Dalla Sicilia all’Altopiano: la guerra del “ragazzo del ’99” Vincenzo Rabito

Una storia di paura e sofferenza, raccontata in “rabitese” nel libro postumo “Terra matta”

Esiste un filo che lega la Sicilia profonda al cuore delle nostre montagne, un filo fatto di miseria, guerra e memoria.

È la storia di Vincenzo Rabito, nato nel 1899 a Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa e diventato suo malgrado testimone di uno dei capitoli più sanguinosi della Prima guerra mondiale il fronte dell’Altopiano.

Rabito apparteneva alla generazione dei “ragazzi del ’99”, i più giovani chiamati alle armi.
Semianalfabeta, cresciuto in una famiglia poverissima, a soli diciassette anni fu spedito a combattere come zappatore tra le trincee dell’Altopiano.
Non aveva parole forbite per raccontare quell’esperienza, ma aveva la memoria viva di chi ci era passato davvero “Io fu mandato come zappatore in Altopiano e là c’era freddo fame e paura che non si poteva manco respirare”, scriverà molti anni dopo.
L’Altopiano che Rabito descrive non è quello delle cartoline turistiche, ma un paesaggio di desolazione. Boschi spezzati dai bombardamenti, trincee scavate nella roccia, montagne sommerse dalla neve gelida e dai corpi dei caduti.
“Su per i monti nella neve senza scarpe buone e senza mangiare noi ragazzi del ’99 erimo carne da cannone”, ricorda ancora, con quella lingua ruvida e inventiva che gli studiosi hanno definito “rabitese” un italiano popolare, misto a dialetto e frasi improvvisate, che rende la sua voce unica e autentica.
La sua guerra, come quella di migliaia di coetanei, fu fatta di attese, paure e sopravvivenza quotidiana.

Nessuna visione dall’alto solo il punto di vista di chi, giovanissimo, si ritrovava a maneggiare pale e fucili, a marciare per ore, a pregare di restare vivo fino al giorno dopo. Le Melette e il Monte Fior, compaiono nei suoi ricordi come luoghi simbolo di quell’inferno.

Decenni dopo, ormai padre e uomo anziano, Rabito prese in mano una vecchia Olivetti e cominciò a scrivere la sua vita. Tra il 1969 e il 1971 riempì oltre mille pagine dall’infanzia poverissima alla Grande Guerra, dalla campagna d’Africa al lavoro in Germania, fino al ritorno in un’Italia in pieno boom economico. Lo fece con tenacia, battendo i tasti senza margini né punteggiatura regolare, come in un flusso ininterrotto di memoria.

Quel dattiloscritto, scoperto dai figli dopo la sua morte, venne pubblicato nel 2007 da Einaudi con il titolo “Terra matta”.
Il libro si rivelò subito un caso editoriale. Non solo perché restituiva la vita di un uomo comune nell’arco di quasi un secolo, ma perché la sua lingua, “sgrammaticata” e al tempo stesso potentissima, portava sulla pagina un’Italia che raramente aveva avuto voce.
“Terra matta” vinse il Premio Racalmare – Leonardo Sciascia e ispirò il documentario Terramatta di Costanza Quatriglio, premiato con il Nastro d’argento nel 2013.

Ma al centro di tutto restano quei mesi trascorsi sull’Altopiano. È lì che un ragazzino siciliano di 17 anni incontrò il gelo, la fame e la morte ed è da lì che nasce una delle testimonianze più dirette e sconvolgenti della Grande Guerra.
Il legame tra Rabito e l’Altopiano è fatto di memoria e dolore, ma proprio per questo assume oggi un valore universale ci ricorda che dietro le grandi narrazioni belliche ci sono sempre voci semplici, voci che parlano di paura, fatica, dolore, sopravvivenza.

Rabito non era uno scrittore e non voleva esserlo. Eppure, la sua scrittura ha la forza di un documento storico e la potenza di una letteratura senza fronzoli.
Nell’opera di Rabito, l’Altopiano della guerra non è più soltanto una pagina nei libri di storia, ma diventa un paesaggio umano vissuto e restituito con la sincerità di chi non aveva altro che la propria memoria e una macchina da scrivere.

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