Stiamo facendo due passi poco fuori Asiago; proprio dietro il Sacrario ci imbattiamo in un sentiero, la tabella segnavia indica un nome: via Tilman. Che cos’è? E dove porta?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo alzare gli occhi al cielo e tornare alla mezzanotte del 31 agosto 1944. La fine della Seconda guerra mondiale è ancora lontana e gran parte del Nord Italia è occupato dalle truppe naziste. Poco lontano da qui, proprio in quel momento, un uomo viene paracadutato segretamente nella valle del Barenthal con uno zaino pieno di soldi e una missione precisa: organizzare i lanci di viveri e munizioni per i partigiani del Bellunese, trovare vie di fuga sicure per i prigionieri fuggiti, nascondere i piloti inglesi abbattuti dietro le linee nemiche.
Per fare questo dovrà percorrere a piedi per sentieri nascosti i circa 190 chilometri che separano Asiago da Falcade e Belluno. Questo sentiero racconta questa storia e quell’uomo risponde al nome di Harold William “Bill” Tilman.
Il perché sia proprio lui a dover affrontare questa pericolosissima missione è presto detto: Tilman, a quell’epoca, è già un eroe e un avventuriero. Nato a Wallasey (Gran Bretagna) il 14 febbraio 1898 aveva poco da dimostrare, ma guarda un po’, dimostrerà ancora tanto. Bill, infatti, nel 1916 aveva già combattuto durante la Prima guerra mondiale in quella carneficina nota come la grande battaglia della Somme, uscendone con due decorazioni.
Nel 1919 abbandona l’esercito e si trasferisce in Kenya, dove gestisce una tenuta. Ma la sua passione è l’alpinismo. Nel 1930 scala, con quello che sarà il suo compagno di cordata di una vita Eric Shipton, il Monte Kilimanjaro e il Monte Kenya. Si stanca presto della vita coloniale e nel 1933 decide di tornare in Inghilterra. Per farlo coglie l’occasione per una nuova impresa: attraversa l’Africa in bicicletta dall’Uganda alla costa ovest dove si imbarca per la madrepatria.
La prima vera impresa alpinistica arriva nel 1936 con la prima ascesa assoluta del Nanda Devi (7816 m) nell’Himalaya indiano. Due anni più tardi guida una spedizione inglese che si ferma a poca distanza dalla vetta dell’Everest. Ma anche gli eroi si ammalano, così nel 1939, durante un tentativo al Cori Chen in Assam, Bill si prende seriamente la malaria.
Nel frattempo una nuova guerra ha iniziato a insanguinare l’Europa. Tilman torna in servizio attivo, combatte in Francia e viene evacuato da Dunkirk (sì, la storia del film); nel frattempo viene paracadutato in Albania tra i partigiani, per l’antipasto di quello che sarà la sua avventura italiana.
Sono passati un paio di mesi da quando Bill è riuscito (incredibilmente) a raggiungere i partigiani nel Bellunese e la situazione si è fatta drammatica. Vivono asserragliati in quota, ma la faccenda è diventata insostenibile: vengono tallonati dai soldati nazisti che risalgono da fondovalle per stanarli; rimanere lì è impossibile, significa essere individuati facilmente, circondati e probabilmente sterminati.
Tilman ha davanti una scelta obbligata: iniziare una rischiosissima discesa, cercando di evitare i tedeschi, cercando la strada a vista e per di più con un gruppo di compagni assolutamente impreparati. Le cose ovviamente non vanno per il verso giusto. Mentre cercano una via di uscita si rendono conto di essere circondati e trovano rifugio su una cengia sulla parete nord del Monte Ramezza.
Il tempo peggiora rapidamente. Il che può essere un bene perché rende difficile il rastrellamento, ma al contempo la situazione del gruppetto si fa disperata, esposto su un terrazzino di roccia. Saranno costretti ad aspettare su quel fazzoletto di terra a picco sul vuoto la ritirata tedesca per tre giorni senza cibo né riparo sotto una bufera sferzante. Incredibilmente sopravvivono tutti. Ancora una volta Bill ha portato a termine un’impresa grandiosa.
Adesso che anche la nuova guerra è giunta al termine col suo strascico di sangue e eroismo, dopo averne viste tante e vissute quante bastano per riempire due vite, alla soglia dei cinquanta anni può finalmente godere un meritato riposo. Sì, forse un altro, ma non Bill Tilman.
Tornato in Inghilterra scopre una nuova passione su cui puntare d’azzardo la sua vita: il mare. Prima si concede un’ultima spedizione sull’Annapurna IV, ma dal 1953 inizia a studiare i rudimenti della navigazione. Acquista la sua prima barca a vela, il mitico Mischief, con la quale tra il 1957 e il 1958 circumnaviga l’Africa. Tra il 1959 e il 1960 raggiunge l’Antartico, nel 1961 è la volta della costa ovest della Groenlandia. Nel 1968 un naufragio lo priva del Mischief.
Giochi finiti? Ancora no. Acquista il Sea Breeze e raggiunge l’Islanda. Nel 1972 naufraga di nuovo a largo della Groenlandia e perde la nuova imbarcazione. L’anno successivo acquista il Baroque col quale torna in Groenlandia.
È il 1977, Bill ha quasi ottanta anni. Torna in Inghilterra e vende il Baroque. Si imbarca sul rimorchiatore En Avant. Raggiunge Rio de Janeiro. Da qui riparte il 1 novembre 1977 in direzione Isole Falkland per prelevare due alpinisti neozelandesi. La nave con tutto l’equipaggio scompare. Di loro non si è saputo più nulla.
Perché uno come Bill Tilman non poteva morire: come ogni eroe avventuriero, il suo destino doveva essere quello di scomparire misteriosamente, facendo della propria vita un’avventura senza una fine.
Il sentiero percorso in quel lontano 1944, proprio qui accanto a noi, fatto di fughe, paura e sacrifici, rimane oggi come un lunghissimo monito, un’eco da un tempo passato (ma non da tantissimo, in fondo) e ci parla non soltanto di una storia eroica di coraggio e sopravvivenza, ma anche di colui che l’ha percorsa: un avventuriero nel senso più romantico del termine, un uomo d’azione pronto a mettere in gioco la propria vita tanto nella lotta al nazismo quanto nelle imprese alpinistiche e marinare.
Una figura da cui noi, abituati alle comodità e che viviamo costantemente col terrore di rischiare, dovremmo trarre ispirazione, magari nel piccolo, per vivere una vita che valga davvero la pena di essere vissuta. Bill Tilman è scomparso così com’era vissuto: libero, nomade, in perenne inseguimento dell’orizzonte, proprio come il sentiero a lui dedicato ci invita a fare: uscire da casa e imbarcarci per la nostra piccola avventura quotidiana, non importa che questa sia una passeggiata, iniziare a fare sport, trovare il coraggio di cambiare qualcosa. In fondo la via Tilman, con il suo carico straordinario di avventura, è lì per ricordarci di vivere.
Rubrica a cura del Fauno

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