Non solo Cimbri: l’identità plurale dell’Altopiano

C’è un rischio sottile quando si parla dell’Altopiano: trasformare l’identità in un’etichetta. Una parola sola, un’origine sola, una lingua sola. “Cimbri”, appunto.

C’è un rischio sottile quando si parla dell’Altopiano: trasformare l’identità in un’etichetta. Una parola sola, un’origine sola, una lingua sola. Cimbri, appunto. È un rischio comprensibile, perché la traccia cimbra è reale, riconoscibile, persino emozionante. È nel suono dei toponimi, nella memoria delle contrade, in un patrimonio che l’Altopiano ha provato a difendere anche quando la storia chiedeva uniformità. Ma proprio per questo l’identità altopianese non può essere ridotta a una sola radice. Non perché la radice sia debole, bensì perché è troppo forte per restare sola.

La radice cimbra non è un’invenzione identitaria, è una traccia storica che la storiografia riconduce a insediamenti di area bavaro-tirolese tra alto medioevo e pieno medioevo e che nel tempo si traduce in forme originali di vita comunitaria e autogoverno. Lo statuto del 29 giugno 1310 della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni e la dedizione a Venezia del 20 febbraio 1404 (1405 nel calendario attuale) sono soltanto alcuni snodi di un percorso lungo. L’Altopiano non si spiega con un atto ma con un continuum di relazioni scelte e trasformazioni.

Questa storia politica conta, eccome. Perché dice che l’identità dell’Altopiano non è soltanto genealogia. È anche cultura del governo, senso comunitario, idea concreta di libertà. Non a caso lì si parla di “Sette Comuni”: la geografia diventa istituzione, il territorio diventa patto. È un tratto che resiste nel tempo e che non coincide con la lingua che si parla oggi. È un modo di pensarsi come comunità, di misurarsi con il confine, di decidere insieme.

La lingua cimbra resta un capitolo decisivo di questo racconto. L’Italia tutela le minoranze linguistiche storiche e la legge che disciplina questa protezione include le popolazioni “germaniche”. È lì che il cimbro trova il suo spazio giuridico: non come folklore, bensì come parte del patrimonio culturale della Repubblica. E non è un caso che sul territorio esista un presidio culturale dedicato a raccogliere, studiare e trasmettere quel patrimonio: l’Istituto di Cultura Cimbra di Roana, attivo dal 1973 con un lavoro continuo di ricerca e valorizzazione e con un museo che espone anche testimonianze letterarie e religiose in lingua cimbra.

Fin qui, tutto sembra confermare una tesi semplice: l’Altopiano è cimbro. Il punto è che la realtà altopianese, appena la si guarda senza scorciatoie, smentisce ogni semplificazione. Perché la componente cimbra, nella sua stessa storia, è sempre stata in dialogo con altro. La dedizione a Venezia significa secoli di relazione con la cultura veneta, con il suo sistema di scambi, con il suo immaginario civico. Significa che l’identità dei Sette Comuni è stata anche veneziana nel senso profondo del termine: non imitazione, ma convivenza tra differenze sotto un patto politico.

Poi c’è l’Italia, quella delle fratture e delle cuciture. La Grande Guerra sull’Altopiano non è solo un evento militare: è uno spartiacque culturale. È l’esperienza del fronte e dello sfollamento, è la trasformazione della vita quotidiana, è la pressione a rinunciare a ciò che “suona” diverso. In un documento parlamentare si dice esplicitamente che la lingua fu abbandonata anche per la paura di essere scambiati per spie solo perché si parlava la lingua del nemico e si ricorda che il fascismo impedì l’uso dell’antica lingua tedesca. Anche qui, identità non come fotografia ma come ferita e ricostruzione.

E qui entra in gioco il “tanto altro” che spesso si dimentica. L’Altopiano è cimbro, sì. Ma è anche veneto nelle parlate e nelle consuetudini che si sono stratificate nel tempo. È anche italiano nella memoria nazionale che passa per i sacrari, per i racconti dei soldati, per una letteratura che ha trasformato un microcosmo montano in una domanda universale su guerra, natura e comunità. Mario Rigoni Stern è il simbolo più evidente di questa dimensione: la sua opera lega l’esperienza dell’Altopiano alla storia collettiva e alla memoria condivisa, mostrando come un luogo possa parlare al mondo senza perdere la propria voce.

C’è infine un aspetto spesso sottovalutato: l’identità non è fatta solo di “grandi eventi” e di “grandi lingue”. È fatta anche di mescolanze minute, di registri, di lessici di lavoro, di parole nate nei pascoli e nei boschi e diventate ponti tra comunità. Studi linguistici sul territorio mostrano proprio questo intreccio tra dialetto, cimbro e gerghi legati alla vita pastorale: un mosaico, non una moneta con una sola faccia.

Dire allora che l’identità altopianese “non può essere solo cimbra” non significa ridurre il cimbro. Significa salvarlo. Perché ogni identità che si chiude in una definizione unica finisce per diventare esclusiva, fragile e facilmente strumentalizzabile. Se essere altopianesi volesse dire, in modo implicito, “parlare cimbro”, quanti resterebbero dentro e quanti verrebbero lasciati fuori, nonostante abbiano la stessa memoria di famiglia, lo stesso rapporto con l’inverno, lo stesso senso del confine, la stessa idea di comunità? Un’identità matura non funziona così: riconosce le origini e riconosce le trasformazioni.

L’Altopiano dei Sette Comuni, in fondo, è una lezione italiana in scala ridotta. È la dimostrazione che appartenenza non è purezza. È stratificazione. È capacità di tenere insieme una minoranza linguistica tutelata, una lunga tradizione di autonomia politica, un rapporto storico con Venezia e con il Veneto, una cicatrice novecentesca che ha ridisegnato lingua e società e una produzione culturale che ha dato voce a un territorio oltre i suoi confini.

Se c’è una parola che può riassumere l’identità dei Sette Comuni non è “origine”. È “federazione”. Federazione di paesi e di contrade, certo. Ma anche federazione di memorie, di lingue, di scelte. Ed è proprio questo che rende l’Altopiano riconoscibile: non una sola appartenenza, ma il modo in cui più appartenenze hanno imparato a stare nello stesso paesaggio senza annullarsi.

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