Nelle ultime settimane al centro dell’attenzione mediatica ci sono state le minacce scritte rivolte a un collaboratore di una testata locale. Stando a quanto riportato negli articoli apparsi, il giovane di Enego avrebbe ricevuto lettere anonime nelle quali i mittenti gli intimavano di smettere di dare sostegno a don Maurizio Patriciello, il prete di Caivano noto per la sua battaglia contro la Camorra.
I riflettori si sono accesi anche fuori provincia, con segni di solidarietà giunti da istituzioni e rappresentanze del settore. E non può essere altrimenti, perché una lettera anonima che intima il silenzio non è mai un fatto minore solo perché nasce in un paese piccolo. È un gesto che prova a mettere un bavaglio a una persona e insieme a quell’idea semplice, quasi banale, ma fondamentale per la libertà: scrivere non deve far paura.
Detto questo, proprio perché la materia è seria, proprio perché qui non si gioca a fare gli eroi da copertina, vale la pena fermarsi un attimo e fare una domanda di metodo prima ancora che di cronaca.
Il collegamento invocato è questo: le intimidazioni sarebbero nate dopo un articolo di sostegno a don Maurizio Patriciello, il parroco di Caivano noto per la sua battaglia contro la criminalità organizzata e finito più volte nel mirino con minacce molto pesanti, che nell’estate del 2024 era stato ospite del Tavolo della Legalità di Enego e nell’ottobre dello scorso anno, nel corso di una Messa a Caivano, aveva ricevuto a mano un fazzoletto contenente un proiettile da un soggetto non ancora identificato, che poi si era dileguato tra la folla.
Fin qui, nessuna ironia e nessuna minimizzazione. Solidarietà piena a chiunque riceva minacce per quello che scrive. Ma allora il punto diventa un altro: che cosa stiamo dicendo davvero quando tiriamo in ballo Caivano sull’Altopiano?
Se, come riportato nell’ultimo numero della testata quindicinale, si sostiene che quelle intimidazioni “nascano nelle nostre piccole comunità” e che dunque “cercare nei grandi meccanismi della criminalità organizzata non ha alcun senso”, la chiave di lettura cambia nettamente e si sta facendo un’operazione precisa: si sposta tutto sul piano del paese, della faida corta.
È una lettura possibile, certo. Ma deve essere sostenuta con coerenza e soprattutto con coraggio. Perché se invece l’aggancio a Caivano viene costruito per far intendere che dietro ci sia un’ombra più lunga, qualcosa che assomiglia a un metodo, a un linguaggio, a una filiera dell’intimidazione, allora la domanda diventa inevitabile: state dicendo che qui c’è l’ombra della Camorra o state solo usando la parola Camorra come amplificatore mediatico, salvo poi ritrarre la mano quando la storia ha già fatto il giro e il clima inizia a pesare?
Non si può avere tutto insieme. Non si può far esplodere un caso sulla scala nazionale e poi archiviare il giorno dopo spiegando che “il can can mediatico a livello nazionale dà una dimensione esagerata e distorta sull’accaduto”. Non perché la cronaca non possa correggersi. La cronaca deve correggersi quando emergono elementi nuovi. Ma perché in mezzo ci sono le persone, ci sono i territori, c’è la reputazione di comunità intere.
Non perché l’Altopiano sia un’isola felice in assoluto, ma perché più dannosa ancora di una cattiva reputazione è l’omertà di chi nasconde la polvere sotto al tappeto, permettendo che prolifichi e diventi normalità il metodo mafioso, non così facile da identificare e perseguire ma altrettanto presente nel tessuto di alcune piccole comunità.
E soprattutto c’è la credibilità di chi racconta.
Qui entra il secondo tema, quello più scomodo per i giornalisti perché chiama in causa il nostro mestiere. Quando si pompa una vicenda, lo si fa per due motivi: o perché si crede davvero che sia un fatto che riguarda tutti e quindi va portato dove può fare più rumore e generare più protezione oppure perché si cerca il rumore in sé. In entrambi i casi, dopo, arriva il conto.
Il conto è questo: se oggi dici “è una cosa enorme” e domani dici “è stata ingigantita” crei un cortocircuito che fa male a tutti. Fa male al ragazzo che riceve le lettere, perché rischia di essere trascinato nella palude del “sarà stata una montatura”. Fa male al territorio, perché viene prima esposto e poi liquidato come teatro di un equivoco. Fa male al giornalismo, perché offre su un piatto d’argento l’argomento preferito di chi odia la stampa: “Vedete, esagerano”.
E fa male soprattutto a una categoria di persone che merita rispetto totale e senza retorica: quei giornalisti che le mafie le combattono davvero ogni giorno. Quelli che non si limitano a un post o a un articolo di sostegno, ma con coraggio fanno nomi e cognomi, seguono processi, incrociano poteri, si prendono querele temerarie, vivono sotto scorta, sanno che il prezzo può essere la vita.
Lì la parola minaccia ha un peso specifico diverso; non più leggero, diverso. Ha il sapore di un’esistenza dedicata al rischio per il bene della società.
E allora sì, ribadiamolo chiaramente: massima solidarietà a chi subisce intimidazioni e tentativi di bavaglio anche nelle nostre comunità, soprattutto nelle nostre comunità, perché è lì che il silenzio attecchisce più in fretta. Ma insieme chiediamo una cosa che è la prima forma di rispetto verso le vittime e verso i lettori: coerenza.
Se credi che ci sia un disegno più grande, abbi la schiena dritta e dillo fino in fondo. Se credi che sia un gesto locale di miserabile vigliaccheria, dillo subito e non usare Caivano come megafono. Perché la schiena dritta non è uno slogan. È una responsabilità. E nel nostro mestiere la responsabilità è tutto.
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