Non ci sono più le mezze stagioni. Il cambiamento climatico imperversa e sì, ha cambiato anche il volto dell’Altopiano, con meno neve e un clima a volte impazzito, che alterna caldo anomalo e intense precipitazioni. Sembra davvero che si stia andando verso un clima tropicale. Però no, non sono arrivati coccodrilli a infestare i laghetti di Roana e Lumera. Non sono arrivati perché sono sempre stati qui, o meglio c’erano in un lontano passato.
I ritrovamenti dei resti di questi animali sono piuttosto rari, ma non impossibili. È il 1996 quando resti di mandibola di coccodrillo vengono ritrovati in una lastra di rosso ammonitico. La lastra era stata estratta con tutta probabilità nel 1990 in una cava in località Valbella, vicino a Sasso.
È un caso unico? In realtà no. La prima segnalazione di cui abbiamo notizia risale addirittura al 1787, da una lettera in cui tal Gerolamo Barettoni informava l’amico Giovanni Arduino della scoperta di un cranio di coccodrillo. L’autore della corrispondenza aveva infatti notato una lastra contenente il cranio tra quelle che delimitavano l’orto di un certo Francesco Azzolin a Treschè di Canove. Questa lastra era stata estratta anni prima in una cava di Monte Zovetto.
La scoperta era molto interessante, tanto che se ne interessarono diversi studiosi nel corso del tempo e le relazioni, assieme alla corrispondenza di Barettoni, furono pubblicate nel 1794 sul «Nuovo Giornale d’Italia». Il reperto in questione, chiamato con la consueta modestia Steneosaurus Barettoni, è tutt’oggi conservato nel museo del Dipartimento di Geologia dell’Università di Padova e nessun nuovo studio è andato a revisionare l’attribuzione della specie, anche se oggi i ricercatori sono abbastanza cauti nel far rientrare questo reperto nella specie indicata da Barettoni.
Bisognerà fare un salto lunghissimo e arrivare agli sfolgoranti anni ’90 per incontrare un nuovo coccodrillo aggirarsi sull’Altopiano. Stavolta a trovarlo e studiarlo è Fabrizio Bizzarrini, dai cui articoli è tratto gran parte del materiale del presente testo. I sopralluoghi di Bizzarrini in loco hanno dato scarse informazioni, essendo al tempo la cava dismessa e parzialmente ricoperta.
Ma esattamente cosa si è trovato? Si tratta di quattro lastre tagliate in successione che mostrano in tutto otto sezioni dell’arcata mandibolare sinistra di un coccodrillo. In ulteriori due lastre dello stesso blocco, tagliate successivamente, è forse possibile rintracciare l’area goniale mandibolare.
A questo punto le domande sorgono spontanee: i due coccodrilli, quello scoperto nel 1787 e quello più recente del 1996, sono contemporanei? E sono della stessa specie? In realtà anche l’attribuzione del secondo esemplare è piuttosto difficoltosa. Sappiamo, dall’esame della cava, che il secondo esemplare dovrebbe essere riferibile all’età Batoniana, quindi più antico di quello scoperto in precedenza. Il nostro simpatico animale sarebbe quindi vissuto sull’Altopiano, che allora Altopiano non era, tra 167 e 164 milioni di anni fa, in pieno Giurassico Medio.
È proprio in questa fase della storia che nasce geologicamente l’Altopiano dei Sette Comuni, in un periodo in cui l’area era coperta da un mare profondo. Durante questa epoca si depositarono formazioni come la Maiolica, un’area che è stata un tempo conosciuta come “Biancone” o “Bianco di Asiago”, e si concretizzò l’aspetto che successivamente sarebbe stato quello delle rocce e dei rilievi del nostro territorio.
E qui arriviamo alla seconda domanda: erano della stessa specie? Avrete intuito che la grande distanza temporale tra i due esemplari fa sì che probabilmente, pur essendo entrambi coccodrilli, appartengano a due specie diverse. Bizzarrini ne propone timidamente l’attribuzione alla famiglia dei Metriorhynchidae.
Questa famiglia, dal nome impronunciabile, era molto particolare: si trattava di rettili simili ai moderni coccodrilli ma completamente adattati alla vita marina. Avevano infatti un corpo allungato e affusolato, zampe posteriori più grandi delle anteriori, una coda lunga e robusta molto più simile a quella di un pesce che a quella di un rettile. Inoltre erano dotati di denti conici, adatti a catturare e mangiare pesci e altri animali marini. Le dimensioni del corpo erano molto variabili, da pochi metri a oltre 7 metri di lunghezza.
I Metriorhynchidae erano predatori marini efficienti che vivevano in ambienti costieri e oceanici. Sono considerati uno degli esempi più interessanti di evoluzione di rettili terrestri verso uno stile di vita marino. Insomma, erano rettili ma si comportavano un po’ da squali.
Ma com’era dunque l’aspetto dell’Altopiano nel periodo in cui questi strani animali rimasero sigillati in quella capsula del tempo che spesso è la roccia? Durante il Giurassico quelli che poi sarebbero diventati i Sette Comuni facevano parte di un vasto mare, come gran parte del Veneto, sul fondo del quale si depositarono nel corso delle ere geologiche le rocce sedimentarie che oggi formano la zona montuosa.
In fondo non è difficile immaginarlo, visto che spesso durante le nostre passeggiate incontriamo un gran numero di fossili, testimoni di quell’antica vita marina. Ecco, quelli appartengono alla fase più recente della formazione rocciosa sottomarina dell’area. Un vasto mare quindi, ovviamente popolato da creature adattate a vivere in quell’ambiente, a partire dalle numerose ammoniti e dai cefalopodi, per concludere con questi stupendi esemplari di coccodrillo, o meglio del loro lontano cugino.
Ben prima che queste terre fossero raggiunte dagli eserciti, dai Cimbri e andando ancora più indietro dai cacciatori paleolitici, la storia aveva già iniziato il suo percorso, lento, nel rendere questo scampolo di mondo così come oggi lo vediamo, per vie che ci appaiono a volte incredibili. Ha popolato questi monti di animali marini lontanissimi da quelli che siamo abituati a vedere, passando attraverso fondali salati per giungere alle malghe, ai larici e alla neve, lasciando tracce di quel lontano passato quasi ovunque.
Prima che vi mettiate a caccia di fossili però vi ricordo che la loro raccolta è rigidamente regolamentata e generalmente vietata su tutto il territorio nazionale. Nel caso vi imbatteste nei resti di un coccodrillo giurassico, la cosa giusta da fare sarebbe segnalarne la presenza alle autorità, per fare in modo che vengano svolti gli opportuni studi.
Se invece durante un’escursione siete così fortunati da trovare un coccodrillo vivo aggirarsi sull’Altopiano, vi prego chiamatemi, perché non voglio perdermi lo spettacolo.
Rubrica a cura del Fauno

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