I racconti del Fauno, la Madonna del Barenthal e l’artista misterioso

Un’incisione nascosta del 1647: quale sarà il suo significato?

Piove questo pomeriggio sui boschi del Barenthal. Piove sulle cime degli abeti, sulle rocce calcaree, piove sulle lapidi ordinate del cimitero inglese, quasi a lavare il sangue versato in questi luoghi. Una tipica pioggia pomeridiana dell’Altopiano, non violenta ma ostinata. Un passo dopo l’altro sui gradini ricavati nella nuda terra, le mani che poggiano sul passamano di legno, si sale verso il gruppo di rocce che quasi fanno un piccolo teatro di pietra.

Chissà se pioveva anche quel giorno del 1647, quando l’artista sconosciuto ha raffigurato una delicata Madonnina sulla nuda roccia, incidendo anche la data di realizzazione e una raffinata croce. Chissà se pioveva, perché spesso fin da tempi remotissimi le immagini sacre sono servite a scongiurare maltempo e tempeste che potevano cogliere il viandante lungo il cammino. Ma ancora più spesso queste immagini servivano a scongiurare la presenza di streghe e diavoli in luoghi particolarmente tenebrosi e il fitto e oscuro bosco del Barenthal ben si prestava ad essere dimora di pericolosi spiriti che potevano ghermire i viandanti sorpresi dalla notte.

Spesso è questo il senso di croci, santi e Vergini raffigurate là dove non ti aspetteresti di trovarle. Oppure servivano a ringraziare di un fatto miracoloso o soprannaturale che proprio in quel punto ha attirato la devozione e la meraviglia del popolo. Questo probabilmente non lo sapremo mai, ma quell’anno, quel 1647, era, come ce ne sono stati prima e ce ne saranno ancora, un periodo turbolento.

Forse erano arrivate fin qui sull’Altopiano le notizie della grande rivolta scoppiata nel Regno di Napoli, guidata dal pescivendolo passato alla storia, e nelle canzoni di Pino Daniele, col soprannome di Masaniello, che proprio in quell’anno arringava le folle sulle piazze della città partenopea. Forse giungevano gli echi del colpo di coda della Guerra dei Trent’anni, che volgeva al suo epilogo dopo aver insanguinato l’Europa centrale, con l’abbandono della guerra da parte di Massimiliano I di Baviera.

Di certo erano giunte le notizie delle ostilità allora in corso con l’Impero Ottomano per la difesa di Creta, perché le terre dell’Altopiano avevano contribuito alla guerra fornendo uomini e materiali a Venezia. Una guerra terminata solamente dopo anni e che avrebbe visto la Repubblica sconfitta e la conquista ottomana di Creta. E si sa che le notizie di guerre e sommosse gettano nei cuori sentimenti di insicurezza e aumentano la nascita di timori, anche sovrannaturali, che crescono nell’isolamento e si fondono con le superstizioni popolari.

Ma il 1647 è anche l’anno che vede imperversare nel Mediterraneo una nuova ondata di peste, che colpirà il Regno di Napoli, quello di Sardegna e il Regno di Spagna. Sono passati solamente poco più di dieci anni dall’epidemia di peste che giunse fino in Altopiano, sì, quella dei Promessi sposi, e che probabilmente risuona nel toponimo del lazzaretto, la cui vicinanza con la Madonnina appare quasi singolare, e imperversò fino al 1633.

Non è stato affatto un periodo facile, il Seicento, come scrive Vittorio Beonio Brocchieri, “Schiacciato fra due secoli ‘progressivi’, moderni o addirittura rivoluzionari, il Seicento non ha avuto per lo più una buona stampa. Secolo di crisi, ‘secolo di ferro’, di guerre, rivolte, oscurantismo, assolutismo e ‘rifeudalizzazione’, pseudopoesia, il Seicento appare, nel migliore dei casi, come una parentesi oscura, un contrattempo nel percorso trionfale di affermazione della modernità. In Italia ha a lungo pesato l’immagine manzoniana di un secolo ‘sudicio e sfarzoso’, segnato dal dominio straniero, dall’arroganza di una nobiltà inetta e retriva, dal conservatorismo culturale e sociale, dal controllo oppressivo della Chiesa controriformistica e dal tradimento di una borghesia mercantile e finanziaria che pure nel Cinquecento era sembrata ancora così dinamica.”

Il secolo in cui le guerre di religione hanno spaccato l’Europa e, probabilmente, gettato benzina sul fuoco della recrudescenza finale della caccia alle streghe, con tutto il suo carico di sospetto e superstizione, ma anche dell’inizio della condanna dei metodi utilizzati dall’Inquisizione.

Piove sui boschi del Barenthal e sono solo in questo tardo pomeriggio di mezza estate davanti all’immagine che mi riporta indietro nel tempo. Piove e forse pioveva anche quel giorno e magari lo sconosciuto artista nulla sapeva di Masaniello, della peste o della guerra, magari lì, solo come me, voleva solamente rendere omaggio alla Vergine per uno scampato pericolo, per una malattia superata o per senso di devozione.

Questo non lo sapremo, ma di certo ha scelto un luogo inconsueto. Non sul classico incrocio né dentro un’edicola come si vedono spesso all’ingresso dei paesi. No, qui siamo discosti dalla strada, in mezzo al bosco, sotto una roccia, nascosta dagli occhi dei passanti. Per trovarla dovevi proprio saperlo, adesso ce lo dice un cartello.

E allora rimane la domanda, che rimarrà tale: perché qualcuno ha voluto lasciare proprio là questo altare? Le guerre erano lontane, ma la peste no, era ancora viva nel ricordo degli altopianesi, così come le terribili storie di streghe e demoni che si raccontavano la sera intorno al fuoco, di fatti inspiegabili che capitavano tra i boschi e che ancora oggi risuonano in tanti toponimi cimbri; a fare da contraltare a questi i fatti miracolosi come guarigioni e tempeste scampate, tutte figlie dello stesso clima di credenza popolare che ancora vedeva labile, soprattutto nelle zone isolate, il confine tra religione, magia e superstizione.

Ecco che forse in questo clima, più che nei grandi sconvolgimenti storici, va ricercata la ragione della nostra delicata Madonnina. Nel tentativo di rendere sicuri boschi oscuri e pieni di presenze, nella speranza di scampare a pericoli sempre in agguato, nel ringraziare di averne già scampato qualcuno di grosso.

La pioggia cessa, lasciando solo il rumore ritmato delle gocce che precipitano dagli aghi di abete e il profumo avvolgente di terra bagnata e muschio. Col suo viso pacifico, appena riconoscibile, sbiadito dal tempo e dalle intemperie, l’immagine sacra rassicura che anche stavolta nulla è successo. Tutto passa, come il tempo che ci separa da quel lontano 1647, quando una mano, persa ormai tra le pieghe della storia, ha immortalato un frammento di questo tempo tra queste rocce perse nella selva del Barenthal. Il fatto che non sapremo mai chi e perché, a questo punto, appare un dettaglio.

Rubrica a cura del Fauno

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