Il bersaglio facile: perché attaccare i giornali è diventato normale e cosa ci costa

C’è un riflesso diventato quasi automatico. Un titolo non convince, un’inchiesta disturba, una notizia contraddice ciò che “si sa” nei bar digitali e scatta la sentenza. “Giornalisti venduti.” “La stampa mente.” “Sono tutti uguali.” “giornalai“.  Non è critica, è scomunica. Non è controllo del potere, è disprezzo a prescindere. E soprattutto è una scorciatoia morale che trasforma un mestiere in un nemico.

Il punto non è difendere i giornalisti come categoria protetta. Il giornalismo è un servizio pubblico e come ogni servizio pubblico vive solo se accetta la verifica. Gli errori vanno corretti, le omissioni denunciate, le opacità illuminate. Ma qui sta la frattura: negli ultimi anni si è fatta strada una tendenza diversa, più ruvida e più pigra. Non si contesta un pezzo, si contesta l’esistenza stessa di chi lo ha scritto. Si attacca il ruolo invece del contenuto. Si pretende che l’informazione sia “dalla mia parte” più che “vicina al vero”. Quando non lo è allora non è informazione, è complotto.

Perché succede? Ci sono ragioni profonde e non tutte nascono dal male. La prima è una crisi di fiducia generalizzata. Le istituzioni scricchiolano, la politica appare distante, l’economia è percepita come ingiusta e in questo clima la notizia non è più un bene comune ma una miccia emotiva. Il giornale diventa il simbolo di un “sistema” indistinto, comodo da odiare perché non ha un volto unico a cui parlare. È più semplice gridare contro “i media” che misurarsi con una realtà complessa e spesso sgradevole.

La seconda ragione è la disintermediazione. Le piattaforme social hanno promesso a tutti la possibilità di parlare senza filtri e di informarsi senza “guardiani”. In parte è una conquista. In parte è un’illusione. Perché il filtro non è sparito, si è spostato. Al posto della verifica c’è l’algoritmo. Al posto della gerarchia editoriale c’è la gerarchia dell’engagement. Ciò che conta non è ciò che è vero, è ciò che circola. E ciò che circola di più è spesso ciò che scandalizza, semplifica, divide. In questo ambiente il giornalismo professionale appare lento, noioso, prudente. Quindi sospetto.

La terza ragione è politica. In molte democrazie attaccare la stampa è diventato un gesto identitario. Non si risponde alle domande, si delegittima chi le pone. Non si smentisce con i fatti, si insinua che il fatto sia “costruito”. È una strategia efficace perché parla al risentimento e lo trasforma in appartenenza. Se il mio leader è criticato allora il problema non è ciò che ha fatto, è chi lo racconta. Così la stampa diventa un punching ball permanente, utile per compattare, distrarre, cambiare argomento.

E poi c’è una ragione culturale più sottile. Abbiamo smesso di distinguere tra critica e disprezzo. Criticare un articolo significa leggerlo, argomentare, portare elementi, chiedere chiarimenti. Disprezzare un giornale o chi scrive significa ridurlo a caricatura. È più facile, più veloce, più gratificante. È il piacere di avere ragione senza fare fatica.

Ma qui arriva la domanda che vale per tutti, anche per chi pensa di “colpire i potenti”. Quando diciamo “i giornali” come se fossero un blocco unico, chi stiamo davvero colpendo? Dietro un giornale ci sono persone. Ci sono redattori che verificano dati e fonti, fotografi grafici che impaginano, tecnici che tengono in piedi siti e archivi, amministrativi che fanno quadrare bilanci sempre più fragili. Ci sono aziende che pagano compensi, stipendi tasse, contributi, affitti, server. C’è una filiera di professionisti che spesso lavora in condizioni di precarietà e pressione, con tempi impossibili e risorse ridotte. Dire “sono tutti venduti” non è una critica, è una liquidazione. È come dare dei ladri “a tutti i commercianti” o degli incapaci “a tutti i medici”. Non lo facciamo quasi mai e quando accade lo riconosciamo come ingiusto. Per giornalisti invece è diventato un riflesso accettato, quasi di costume.

C’è un paradosso in questa abitudine. Chi attacca i giornali spesso dice di farlo in nome della libertà. Ma una società che disprezza sistematicamente chi produce informazione verificata non diventa più libera, diventa più manipolabile. Perché il vuoto lasciato dalla credibilità non resta vuoto. Lo riempiono i rumor, le veline, la propaganda, l’autoinganno. E quando non esiste più un luogo riconosciuto in cui i fatti vengono separati dalle opinioni allora il potere non è più controllabile. È solo più abile.

Naturalmente il giornalismo deve fare la sua parte. Trasparenza sugli errori, correzioni visibili, chiarezza, attenzione a titoli che non deformino, indipendenza reale dalle pressioni economiche e politiche. Anche autocritica, perché la fiducia non si pretende, si conquista ogni giorno. Ma la responsabilità non può essere solo interna. Anche i lettori devono riscoprire una virtù democratica oggi rara: la pazienza. La pazienza di leggere prima di giudicare. Di distinguere un bias da una menzogna. Di capire che un giornale non è un partito e che un’inchiesta non è un attacco personale ma un esercizio di controllo.

Serve anche un’educazione civica dell’informazione, a scuola e fuori. Non per “insegnare cosa pensare” ma per insegnare come verificare, come confrontare, come riconoscere manipolazioni. E serve una cultura della responsabilità nelle parole pubbliche. Chi ha un microfono, un palco, un profilo seguito, non può giocare con la delegittimazione sistematica della stampa senza avvelenare il terreno comune su cui cammina anche lui.

Attaccare un giornale è facile. È un bersaglio semplice, astratto e non ti risponde guardandoti negli occhi. Difendere il diritto a un’informazione professionale è più scomodo, perché implica accettare che la realtà non sempre conferma ciò che vorremmo. Ma tra questi due gesti c’è la differenza tra una comunità adulta e una folla guidata dagli impulsi.

Il giornalismo non è infallibile. Non lo è mai stato. Però è indispensabile. Non perché i chi scrive sia migliore degli altri, ma perché senza una rete di esperti, che cercano i fatti, li verificano, li mettono in ordine e li espongono al giudizio pubblico, la democrazia perde la vista. E una democrazia che non vede comincia presto a inciampare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Siamo presenti anche su TELEGRAM, iscriviti al nostro gruppo per rimanere aggiornato e ricevere contenuti in esclusiva: https://t.me/settecomunionline