“Appena usciti dalla villa di Rotzo muove incontro una chiesetta costruita sotto l’intitolazione alla beata Margherita, vergine e martire, situata nella località detta “Il Castelletto”, soggetta alla cappella di Rotzo.”
Così appariva nel 1488 al vescovo di Padova Pietro Barozzi la chiesa di Santa Margherita che la leggenda vuole essere la più antica dell’Altopiano. E così mosse incontro anche a me la prima volta che la vidi, dopo una lunga escursione nella sottostante via delle Cenge al termine di un anello aereo e panoramico, quasi a degna conclusione di quella giornata.
Nonostante il tempo trascorso da quella lontana visita, nonostante i cambiamenti strutturali, la distruzione del primo conflitto mondiale e il recente restauro, Santa Margherita mantiene immutato il fascino un po’ solitario della chiesetta campestre e mostra orgogliosa la sua antichità, nella pianta e in parecchie parti della struttura.
Il Vescovo ci informa anche che già allora non fosse molto frequentata se non per uno specifico motivo: “in essa non si celebra più di cinque volte l’anno, cioè in tutti i venerdì del mese di maggio, nei quali, allo scopo di allontanare le tempeste, è sempre stata consuetudine del popolo di Rotzo di portarsi processionalmente con il gonfalone fino ad essa […]”
Non sono moltissimi i testi che hanno indagato la storia della chiesa ma soprattutto la notizia che vi si recasse al fine di scongiurare le tempeste ha dato un bel grattacapo a qualche storico e appassionato che si è gettato in ardite tesi per spiegare il nesso tra le tempeste e Santa Margherita (nesso assai labile se non inesistente).
La prima volta che ho messo piede all’interno di questo affascinante edificio sacro, un particolare ha colpito subito la mia attenzione: la stupenda, antichissima campana della chiesa oggi fortunatamente conservata al suo interno. Dico fortunatamente perché questa preziosa reliquia era stata trafugata dalle truppe austro-ungariche durante la grande guerra e solo successivamente restituita all’Altopiano (ogni tanto succede).
Un bellissimo bronzo con due fasce contenenti un’iscrizione in caratteri gotici nella parte superiore che ci danno due preziose (e immediate) informazioni e qualcuna ancora più importante (e meno immediata). L’iscrizione recita MENTE: SANCTA: SPONTANEA: HONORE: DEO: ET: PATRIAE: LIBERATIONEM: + M. MARCHO: DALEORE: MORE: 1439: Il che ci svela l’artigiano autore dell’opera e la data di fabbricazione (appunto il 1439). Ma il resto?
Qualche anno fa mi sono trovato a ricercare e studiare per un’escursione i resti di un’abbazia medievale abbandonata e dispersa tra le montagne del centro Italia. Una delle poche testimonianze materiali sopravvissute di quel complesso (che la leggenda voleva abitato anche dai Templari), era proprio la campana. Ebbene non soltanto questa era quasi coeva alla campana di Santa Margherita, ma riportava anche un’iscrizione quasi identica.
Quelle parole apposte a giro intorno alla fascia superiore sono una versione dell’epitaffio di S. Agata, martire siciliana che ha avuto un grande successo soprattutto nel medioevo, guarda caso patrona dei fonditori di campane. Ma non solo (e qui viene il bello). La Santa era ritenuta capace di allontanare incendi, fulmini e per l’appunto, tempeste, tanto che il suo epitaffio veniva usato in quell’epoca anche per la composizione di bigliettini propiziatori contro questi eventi naturali (Mentem Sanctam Spontaneam Honorem deo et Patriae Liberationem. Ignis a lesura nos. Agatha Pia).
Ma è la campana stessa a svolgere già di suo questa funzione, se si considera che la formula di benedizione delle campane recitava: “Per le tue melodie ogni tentativo del nemico sia distrutto e con essi le devastazioni della grandine, la violenza dei turbini, l’impetuosità delle tempeste: il soffio dei venti sia addolcito e temprato”.
Si comprende benissimo come le campane fossero dunque considerate veri e propri amuleti contro le tempeste, a maggior ragione se “rinforzate” con frasi a loro volta considerate in grado di allontanare il maltempo. Insomma la campana di Castelletto poteva essere considerata un superamuleto in questo senso e venerato per scongiurare i turbini.
Già, ma perché proprio la campana di Santa Margherita e non, ad esempio Santa Gertrude, la chiesa principale di Rotzo? Non poteva avere anch’essa una campana con iscrizione magica? In realtà la frase associata al bronzo, almeno da queste parti è una rarità. Campane con queste iscrizioni erano abbastanza diffuse nel centro Italia, ma quasi del tutto sconosciute in area veneziana, come conferma anche Maria Luisa Bottazzi in “Campane e Scrittura: Informazioni dalle iscrizioni campanarie e dalla documentazione d’archivio”: “i motti più elaborati invece, […] come per le campane del centro Italia, risultano completamente assenti nelle campane di maestranza veneziana, tanto da impedire all’insigne archeologo tedesco Anton Gnirs, a cui debbo tutta la mia riconoscenza per aver stilato nel 1917 uno dei più bei repertori di campane per i territori dell’Impero, la lettura di un’iscrizione […] La difficoltà e la sconosciuta locuzione tratta dalla nona lettura del mattutino dell’ufficio di Sant’Agata protettrice dei campanari: “MENTEM SANCTAM, SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIAE LIBERATIONEM”, non gli permisero di individuare quello che risulta essere uno dei motti più conosciuti tra le campane medievali, completamente assente tra le campane di origine veneziana.”
Ecco che l’eccezionalità della campana di Castelletto la rende un amuleto unico e potentissimo contro le tempeste e si spiega perfettamente la tradizione popolare di recarsi in processione a Santa Margherita per chiedere protezione alla “magica” campana.
La prossima volta che passate da quelle parti, allungate un po’ la strada e fermatevi in questa solitaria chiesetta al margine della strada. Entrate e nella luce soffusa cercate la vecchia campana, adagiata al suolo, come se fosse ancora là a svolgere la sua funzione protettrice. Ecco, sarete di fronte non solo alla storia, ma anche ad un talismano antichissimo e unico nel suo genere cui la gente di Rotzo (e forse dell’Altopiano) ha affidato per secoli l’incolumità propria e dei pochi beni che aveva.
Rubrica a cura del Fauno

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