Una troupe televisiva sta girando un documentario quando scopre delle ossa umane in un bosco isolato. Potrebbe essere l’inizio di un thriller. Invece è tutt’altro e non ci sono serial killer.
Monte Lemerle è un’altura domestica. Si può raggiungere comodamente dal centro di Cesuna e svetta là, proprio sopra la contrada un po’ umile un po’ maestoso. Per gli abitanti è quasi uno di famiglia, alle sue pendici si fanno belle camminate, si va a caccia, a funghi. Tra le comode mulattiere che risalgono quasi fino in cima, circondate a perdita d’occhio da abeti, si può passare una giornata immersi nel verde, incontrando spesso rapidi caprioli che guizzano improvvisi tra i cespugli.
Difficile immaginare che quest’idillio un tempo sia stato un ammasso di rocce frantumate, alberi distrutti, corpi umani e filo spinato. Difficile se non ci fossero ancora trincee, postazioni di mitragliatrici e bunker a ricordarcelo e a riportarci inesorabilmente a quei giorni di guerra. Quei giorni lontani del 1916, quando l’esercito austro-ungarico lanciò l’offensiva di primavera (meglio conosciuta in Italia come “Strafexpedition, spedizione punitiva”), che fece quasi crollare il fronte italiano e spostò i combattimenti ben oltre Asiago.
La prima linea si trovò a coincidere con l’asse Monte Sisemol, Monte Kaberlaba e, appunto Monte Lemerle. Se non bastassero le cicatrici ancora oggi visibili (e se si conosce bene il monte ce ne sono di impressionanti) lasciate da quei giorni di fuoco e morte, salendo fino alla radura della cima, ci si trova davanti il monumento al sacrificio dei militari italiani. Poco più giù il bunker che ha ospitato il comando del Regimento South Staffordshire, gli alleati inglesi che arrivarono a dare man forte per evitare che il fronte crollasse, un antro buio e umido a ferro di cavallo che come uno schiaffo riporta alle condizioni di vita dei soldati.
E questa è solo una delle testimonianze ancora vive di quel tempo, altre ce ne sono di nascoste; alcune ancora da scoprire. E questa è la storia di una scoperta che per molti versi ha dell’incredibile ed è passata ingiustamente in sordina.
Facciamo di nuovo un balzo avanti. Siamo nell’estate del 2015, sono passati solo (o già) dieci anni. Una troupe televisiva del National Geographic si prepara per girare un documentario sulla Grande Guerra. Il luogo prescelto per le riprese è, tra gli altri, proprio Monte Lemerle. Il regista ha ingaggiato due esperti del primo conflitto: il milanese Alessandro Gualtieri e Giovanni Dalle Fusine. Per loro il compito di supportare la troupe, registrare brevi interviste sul posto, soprattutto mostrare una ricerca di oggetti del tempo con il metal detector.
Gualtieri è abbastanza cauto sulla possibilità di trovare qualcosa di interessante, perché si sa le giornate di pesca buona sono sempre minori di quelle di pesca magra, ma il conduttore britannico John Dickie non vuole rinunciare all’idea di dare al documentario un tono di avventura in più. Ci si mette al lavoro. E infatti il bip inizia a risuonare. Qualcosa c’è. In realtà c’è molto.
Vengono messi alla luce un elmetto italiano modello “Adrian” e sotto all’elmetto il teschio del proprietario. Poi alla rinfusa molte ossa umane. Il documentario avrà un ottimo successo sul canale di National Geographic, mentre per Gualtieri e Dalle Fusine inizierà una lunga, lunghissima avventura. Già, loro vogliono saperne di più.
Ma dopo le segnalazioni del caso, ad un anno di distanza tutto è ancora là. Siamo nel 2016 e Gualtieri decide di dare una svolta alla vicenda: finanzierà di tasca propria la riesumazione scientifica della salma. Arrivano i Carabinieri a isolare la zona. Le cariche militari iniziano a muoversi e la ricerca inizia. Ne usciranno ben due relazioni in grado di gettare molta luce in quella fossa.
Innanzitutto la prima scoperta è che i resti sono di due persone, non solamente di una e che di certo si tratta di soldati della Grande Guerra. Per lo scheletro con l’elmetto italiano possiamo supporre con ragionevole certezza si trattasse di un soldato del Regio Esercito, ma l’altro? I resti sono molto meno completi e rendono difficile dedurre la provenienza sebbene il ritrovamento di numerosi oggetti riferibili all’esercito austro-ungarico proprio nei pressi del corpo fa supporre si trattasse di un Imperiale.
Ma come si era arrivati a quel massacro del 1916? Come avevano fatto gli austriaci a sfondare arrivando fino quasi alla pianura dilagando in quasi tutto l’Altopiano? Ovviamente i fattori furono molti. Ma l’esercito italiano (o meglio, i suoi ufficiali), commise almeno due errori fatali. Gli italiani tenevano sempre troppi uomini in prima linea, pronti a dare l’assalto in massa, ma al contempo poco pronti a prevedere ritirate ordinate verso seconde o terze linee efficienti. Inoltre i nostri generali (Luigi Cadorna per primo), seguitavano a ritenere molto poco probabile un’offensiva su larga scala degli austriaci.
Offensiva che puntualmente arrivò per ben due volte (questa e Caporetto). Una penetrazione profonda che rischiava di mettere pericolosamente in ginocchio l’esercito italiano. Se gli austriaci fossero arrivati alla pianura avrebbero completamente isolato i nostri sull’Isonzo, tagliando fuori buona metà del nostro potenziale. Insomma c’è mancato poco che non succedesse un disastro.
Le immagini di Asiago distrutta e in fiamme rendono un’idea molto parziale di quello che poteva essere il campo di battaglia di allora. Ma gli italiani resistettero in extremis, in alcune aree strategiche, tra cui qui, tra questi boschi di abete, dove da qualche giorno ha iniziato a cantare il cuculo. E fu un inferno di fuoco, granate e bombe, filo spinato e combattimenti senza tregua, dove probabilmente persero la vita uno accanto all’altro due nemici.
Le analisi rivelarono altri dettagli importanti. Innanzitutto che il posto era stato già in parte scavato negli anni ’70. Inoltre si riuscì a risalire quantomeno a dati approssimativi sui due. Il soldato italiano era di età compresa tra i 24 e i 32 anni, con una statura probabilmente di poco inferiore a 1,70 metri. Aveva una protesi dentaria abbastanza grossolana per ricostruire gli incisivi superiori e una gavetta con incise le iniziali S. G.
Il secondo (che abbiamo visto essere probabilmente austriaco) aveva un’età compresa tra i 16 e i 20 anni e un’altezza di poco superiore a 1,70 metri. L’esame dei corpi ha stabilito che la causa della morte per entrambi è compatibile con l’esplosione di una granata, magari mentre stavano combattendo tra loro.
Alessandro Gualtieri ha inoltre aperto un profilo Facebook per tentare di dare un’identità almeno al soldato italiano; tra i tanti profili pervenuti il più probabile è quello del fante Giuseppe Serìo, inquadrato nel 149° regimento della brigata Trapani (impegnata effettivamente su Monte Lemerle); le iniziali sulla gavetta tornano. Nella foto in cui posa fiero in divisa, con i capelli impomatati e una mano sul fianco, sembra stringere la bocca in modo innaturale, proprio come se avesse una protesi di fortuna da nascondere nel sorriso.
Questa è la storia di Giuseppe Serìo, o forse no, ma poco importa, venuto a combattere quassù, ritrovato solamente nel 2015 durante le riprese di un documentario e le cui ossa hanno riposato per decenni fianco a fianco con l’odiato nemico. Ma è anche la storia di Alessandro Gualtieri e Giovanni Dalle Fusine, che non hanno mollato davanti a difficoltà economiche e burocrazia per dare una sepoltura e un’identità (per quanto possibile) ad uno scheletro trovato nel bosco.
Infine è la storia di questo monte, deturpato dalla guerra, poi rinato, che come un museo custodisce gelosamente le memorie di quei giorni drammatici e con parsimonia ne restituisce delle nuove. Forse per non farci dimenticare.
Rubrica a cura del Fauno
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