Milano-Cortina: vent’anni dopo l’epopea di Enrico Fabris, l’Italia sogna con un altro campione cresciuto alla Sportivi Ghiaccio Roana

Torino, 11 febbraio 2006. Sul tabellone dell’Oval Lingotto, dopo cinque chilometri di fatica pura, compare un tempo che l’Italia non aveva mai visto in una gara olimpica di pattinaggio di velocità. Enrico Fabris porta a casa un bronzo che vale una svolta e mette la pista lunga azzurra davanti agli occhi del mondo.

Nei 5000 metri Fabris sale sul podio con il tempo di 6’18”25. È un bronzo che pesa più di una medaglia: è la prima medaglia olimpica italiana nella storia della pista lunga da quando la disciplina è nel programma dei Giochi invernali. Ed è anche la prima medaglia dell’Italia a Torino 2006, quella che accende la spedizione e cambia la percezione di un intero movimento.

Fabris non arriva da una metropoli. Nasce il 5 ottobre 1981 ad Asiago e cresce a Roana, sull’Altopiano, dove comincia a pattinare da bambino con la Sportivi Ghiaccio Roana. È un atleta che si costruisce con pazienza, sacrificio e chilometri. A Torino si presenta con un’identità netta: l’uomo che non fa rumore prima dello sparo ma che sa alzare il ritmo quando conta.

Dopo quel bronzo la storia accelera. Il 16 febbraio 2006 l’Italia si prende l’oro nell’inseguimento a squadre. La squadra è composta da Enrico Fabris, Ippolito Sanfratello, Matteo Anesi e Stefano Donagrandi, con il trio in pista nella finale contro il Canada formato da Fabris, Sanfratello e Anesi. Il traguardo dice 3’44”46 con un margine di 2”42: non è solo un successo, è il primo oro olimpico della pista lunga italiana.

Poi arriva il giorno che consegna definitivamente Fabris alla memoria collettiva. Il 21 febbraio 2006 vince l’oro dei 1500 metri in 1’45”97, davanti agli statunitensi Shani Davis e Chad Hedrick. È la consacrazione totale e il simbolo di un’Olimpiade che in dieci giorni trasforma un campione di uno sport considerato “minore” nel volto dei Giochi di Torino.

A rendere quell’impresa ancora più solida è il contorno biografico, perché qui non si parla di un lampo isolato. Nel 2006 Fabris diventa anche campione europeo e in quegli anni firma una continuità di risultati di altissimo livello. Partecipa alle Olimpiadi anche nel 2002 e nel 2010 e chiude la carriera agonistica nel 2011.

Vent’anni dopo l’Italia si prepara ad accogliere di nuovo i Giochi e il testimone ideale torna a passare sul ghiaccio. Se l’eredità di Fabris ha un volto credibile oggi è quello di Davide Ghiotto, veneto anche lui. Nato il 3 dicembre 1993 e atleta delle Fiamme Gialle, Ghiotto ha un dettaglio che sull’Altopiano vale come un marchio d’origine: è cresciuto anche lui alla Sportivi Ghiaccio Roana.

Negli ultimi anni ha già scritto pagine che parlano la lingua dei più grandi. Alle Olimpiadi di Pechino 2022 conquista il bronzo nei 10.000 metri con 12’45”98, tempo che è anche record italiano. Nel 2023 diventa campione del mondo dei 10.000 a Heerenveen. Nel gennaio 2025 stabilisce il record del mondo dei 10.000 metri in Coppa del Mondo a Calgary con 12’25”69, un crono che rimette l’Italia al centro anche nelle cifre nude del cronometro.

Ecco perché il ventennale di Torino 2006 non è un anniversario da album dei ricordi. È una misura. Fabris ha dimostrato che un ragazzo di un piccolo comune come Roana può piegare l’inerzia della storia e spostare l’asse di uno sport. Oggi, a vent’anni di distanza e con un’altra Italia olimpica alle porte, l’idea che quella scintilla possa tornare a incendiarsi passa ancora da lì: dalle stesse lame e dalla stessa scuola di ghiaccio dove tutto comincia, quando il freddo è quello vero e i sogni non chiedono permesso.

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