Il Partito Democratico della provincia di Vicenza ha approvato all’unanimità, nel corso della Direzione provinciale, i primi sette nomi che comporranno la lista vicentina per le elezioni regionali del 2025.
Tra questi figura Mattea Stella, asiaghese, dirigente dell’Anpi dei Sette Comuni, già consigliera comunale ed ex candidata sindaca ad Asiago nel 2009 con la lista Per Asiago, quando la sua corsa si fermò poco sopra il 30%, lasciando la vittoria ad Andrea Gios.
Quindici anni dopo, Stella torna in pista in un contesto profondamente diverso. Ma è evidente che la sua candidatura non nasce per tentare un’impresa personale in termini elettorali, bensì come operazione di bandiera, utile a presidiare un territorio e a garantire al partito qualche consenso in più.
Non c’è nulla di illegittimo in questa scelta: le candidature di testimonianza hanno un ruolo nella dialettica democratica. Ma la domanda è inevitabile: a cosa serve, oggi, per il territorio?
Il nodo vero non è la vicenda personale di Stella, che è persona onesta e rispettabile, ma il segnale politico che si legge dietro questa scelta.
L’impressione è che il principale partito di opposizione in Veneto si avvicini alla tornata elettorale senza la convinzione di poter davvero contendere la guida della Regione. E questo non è solo un tema strategico: è un problema democratico.
Perché la qualità di una democrazia si misura anche dalla capacità delle opposizioni di proporsi come alternativa concreta, non solo come testimonianza.
Se c’è un limite storico del centrosinistra, questo è la mancanza di pragmatismo: troppi distinguo interni, troppe sfumature che finiscono per trasformarsi in divisioni.
Sempre più spesso, soprattutto in regioni come il Veneto, considerate perse in partenza, il problema non sembra essere come vincere e poi governare, ma come dimostrare di essere più “puri” degli altri: più a sinistra oppure, al contrario, più riformisti.
È in questo contesto che nascono candidature puramente ideologiche, senza alcuna possibilità reale di vittoria. Operazioni che, al massimo, servono a sottrarre qualche voto a chi non viene ritenuto “abbastanza puro”.
Ma la politica ridotta a questo esercizio di autodefinizione rischia di diventare un lusso, perché per molti cittadini, soprattutto quelli più deboli, la vittoria di una parte piuttosto che dell’altra incide in maniera essenziale sulla propria vita quotidiana.
Se dunque a livello nazionale il centrosinistra dovrebbe sforzarsi di fare quadrato per costruire un’alternativa di governo, in un contesto locale e specifico come quello dell’Altopiano dovrebbe saper fare ancora di più: superare le appartenenze per unire le forze attorno agli interessi del territorio.
Questo, nel caso concreto, significherebbe lavorare per avere finalmente un rappresentante in Consiglio regionale. Una figura capace di unire, non di dividere, quanto più trasversale possibile, su cui convergere con un programma chiaro e condiviso. Un programma che metta al centro i temi di fondamentale importanza per la comunità, a partire dalla difesa della sanità.
Ed è qui che torna il discorso su Stella. Votare un nome senza possibilità reale di elezione rischia di trasformarsi in un gesto simbolico, forse nobile ma sterile.
Mai come in questa tornata, invece, poche centinaia di voti potrebbero fare la differenza per un candidato unico dell’Altopiano, perché in quel caso la partita si giocherebbe davvero sul filo del rasoio. Ma se quei voti finiranno dispersi, l’occasione rischia di svanire ancora una volta. E l’Altopiano resterebbe senza voce, proprio quando il contesto appare finalmente favorevole.
Il bivio è chiaro: viene prima il partito o il territorio? Gli ideali restano fondamentali, ma le regionali sono competizioni locali, dove contano i nomi, le relazioni, la concretezza.
L’Altopiano non può permettersi di restare spettatore: servono candidati che traducano i principi in risultati, non solo in testimonianza.
La politica è l’arte del compromesso, ma oggi il compromesso che conta è quello capace di portare a casa risultati per la comunità. In un’elezione in cui, per un candidato unitario dell’Altopiano, tutto potrebbe decidersi per pochi voti, la scelta diventa cruciale. E, badate bene, la scelta non riguarda le strategie dei partiti ma la possibilità, finalmente, di dare voce a un territorio rimasto troppo a lungo ai margini.
Pensaci, Mattea: i tuoi voti, drenati nella giusta direzione, possono contribuire a fare la storia della nostra comunità. Una storia che per secoli è stata quella di un territorio autonomo, ma che da troppo tempo viene scritta da chi di questa comunità si ricorda solo in tempo di elezioni.
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