I racconti del Fauno: Val d’Assa, la profonda cicatrice che divide e unisce

Un luogo dove l’erosione stimola l’immaginazione

Il gruppo procede dietro le mie spalle un po’ ansimando, un po’ spaesato. Nei viaggi sull’Altopiano metto sempre questa come prima escursione del programma. Certo per testare un po’ gambe e umore dei componenti, farli conoscere e amalgamare, ma anche perché questo è un luogo che parla. Racconta come una lunga, affascinante cronaca la storia e gli avvenimenti tra le sue rocce, i suoi boschi, le sue acque. Non è affatto un caso che ogni volta che percorro questa valle entro in un non-luogo, una sorta di sogno lucido in cui voci ed echi millenari si mischiano e si sovrappongono. Come non è un caso che l’archeologo Ausilio Priuli, tra i primi a studiare i graffiti che testimoniano una presenza che si perde tra le spirali del tempo, scrisse di questa stretta valle attorniata da strapiombanti pareti di roccia: “La Val D’Assa ha richiamato e concentrato sulle proprie rocce la religiosità umana, forse per essere una stretta e profonda gola, buia, quasi inaccessibile, una ferita nella terra, un luogo sinistro”. In pochi luoghi come questo l’erosione ha creato uno scenario perfetto per stimolare l’immaginazione e risvegliare fantasmi di un passato senza tempo.

Il sole è alto nel cielo e dardeggia proprio perpendicolare sulle nostre teste, arriva fino qui sotto, nel regno dell’ombra. Il fischio acuto di un rapace che volteggia sfruttando l’aria calda che sale dalle rocce bollenti mi risveglia improvvisamente dal mio baluginante sogno. Intorno le alte pareti svettano severe, bordate da abeti. Alcuni di loro scricchiolano sinistramente al vento, mentre sul fondo biancheggiano le rocce levigate dal torrente. È un luogo complesso, questo. Per formarsi hanno dovuto concorrere ben tre forze erosive: quella glaciale, quella fluviale e quella carsica. Perché le storie complesse generano luoghi potenti e suggestivi, come le persone con un passato difficile, spesso affascinanti e pericolose. “Ma in che luogo stupendo ci hai portato?” domanda la ragazza con gli occhi grandi. Sorrido, il fascino del passato oscuro. Ad accrescere i rimandi e le suggestioni ci pensano i grappoli di graffiti lasciati da secoli di mani che hanno solcato questa valle. Simboli, scritte, disegni che si accostano, si sovrappongono, provengono da genti ed epoche diverse, affrescando indelebilmente questo tunnel della memoria. Se le scritte e le date appartengono alla storia recente, molte delle croci — e ce ne sono proprio tante — alla ricerca di protezione contro il maligno sono tutta medievali, alcune risalgono di certo ad epoche più antiche. Non esiste una datazione precisa: i più ottimisti parlano del Paleolitico, i più cauti dell’Età del Ferro. Poco cambia, perché questa non è solamente una gola suggestiva, ma anche una delle porte dell’Altopiano. Queste terre alte furono abitate stabilmente solamente in tempi piuttosto recenti, ma la frequentazione si attesta già a partire dal Paleolitico, con le celeberrime battute di caccia allo stambecco che hanno reso famoso il Riparo Dalmeri e altri ripari dell’Altopiano. Salire qui su, prima dei dolci o meno dolci tornanti delle strade carreggiabili, significava percorrere queste cicatrici, evitando i salti di quota più impervi di altre zone.

L’archeologo Domenico Nisi, che ha lungamente studiato la mummia del Similaun e ne ha tratto preziosi suggerimenti sull’archeologia alpina, ha individuato tre grandi momenti della colonizzazione delle Alpi, che possono essere similmente riconosciuti anche nella storia dell’Altopiano: quella dei cacciatori paleolitici, quella dei contadini e pastori neolitici, quella turistica. Il passaggio di cacciatori prima e di pastori poi — di agricoltura qui su ce n’è stata sempre un po’ pochina — ha scandito il ritmo della frequentazione di questa valle. Ricorda Nisi: “Gli animali domestici non fanno altro che seguire le tracce dei loro parenti selvatici e i pastori li accompagnano”. Alcuni luoghi erano talmente suggestivi da divenire luoghi sacri, come intuisce Priuli: “L’incidere è un modo per comunicare con il soprannaturale”.

Il gruppo inizia ad arrancare sotto il peso dei passi e della fatica. Il caldo è torrido e dalla valle salgono pesanti nuvoloni biancastri che indicano l’afa terribile della pianura e un probabile acquazzone pomeridiano. La sosta non è casuale, ma nei pressi di un’altra pagina di storia vissuta da questa valle. Il cartello di fronte alla scura cavità scavata nella roccia viva recita: “postazioni italiane 15-18”. Perché la guerra non ha risparmiato neanche questo profondo recesso di mondo, porta d’accesso e forse santuario dell’antichità, di certo santuario della memoria. A differenza di altri luoghi sconvolti dalla carneficina, qui oltre a postazioni, bunker e trincee rimangono altri graffiti, incisi stavolta da soldati di entrambe le parti, perché l’uomo scrive dove trova scritto in un continuum senza fine dalla notte dei tempi alle notti insonni dei nostri bisnonni accucciati tra fango e roccia. La memoria corre a quei giorni. È il 3 luglio 1916. I battaglioni del 43° di fanteria hanno ricevuto l’ordine di sfondare il fronte tra Rotzo e Roana, a ovest di Asiago. Fa parte della partita Alfredo Zapponi, che annota sul diario la disfatta: “Siamo adesso in fondo al torrente Assa a pochi metri dal nemico. Fucilate tremende, tremendi singhiozzi gracidanti di mitragliatrici. Prendo il comando di quegli uomini e ancora avanti, ma io penso che, senza informazioni come siamo, potremmo anche cadere in bocca al nemico.” Il fondovalle diventa terreno di scontri: “Sul letto del torrente passano numerosi i portaferiti coi morti in collo che raccolgono via via da terra, coperti con un po’ di tela. All’oscuro io calpesto un ferito che non geme neanche. E riprendiamo la marcia spaventosa.” Durante questa tremenda nottata lo attraverseranno pensieri suicidi, in una sorta di sogno a occhi aperti che si sposa perfettamente con l’atmosfera allucinata di una guerra in un luogo incombente come questo. Così anche la guerra, pesantemente e indelebilmente, segna questa valle.

È vero che la Val d’Assa è una cicatrice della terra. Un profondo imbuto che raccoglie, insieme alle acque dei monti, frammenti di memoria e storie e le trattiene, quasi assorbendole. Dalle manifestazioni del sacro di età remote alle tragedie della Grande Guerra. Una profonda cicatrice che separa fisicamente due mondi, ma nel contempo unisce le due sponde, inghiottendo e conservando nel profondo la grande storia corale dell’Altopiano.

Rubrica a cura del Fauno

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