In occasione della 48^ Giornata per la Vita di domenica 1 febbraio, in alcune piazze dell’Altopiano si sono visti banchetti e raccolte fondi legati ai “centri per la vita”, iniziative promosse da un gruppo di volontari impegnato nella nascita di un Centro di Aiuto alla Vita sull’Altopiano.
Se l’obiettivo dichiarato è “stare accanto” alle donne e alle famiglie nelle fatiche della gravidanza allora il tema merita attenzione e merita anche una discussione onesta, senza automatismi e senza slogan.
Il Centro di Aiuto alla Vita di Vicenza nasce il 3 aprile 1979 e si definisce associazione di volontariato “apartitica e aconfessionale”, spiegando di impegnarsi “per il riconoscimento del diritto alla vita”, dal concepimento alla morte naturale, con un’azione specifica rivolta a prevenire l’aborto volontario e con servizi gratuiti e riservati di colloquio, sostegno morale e aiuti materiali, sanitari ed economici. La frase che accompagna la sua attività è potente: “Le difficoltà della vita non si risolvono sopprimendo la vita ma superando insieme le difficoltà“. È una visione. Legittima. Ma resta una visione.
Il punto è che qui, in Italia, non esiste solo una visione. Esiste anche un diritto. Dal 1978 l’interruzione volontaria di gravidanza è regolata dalla legge 194 e il Ministero della Salute ricorda che la donna può richiederla entro i primi 90 giorni per motivi di salute, economici, sociali o familiari, seguendo procedure definite.
In altre parole la scelta è della donna, dentro un perimetro di tutela sanitaria pubblica, senza dover giustificare la propria vita davanti a un tribunale morale. Ed è qui che nasce la frizione: quando un’associazione nasce con l’obiettivo esplicito di “prevenire” l’aborto allora rischia di trasformare un aiuto in una direzione, un sostegno in un orientamento, una mano tesa in una pressione sottile. Anche senza volerlo. Anche con le migliori intenzioni.
C’è poi un dettaglio che non possiamo far finta di non vedere. In questi giorni alcune testate hanno raccontato l’iniziativa come se fosse neutra, come se fosse automaticamente “bene” solo perché si parla di volontariato, chiosando addirittura con uno schieramento netto: “diffondere la cultura della Vita e il rispetto dei piccoli in tutte le sue varie sfaccettature”.
Ma sul corpo e sulla vita delle donne la neutralità non esiste. Se un banchetto raccoglie fondi per un progetto che nasce per contrastare una scelta prevista dalla legge allora quel banchetto è un fatto culturale, religioso financo politico, anche se chi lo promuove si definisce apartitico. La domanda, semplice, è questa: vogliamo una rete sociale che accompagni le donne o che le indirizzi? E chi tutela quei feti già gravati da malattie o malformazioni, la cui vita potrebbe non essere dignitosa? Vogliamo davvero sostenere l’esistenza a ogni costo? Questa è tutela o cinismo?
Se davvero si sta lavorando per aprire uno sportello sull’Altopiano allora andrebbe chiarito che l’aiuto autentico non si fonda sull’idea che una donna, di fronte a una gravidanza difficile o indesiderata o vittima di stupro, vada “convinta” invece che ascoltata.
Qui non si tratta di negare il valore del sostegno alla maternità. Al contrario. Un territorio che funziona è quello che non lascia sole le donne: quando vogliono portare avanti una gravidanza e quando non possono farlo, quando hanno bisogno di un pannolino e quando hanno bisogno di un medico, quando chiedono un contributo economico e quando chiedono tempo per decidere.
La differenza sta tutta lì: aiutare non è scegliere al posto di qualcuno. E la solidarietà, per essere davvero tale, deve avere un pilastro che viene prima di ogni slogan: il rispetto della libertà e della dignità di chi quella scelta la porta sulla pelle.
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