Melette: l’Après-ski, la lettera anonima e la vecchia scorciatoia del capro espiatorio

La nostra risposta alla lettera anonima arrivata in redazione

il 20 dicembre è arrivata in redazione una lettera anonima che critica aspramente l’après-ski alle Melette. Il testo, che pubblichiamo per trasparenza, si può leggere integralmente al termine dell’articolo.

Proprio perché il tema tocca la convivenza e l’organizzazione del territorio, vale però la pena chiarire subito un aspetto di metodo. In casi come questo, dove è evidente che non si sta denunciando un abuso con rischi personali, né si intravedono per chi scrive conseguenze sulla propria incolumità o sulla vita professionale, sarebbe auspicabile metterci la faccia. L’anonimato ha senso quando serve a tutelare chi segnala fatti davvero delicati. Diversamente, rischia di diventare un comodo schermo permette accuse generiche e rende più difficile un confronto serio, verificabile e responsabile.

Detto questo, la lettera merita comunque attenzione per un motivo: chiama in causa un tema che non può diventare materia da bar. La sicurezza, il rapporto fra divertimento e responsabilità. Fin qui nulla da eccepire.

Il problema nasce altrove, nel modo in cui la lettera costruisce il ragionamento. Non come una richiesta di governo dei fenomeni, ma come un atto d’accusa che cerca un colpevole unico. L’evento, la musica, il “clima” e quasi per estensione i giovani. È una scorciatoia antica, seducente perché semplice e pericolosa perché sbagliata. È la stessa logica che, a ondate, attraversa il Paese quando un fatto complesso spaventa e allora lo si riduce a un bersaglio identificabile. Un luogo, un genere musicale. Una categoria di persone.

Prima ancora, però, è utile ricordare una cosa che spesso sfugge nel dibattito locale l’après-ski non nasce qui e non è un “capriccio italiano”. È un fenomeno globale, consolidato da diversi anni nelle grandi destinazioni invernali, organizzato molto prima che in Italia diventasse un trend di massa. In Paesi come Austria e Francia, che spesso vengono presi a modello quando si parla di efficienza e visione nella gestione turistica, l’après-ski è parte strutturale dell’esperienza invernale una componente di socialità che convive con regole, controlli e cultura della montagna. Proprio per questo, se vogliamo farne un tema serio, dovremmo imparare a discuterne come fanno i territori maturi non con lo schema “o tutto o niente”, ma con quello “come lo governiamo”.

Sembra davvero un déjà-vu degli anni Ottanta – Novanta, quando l’Italia imparò a chiamare “stragi del sabato sera” una tragedia collettiva fatta di alcol, velocità, infrastrutture obsolete, “cultura” dello sballo, assenza di alternative di trasporto e controlli discontinui. Allora, in moltissime città, la narrazione prese una piega comoda la colpa era delle discoteche. Nacquero movimenti di pressione che oggi come le “mamme antirock”, spinti da una visione al limite del proibizionismo e capaci di imporre soluzioni demagogiche come la chiusura dei locali alle due di notte. Come se il problema fossero i locali e gli orari. Non lo erano. Erano il contenitore visibile di una catena di cause invisibili. Un capro espiatorio. Chiudere prima serviva a far dire che “qualcuno ha fatto qualcosa”, non garantiva automaticamente meno incidenti. Spostava semmai il fenomeno, lo rendeva più clandestino e più difficile da governare.

Quel meccanismo si chiama panico morale quando una comunità percepisce una minaccia, spesso reale ma confusa, tende a cercare appunto un capro espiatorio sociale. È un dispositivo che rassicura perché trasforma la complessità in un’operazione chirurgica. Tagliare, vietare, spegnere. Solo che la vita sociale non è un interruttore e la sicurezza non si ottiene con gli slogan. (Lo stesso riflesso lo abbiamo visto anche di recente con il cosiddetto decreto anti-rave una misura populistica e proibizionista che non ha risolto nulla).

Sull’Altopiano questo copione riemerge ciclicamente anche per una ragione più profonda, quasi sociologica il conflitto generazionale mascherato da difesa dell’identità. Che con l’avanzare dell’età si cerchi più tranquillità e si sopporti meno ciò che rompe le abitudini è umano, ma il problema è quando questa sensibilità diventa insofferenza sistematica verso ciò che riguarda i giovani, come se la loro presenza fosse un disturbo in sé. Con un dettaglio spesso rimosso dalla memoria collettiva tutti sono stati giovani, con le stesse energie, con la stessa voglia di stare insieme, con la stessa necessità di sentirsi parte di qualcosa. Tutti hanno cercato un posto dove stare. Tutti hanno avuto un linguaggio e una cultura che gli adulti di allora non capivano.

Dentro questo conflitto generazionale si incastra un’altra idea ricorrente, quella della montagna santuario. Un luogo pensato solo come silenzio e quiete, fatto per camminare, cenare presto e andare a letto presto. Una montagna che qualcuno vorrebbe plasmare su misura del proprio gusto, come fosse un diritto di proprietà culturale. Ma un territorio turistico non è una stanza privata da tenere sotto un campana di vetro. È anche uno spazio sociale ed economico. E la pretesa di congelarlo in una cartolina ha due effetti collaterali non è economicamente sostenibile e non è giusta.

Non è sostenibile perché un sistema turistico di montagna vive di equilibri. Rispetto per l’ambiente, famiglie, sportivi, giovani, escursionisti, eventi, ristorazione, impianti sciistici, lavoro stagionale, servizi. Se si decide che tutto ciò che è movimento è “fuori posto” si scava la fossa all’economia locale. E non è giusta perché i giovani non sono ospiti tollerati. Hanno diritto di esistenza quanto le persone più mature. Anzi, per chi ragiona davvero in prospettiva, i giovani sono anche futuro in chiave turistica. Se li respingi oggi, domani non li avrai più. Né come turisti né come lavoratori né come imprenditori né come famiglie che scelgono di restare.

Lo si vede bene in un paradosso che torna spesso in questi dibattiti. Se ci si diverte in centro non va bene perché disturba. Se lo si fa fuori dai centri abitati non va bene lo stesso. A quel punto non è più una questione di luogo. È una questione di presenza. E quando la critica diventa indifferente ai dettagli, quando ogni soluzione viene respinta a prescindere, significa che il vero obiettivo non è governare un fenomeno ma rimuoverlo. È l’anticamera del reazionarismo, l’insofferenza verso ciò che non si capisce e verso ciò che non si controlla.

Questo non significa assolvere tutto. Significa fare una distinzione netta fra morale e realtà. La realtà dice che esistono già regole su emissioni sonore, sicurezza, ordine pubblico, rispetto dell’ambiente e soprattutto su guida e alcol. Se qualcuno sostiene che non vengano rispettate, la risposta non può essere una lettera anonima che allarga il sospetto come nebbia. La risposta civile è un’altra segnalazioni puntuali, fatti verificabili, responsabilità e quando ci sono gli estremi, denuncia. Se come scritto dagli autori (n.d.r che si firmano “Gruppo di cittadini dell’altopiano”)  sono già state fatte delle segnalazioni alle autorità competenti, annunciarlo con una lettera anonima non è sicuramente il mezzo migliore per ottenere credibilità. Così facendo si resta solo nel teatro dell’indignazione utile per creare schieramenti, inutile per risolvere.

Lo stesso vale per il tema degli sponsor. In assenza di divieti specifici, la scelta dei partner è una responsabilità dell’organizzazione che è libera di definire la propria linea e di assumersene le conseguenze in termini di immagine. Certo, ognuno (giustamente!) resta libero di esprimere la propria opinione e di criticare. Ma attenzione a trasformare la discussione in un tribunale dell’etica. È un terreno scivoloso perché sostituisce la verifica con la stigmatizzazione. Oggi il bersaglio è uno sponsor, domani un artista, dopodomani un target di pubblico. E alla fine resta solo una comunità che si sorveglia a vicenda, non una comunità che convive e cresce.

Se davvero si vuole tutelare l’Altopiano, bisogna uscire dalla dicotomia infantile “evento sì evento no”. Il tema è il governo. E governare significa mettere in campo misure concrete, verificabili, che riducano i rischi senza fingere che il rischio sparisca proibendo la socialità. Se il traffico causato dai rientri sono il nodo, si agisce sui rientri navette dedicate nelle fasce orarie critiche e nei weekend, parcheggi scambiatori con accessi organizzati, gestione dei flussi con orari chiari e comunicazione preventiva, limiti di capienza e controlli reali sul rispetto delle regole. E ancora presidio della viabilità nei momenti di picco, collaborazione con le forze dell’ordine per controlli mirati su chi guida, procedure per evitare ingorghi e manovre azzardate, segnaletica e informazione tempestiva. Sul fronte dei decibel e della convivenza la soluzione non è lo scontro ma un impianto chiaro rispetto delle soglie e degli orari, responsabilità e sanzioni se si sfora. In altre parole regole che non restano sulla carta.

La sicurezza va trattata come sicurezza, non come pretesto identitario. Il “rumore” va gestito come rumore, non come guerra culturale. E soprattutto, se vogliamo davvero prendere esempio da chi sa fare turismo di montagna, dobbiamo ricordarci che la modernità non si combatte si organizza. La montagna può essere tranquilla e può essere viva. Non perché lo dica uno slogan, ma perché un territorio che sceglie di dialogare con le nuove generazioni si assicura un domani, mentre un territorio che le respinge rischia di restare un santuario vuoto, triste e senza futuro.

Articolo pubblicato sul n.31 di “I 7 comuni”

La lettera anonima

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