Quote rosa, la tutela per la parità di genere che azzoppa il merito

L’ennesima imposizione mascherata da tutela “Tranquilla donna non devi fare niente di particolare per farcela”. Ma se io volessi essere anche competente oltre che femmina?

La garanzia dei diritti in una società basata sul “politicamente corretto” può produrre effetti collaterali fino a contraddire lo scopo che si propone. Sembra un controsenso ma non lo è.

Nel 2025 (ormai 2026) possiamo certamente dire che sono stati fatti molti passi avanti in tema di pari opportunità inteso come la “rimozione di ostacoli basati su genere razza religione disabilità età o orientamento sessuale per realizzare una vera uguaglianza sostanziale non solo formale”. Ma siamo sicuri che questo garantismo abbia prodotto un effetto positivo nel complesso?

Voglio concentrarmi su uno dei sistemi di garanzia delle pari opportunità le quote rosa. Uno strumento introdotto nel 2011 dal governo italiano e poi adottato anche dall’Unione Europea l’anno successivo che stabilisce la presenza di una quota minima del genere meno rappresentato nei Consigli di Amministrazione delle società quotate in Borsa e a partecipazione pubblica. Il provvedimento è stato reputato necessario per contrastare la predominanza maschile nelle stanze dei bottoni regolamentando un settore in cui le discriminazioni erano forti e che a parità di competenze ed esperienza portava molto spesso le aziende a favorire i candidati uomini.

Se questo strumento ha indubbiamente avuto una funzione di leva in termini di progresso sociale la sua presenza deve essere altrettanto indubbiamente transitoria. Non è infatti difficile comprendere che la vera parità di genere si ottiene modificando un certo tipo di mentalità e non imponendo invece la presenza del genere femminile a prescindere contribuendo a creare spiacevoli reazioni di rigetto e introducendo un dubbio permanente sul merito.

Sì perché se il solo fatto di possedere il doppio cromosoma X garantisce la possibilità di fare carriera il rischio è che si alimenti l’idea che il merito conti meno dell’etichetta. Si tratta peraltro dell’ennesima imposizione mascherata da tutela “Tranquilla donna non devi fare niente di particolare per farcela”. Ma se io volessi essere anche competente oltre che femmina?

Il che apre a un altro tema la difficoltà di trovare rappresentanti del genere femminile adeguate a ogni contesto. Penso ad esempio alle liste elettorali per la formazione delle quali spesso il problema principale è proprio reperire donne adatte alla vita politica e amministrativa. Da donna ammetto che questa situazione mi fa rabbrividire.

Credo fortemente che un ruolo di rilievo debba spettare a chi ha le competenze necessarie per ricoprirlo non a chi ne ha diritto solo perché indossa una gonna. Vedere una donna al comando non suscita in me un sentimento di rispetto se non reputo che sia frutto dei suoi meriti.

Nell’analisi del tema c’è chi parla delle donne al potere associandole ai panda animali a rischio di estinzione che vanno protetti. No Una donna deve solamente avere le stesse possibilità di un uomo di giocarsela per un ruolo senza ricevere facilitazioni o quote predestinate. E se l’uomo è più qualificato congratulazioni Altrimenti è sessismo alla rovescia!

Non si vuole demonizzare in assoluto il concetto alla base delle quote rosa condivisibile nei contenuti ma retorico nella sostanza ma l’idea che esse diventino l’unico criterio o che restino anche quando l’obiettivo della parità è raggiunto. Se vogliamo correggere le disparità facciamolo con strumenti che non lascino scorie criteri di selezione pubblici short list miste percorsi di mentoring e di crescita che allarghino il bacino. Perché la vera conquista non è una sedia assegnata è una sedia conquistata senza che nessuno possa dire “Sei lì per quota”.

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