 posti dall’anno precedente.

Si possono rintracciare aree geografiche di maggior concentramento dei regimi autoritari: il Medio Oriente, la Cina e il centro profondo dell’Africa. Africa ed Asia sono visivamente i continenti con il maggior numero di Stati stimati non democratici.

Un dato che può essere letto in sensi diversi è quello relativo a quanti Stati abbiano cambiato categoria: se nel 2021 sono stati 13, nel 2022 sono stati solo 6: Cile, Francia e Spagna sono saliti al grado di “democrazie complete”, la Macedonia del Nord è passata da “regime ibrido” a “democrazia imperfetta”, mentre sono scesi a “regimi ibridi” Papua-Nuova Guinea e Perù.

Su 165 Paesi presi in considerazione sono “democrazie piene” 24 e 48 “democrazie imperfette”, i “regimi ibridi” sono 36 e ben 59 i “regimi autoritari”.
Se è evidente che la maggioranza relativa degli stati del mondo (pari al 35,3%) è costituita dai “regimi autoritari”, va registrato che ivi vive il 36,9% della popolazione mondiale. Nei “regimi ibridi” (pur essendo come detto 36) vive il 17,9% della popolazione mondiale, mentre nelle “democrazie complete” vive solo l’8% della popolazione del mondo intero. Noi in Italia siamo parte di quel 37,3% che vive in “democrazie imperfette”, la maggioranza relativa della popolazione mondiale.
In totale quindi la maggior parte delle persone nel mondo (54,8%) non vive in democrazie ma in regimi, e questo forse dovrebbe almeno un poco farci preoccupare…

Non tutto però è perduto, ed anzi l’Index of Democracy non è mica solo strumento di depressione collettiva o preoccupazione, anzi, se ben consultato ed analizzato può offrire sponde in senso del tutto contrario e opposto.
Vediamo alcuni esempi.
Serbia, Montenegro, Croazia e Timor-Est, che sappiamo aver vissuto crisi politiche e guerre civili violentissime, sono oggi “democrazie imperfette”, cioè la stessa categoria dell’Italia.
Delle dittature in Uruguay (1973-1985) in Cile (1973-1990) non resta ormai più alcuna traccia, visto che sono perfino della più alta categoria delle “democrazie complete”, rispettivamente all’11 e al 19 posto mondiale. E se ancora non bastasse, l’Uruguay ha guadagnato 2 posizioni rispetto al 2021 e il Cile ben 6!
I migliori incrementi li registrano la Thailandia con un +17 posizioni e ex aequo Montenegro, Angola, Niger e Cambogia con un +13 posizioni. Ciò nonostante gli ultimi 3 detti Stati africani permangono nella categoria dei “regimi autoritari”, ma davvero di poco: con questo ritmo potrebbero nel giro di poco tempo redimersi efficacemente.

Se per un verso può ben preoccupare la situazione mondiale nel suo complesso, poiché il voto medio complessivo è quest’anno 5,29, mentre nel 2006 primo anno di misurazione era 5,52, e negli anni 2014 e 2015 ha toccato il massimo in 5,55, mostrando che la lotta per l’affermazione della democrazia in tutto il mondo è tutt’altro che vinta, è anche ben evidente quanto sia possibile lottare con efficacia per ottenere nel proprio Paese uno stato di democrazie, o ancora meglio “democrazia piena/completa/compiuta”.

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