Il paradosso della tolleranza: quando difendere la libertà significa porre dei limiti

Il filosofo Karl Popper lo spiegò già nel 1945: una società che tollera tutto, anche l’intolleranza, rischia di consegnare il proprio destino proprio a chi non crede nella tolleranza. È il cosiddetto paradosso della tolleranza, un concetto che, a distanza di decenni, continua a essere di grande attualità.

A prima vista l’idea può sembrare contraddittoria: se siamo davvero tolleranti, non dovremmo accettare qualsiasi opinione, anche la più radicale? La risposta di Popper è chiara: no. Perché la tolleranza illimitata permette all’intolleranza di crescere fino a soffocare la libertà di tutti. La storia europea ce lo ha mostrato con il fascismo e il nazismo, movimenti che hanno utilizzato la libertà di espressione e gli strumenti democratici per conquistare il potere, salvo poi annullare quei medesimi principi una volta arrivati al governo.

Non a caso, anni dopo, anche Sandro Pertini, partigiano e presidente della Repubblica, ribadì con forza questo principio. In una celebre intervista disse che avrebbe lottato tutta la vita affinché chiunque potesse esprimere liberamente le proprie idee, “a parte i fascisti”. Perché per lui non si trattava di opinioni come le altre, ma di un progetto politico che aveva già dimostrato di voler soffocare le libertà democratiche.

L’esempio resta attuale anche oggi, se pensiamo ai movimenti di estrema destra che in Italia e in altri Paesi europei si dichiarano “vittime” perché non possono più dire certe frasi apertamente razziste o antidemocratiche. Gli stessi che invocano la libertà d’opinione per rivendicare spazi pubblici spesso dimenticano che le loro parole non si limitano a essere opinioni, ma diventano strumenti di esclusione e talvolta di violenza.

Un discorso simile vale negli Stati Uniti per alcuni gruppi filo-trumpiani che si definiscono censurati dai social o dai media. In realtà, non si tratta di semplici opinioni politiche: la narrazione del voto “rubato” e la spinta a delegittimare le istituzioni hanno alimentato episodi gravi come l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. In quel caso, non era in gioco la libertà di parola, ma il tentativo concreto di sovvertire la democrazia.

Il punto cruciale è proprio questo: distinguere tra il diritto di esprimere un’idea, anche scomoda, e l’uso dell’idea come arma contro la convivenza civile. Una società democratica deve garantire a tutti la possibilità di parlare, ma non può permettere che tale libertà diventi il cavallo di Troia di chi vuole distruggerla. Non si tratta di censura, ma di difesa delle basi stesse della democrazia.

Il paradosso della tolleranza, dunque, non è un sofisma accademico: è un campanello d’allarme sempre acceso. Ci ricorda che la libertà non è infinita, ma fragile. E che il compito di una società davvero tollerante è sapere quando dire “basta”, per non cadere nella trappola di chi, dietro la maschera della libertà, nasconde la volontà di toglierla agli altri.

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