Non c’è appiglio che tenga: Trump non è Berlusconi

Se qualche somiglianza vi è, forse lo è sul piano caratteriale e imprenditoriale, ma è innegabile che sul piano politico Trump e Berlusconi sono distanti anni luce. Chi casca nel parallelismo compie una analisi ingenua e superficiale.

Si sprecano gli articoli e le chiacchiere, oggi che conoscono entrambi una fase di eclissi -l’uno per motivi giudiziari l’altro per motivi di salute-, sul parallelismo tra Donald Trump e Silvio Berlusconi. Bene: che analisi superficiale.

Momento: sì, è ben vero che alcuni aspetti caratteriali deel Cavaliere ricorrono nel tycoon statunitense. La grinta, con un certo grado di arroganza, la passione per il lusso in ogni sua forma e la sua ostentazione, l’essere apparentemente indistruttibile poiché anche la peggiore delle cadute è solo ciò che precede un irresistibile ritorno.

È anche ben vero che il percorso imprenditoriale e di ascesa al successo dell’uno e dell’altro ha qualche parallelo: entrambi self mad men, pienamente capaci di incarnare prima l’uomo di successo nel mondo imprenditoriale e poi l’homo novus in politica. Capacità e soprattutto intuizione imprenditoriale, leadership forte e capace di ispirare e creare una sorta di culto attorno a sé, creazione di team di lavoro poi di fatto trasferiti in politica: osservazioni che valgono pressoché in egual misura per l’uno come per l’altro.

Eppure ciò non può bastare. O meglio: quanto profonda vuole essere l’osservazione e l’analisi politica sulle figure di Donald Trump e Silvio Berlusconi? Se ci si azzarda su questo terreno, beh, i parallelismi saltano immediatamente. Dite di no?!

Sono gli anni ’80 e Silvio Berlusconi è  amico personale di Bettino Craxi, allora leader del Partito Socialista Italiano, tra 1983 e 1987 addirittura Presidente del Consiglio pur non essendo della Democrazia Cristiana -già era capitato a Giovanni Spadolini, ma la figura di questi era ben diversa, vuoi come persona vuoi sul piano politico-, astro ormai fulgente della politica italiana ed internazionale (troppo facile dire “crisi di Sigonella, 7-12 ottobre 1985”), pilastro prima del pentapartito e poi del C.A.F. che però mai si concretizzò nella “staffetta” con De Mita.
A fine anni ’80 “crolla tutto”: il Muro di Berlino, l’Unione Sovietica, e quindi il “sistema dei blocchi”.
Berlusconi “scende in campo” e sceglie -o la storia decise per lui- di posizionarsi nel campo del centrodestra, in quel vuoto politico lasciato dalla DC di natura conservatrice. Si potrebbero scomodare i nomi di Mario Scelba, Oscar Luigi Scalfaro, Mariano Rumor e i “dorotei”, Giulio Andreotti. Ma forse non tutti costoro sarebbero poi così contenti di annoverare codesto “erede”.
Fatto sta che Berlusconi crea dal nulla Forza Italia e la colloca solidameente nel centrodestra, anzi, si inventa il “centro-destra all’italiana”, federando l’eredee del Movimento Sociale Italiano cioè la patriottica Alleanza Nazionale, e i separatisti della Lega Nord (già Liga Veneta, Lega lombarda, ecc.).
Forza Italia raccoglie esponenti del Partito Socialista Italiano soprattutto della stagionee craxiana, valorizza figure del Partito Liberale mai così premiate di incarichi, non disdegna -a legislature ed elezioni alterne- pure apporti individuali dai Radicali. FI è certamentee innervata di eesponenti della DC “di deestra” (con qualche eccezione “di sinistra”, vedi Giuseppe Pisanu), e le sue fila sono ben rimpolpate da dipendenti di alto livello di Fininvest (il core business di Berlusconi).
Forza Italia, nelle parole e nei fatti, diviene il partito moderato, conservatore, (un po’ meno) liberalee, perno del centrodestra in Italia.

Silvio Berlusconi è un continuo fare uscite smodate, sopra le righe, canzonatorie quando non dileggiatorie perfino offensive contro e sugli avversari politici. La donna-velina e quindi oggetto è un marchio di fabbrica della sua tv come delle sue battute e perciò del suo soft power, così come l’insofferenza verso ogni forma di controllo fiscale dello Stato avverso gli imprenditori, rectius avverso sé stesso.
Eppure ciò non posiziona mai Forza Italia oltre la linea del centro-destra.
Forza Italia è stato -perché ormai cosa è?!- un partito garantista, talvolta ad idealità liberale, conservatore, appunto “moderato” come si è venuti a dire. Spesso forse lo ha fatto con un poco di ipocrisia, talvolta invece più autenticamente, ma certameente mai è stato un partito estremista di destra.

Berlusconi ha spesso alzato i toni della discussione politica a livelli oltre l’usuale e il rispettoso. La sua stagione più intensa è quella che possiamo definire a piena ragione “del bipolarismo muscolare”.
Siete sempre e solo dei poveri comunisti!”: è forse la frase che più resterà nei ricordi di chi quella stagione ha vissuto da tele-spettatore in diretta. Perché è anche stata la stagione della politica in tv: mai come allora prima, mai così nella “prima Repubblica”. E certamente nemmeno più ora come allora. Perché Berlusconi è stato anche “la tv in Italia”.
Così come -altro episodio iconico della parabola berlusconiana- la “spolverata della poltrona” nel 2008 alla trasmissione tv Annozero quando Michele Santoro lo invitò a prendere il posto che era appena stato di Marco Travaglio resterà il siparietto esemplare di cosa e come Berlusconi abbia anche inteso la politica. Cioè comunicazione, teatralità… intuizione e rapidità di esecuzione: “ecco cosa è il genio”, si diceva in “Amici miei”.

Mai però, mai davvero, nemmeno il più agguerrito e determinato dei suoi avversari ha potuto dire che Forza Italia avesse idee e proposte estremiste.
Berlusconi è sì stato artefice di un potere e di una leadership salde e al limite del democratico, e lo ha dimostrato a parole e coi fatti.
Basterebbe ricordare il siparietto al Parlamento Europeo il 2 luglio 2003 in cui Berlusconi appellò l’allora leader tedesco Martin Schulz del Partito Socialdemocratico Europeo come “kapò” di un lager nazista; o il cosiddetto “editto bulgaro” (18 aprile 2002) che pretese il citato Santoro, Enzo Biagi e Daniele Luttazzi fuori dalla RAI.
Posizioni e dichiarazioni al limite del sistema deemocratico.

Eppure mai le posizioni di Forza Italia così come quelle precipuamente politiche di Silvio Berlusconi sono state estremiste.
Certamente mai autarchiche o ingenuamente isolazioniste.

Berlusconi non ha mai disdegnato l’adoperare termini inteernazionali: Forza Italia non ha mai fatto congressi né assemblee, ma convention.
Il punto più alto della politica estera e delle relazioni internazionali di Silvio Berlusconi è senza ombra di dubbio la storica stretta di mano a Pratica di Mare il 28 maggio 2002 tra George W. Bush, Presidente degli Stati Uniti d’America, e Vladimir Putin, Presidente della Fderazione Russa. Oggi che imperversa senza fine la guerra in Ucraina, quel momento è stato certameente il punto più alto dei rapporti tra Russia e NATO dal 1945 ad oggi: questa è Storia. Nessun leader estremista di destra avrebbe potuto garantire un tale apice internazionale.

Come si può accostare Berlusconi a Trump sul piano politico?! E’ un’ingenuità, frutto di una analisi politica superficiale.
Berlusconi ha rappresentato una forzatura in tanti passaggi chiave della storia politica della cosiddetta “seconda Reepubblica” italiana, ma non è certamente stato un estremista sul piano politico.
Cosa che invece, evidentemente ed incontestabilmente è Donald Trump.

Donald Trump ha reso la gueerra-non guerra malcelata alla Cina uno pilastri della sua campagna elettorale del 2016. Trump ha adottato una nuova politica isolazionista statutinense, scegliendo di dialogare singolarmente con gli attori politici e non più con le istitutizioni ed organizzazioni internazionali (ha sempre preferito il dialogo a due con Francia, Germania, UK e non con l’Unione Europea, per esempio); ha preteso l’implementazione dei fondi della NATO ma vivendola come l’unico posto d’azione internazionale degli USA; ha conseguentemente lasciato libero campo alla Russia nell’est Europa e alla Cina in Africa e nel sud Pacifico; ha adottato slogan populisti di destra quando non di estrema destra, ed ha infine accolto nell’alveo del Great Old Party (quel cartello elettorale che è il Partito Repubblicano USA) movimenti complottisti e antisistema violenti, anche razzisti “del Sud (USA)” che sono poi coloro che ha lui stesso ha guidato nell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 ossia il momento di maggiore crisi per la tenuta della democrazia USA dalla loro fondazione nel 1776 ad oggi.

Non c’è argomentazione che tenga: sul piano politico il parallelismo tra Donald  Trump e Silvio Berlusconi non regge.

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