Le storie del Fauno: Il ‘500 sull’Altopiano, breve storia criminale

Il burrascoso passato di un territorio oggi votato al turismo e al benessere

Ci sono tanti motivi per cui sempre più persone scelgono l’Altopiano dei Sette Comuni come meta per le proprie vacanze. Uno di questi è sicuramente la tranquillità di un luogo dai ritmi lenti e dalle abitudini semplici e ancora antiche unite ad un sano spirito di divertimento. Anche venendo a vivere qui (e parlo per esperienza diretta) al di là di tante piccole polemiche che ogni tanto si leggono sui social l’impressione è quella di un posto sereno un’isola felice come spesso sento dire dai miei amici autoctoni nella quale incontrare persone forse un po’ diffidenti (almeno all’inizio) ma di sicuro di buon cuore e cordiali.

Ora io non so se le cose nel XVI secolo fossero diverse di sicuro quello che ci rimandano gli archivi è un’altra immagine degli antenati altopianesi. Certo quello era un periodo storico parecchio turbolento in tutto il mondo. Il periodo della riforma e controriforma di Carlo V col suo impero immenso di splendore della Repubblica di Venezia dell’eredità di Lorenzo il Magnifico e Leonardo da Vinci ma anche dell’inizio dello sfruttamento delle Americhe (scoperte da poco) di guerre europee in cui entrava in gioco prepotentemente la polvere da sparo; insomma non era un momento facile per nessuno e qui su un po’ lontano dalle grandi mischie della politica internazionale fedeli (più o meno) al senato Veneziano gli abitanti non erano certo un gioiello di virtù né di affabilità e di sicuro non vivevano in un’isola felice come adesso. Tanto per iniziare anche agli occhi delle autorità veneziane (ed è il Caldogno nella relazione per il senato veneziano che parla) apparivano “ferocissimi, nati ed allevati nel ghiaccio e nel caldo, in continue fatiche e sudori, e fatti però molto robusti e bellicosi, e naturalmente inclini alla guerra”. Una descrizione che molti stenterebbero a riconoscere ma sebbene magari non fossero poi così ferocissimi e bellicosi rimane il fatto che le cronache del ’500 più di qualche caso di delinquenza comune (e meno comune) lo riportano e ci permettono di entrare nelle dinamiche di una società di confine isolata e dotata di grande autonomia rispetto allo Stato Veneziano con tutto quello che questa condizione comportava. Ma quali erano i reati che si commettevano allora sull’Altopiano?

Tanto per cominciare c’erano i reati più cruenti quali rapine, furti e omicidi, spesso commessi da individui recidivi e inclini alla violenza. È ad esempio il caso dei primi briganti di cui abbiamo notizia. Rispondevano ai nomi di Luigi Glumerio, Pietro Slaviero, Giovanni De Vioto e Giovanni Paterlino, che le fonti storiche descrivono loquacemente come Praedones et Publicos Fures, predoni e ladri notori. Era il 1532 quando furono catturati a Roana e messi a morte.

Un’altra attività che spesso si confonde col brigantaggio ma che ne è imparentata solamente alla lontana è il contrabbando. Risuonano ancora echi nelle storie e nelle tradizioni dei bisnonni ed è stato a lungo un modo (illegale e pericoloso) per incrementare le scarse entrate utilizzato fino alla prima guerra mondiale dopo la quale il confine di Stato si era spostato molto più a nord. Si trattava spesso di un’attività di famiglia come dimostra il caso del 1570 quando vennero intercettati i traffici illegali di una banda di asiaghesi quasi tutti parenti (sei fratelli e due nipoti i componenti principali) che esportava clandestinamente grano in territorio austriaco. Ironia della sorte (o origine dei cognomi) la famiglia si chiamava Dal Molin.

Ma ricordiamo sempre che il territorio dei Sette Comuni faceva pur parte della Serenissima (con momenti di maggiore o minore autonomia) con una posizione isolata e marginale luoghi impervi e boschi dove svolgere attività non proprio edificanti lontani da occhi indiscreti e ogni tanto l’archeologia ci svela qualche retroscena interessante. Qualche anno fa infatti sono stati ritrovati (e pubblicati dal prof. Asolati) quelli che con tutta probabilità sono i resti di una zecca clandestina dedita alla contraffazione del sesino, smantellata dalle autorità tra il 1585 e il 1595. Il sesino era una moneta di pochissimo valore (pari a sei bagattini o a due quattrini) talmente tanto contraffatta da essere stata successivamente ritirata dal governo in quanto non si riconoscevano più gli originali dai falsi. Lo studio ha dimostrato che probabilmente si trattava di “un’azienda” mobile in grado di spostarsi repentinamente tra i boschi.

Ma non dobbiamo pensare che tutti i reati avessero a che fare con motivi economici anzi si citano spesso liti, maltrattamenti e qualche volta violenze sulle donne. Il caso di sicuro più incredibile anche se le fonti appaiono un po’ poco chiare è quello dello sfortunato Antonio Scaierus di Asiago. Nel 1520 sua figlia Barbara fu sequestrata e tenuta in ostaggio da un prete (Giovanni Battista dalla Costa di Rotzo) il quale fu successivamente condannato a risarcire Antonio. Un caso particolare certo ma non così incredibile direte voi. E avreste ragione se non fosse che nel 1527 gli venne rapita un’altra figlia (Angela) da un altro prete! Tal Gerardo da Rotzo che non solamente fu condannato a pagare un indennizzo ad Antonio ma anche a consentire ad Angela di far ritorno presso la casa paterna entro dieci giorni accollandosi le spese di mantenimento del futuro figlio illegittimo nel caso la ragazza fosse tornata a casa incinta.

A ben guardare non doveva essere un posto proprio tranquillissimo nel ’500 l’Altopiano e se è vero che molte cose succedono anche oggi è altrettanto vero che spesso riteniamo che la violenza sia in aumento (ma dove andremo a finire? Una volta queste cose non succedevano). In realtà gli studi hanno ormai dimostrato che non è la violenza ad aumentare (anzi sta diminuendo drasticamente) è la poca abitudine con la violenza (al contrario dei nostri antenati) che ci dà la percezione che sia maggiore. I secoli passati sono stati duri pericolosi e a volte spietati. A noi sono rimasti i versi dei poeti le gesta dei condottieri molto meno la storia della miseria umana fatta anche di crimine.

Briganti, contrabbandieri, falsari e preti rapitori di fanciulle. Ecco il quadro (parziale) delle attività criminali sui Sette Comuni. Cos’altro si potrebbe chiedere ad una serie TV? Ecco a voi pronto il titolo (che poi è quello dell’articolo) autori fatevi sotto perché di materiale ce ne è in abbondanza e queste lande di montagna e confine nel passato (forse più che nel presente) hanno visto storie a non finire prima che arrivasse la guerra a far sembrare tutto il resto un gioco di ragazzi.

Rubrica a cura del Fauno

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