Il sentiero procede serpeggiando attraverso una distesa ondulata di pino mugo. Sulla destra l’aspro bastione di Monte Zingarella troneggia quasi minaccioso. Chi cammina verso Cima Dodici da Malga Galmarara, all’improvviso si trova immerso in un panorama aperto e quasi surreale, arrivando al minuscolo Baito Italia, a quota 1.979 metri, subito prima del Bivio Italia.
In pochi notano e si avventurano poco prima sul sentiero che porta al Bivacco Tre Fontane, a quota 1.874 metri. Due bivacchi a così breve distanza sono insoliti, ma non per questo meno affascinanti.
Il Baito Italia, recentemente ristrutturato dal CAI di Asiago, è un gioiellino in miniatura, perfetto nella sua spartana e minuscola funzionalità. Il Bivacco Tre Fontane ha invece tutt’altra fattura: due zone divise, una accessibile con la chiave e l’altra sempre aperta a disposizione dei camminatori.
Qui un’ampia sala con stufa e camino, tavolo e panche e una piccola dispensa lasciano intravedere sul fondo le scale che portano al soppalco, dove si trova la zona notte con vecchi materassi. Se il primo sa di nuovo, grazie alla recente rimessa in ordine, il secondo conserva l’odore intenso, per qualcuno fastidioso, del vissuto: tizzoni ancora nel focolare, la macchinetta del caffè sul piano cottura che ha visto tempi migliori.
Molti dei bivacchi in cui sono entrato assomigliavano più al Tre Fontane che al primo, ma entrambi hanno un fascino irresistibile, come tutti i luoghi precari.
Qui da noi, in Altopiano, ci sono tantissimi baiti e bivacchi. Quasi più del necessario. Il motivo affonda le radici nella storia millenaria e umile di questi luoghi. Ancora oggi molti di questi spazi sono utilizzati dai pastori nelle loro transumanze.
La pastorizia è stata l’attività economica più importante dell’Altopiano, ben prima che arrivassero le mucche. I pastori sono nomadi, non hanno malghe da gestire, ma greggi da condurre. Il bivacco diventa allora una casa fugace ma essenziale.
Dormire per una notte dove hanno dormito non soltanto escursionisti, ma anche pastori durante la loro stagione nomade, con le loro storie e la loro atavica e impassibile saggezza, rende questa esperienza più intensa.
Qualche tempo fa ho incontrato un gruppo di pastori e il loro sterminato gregge nei pressi del Bivacco Campoluzzo, uno dei luoghi più freddi d’Italia. Mi hanno raccontato storie di vita, di un’esistenza spartana e semplice, di come quelle quattro mura diventino l’epicentro fugace di giornate scandite da sole, pioggia, luce e buio.
Qui da noi il bivacco è ancora vivo perché non ha fini esclusivamente di emergenza o sportivi, ma entra a far parte della vita quotidiana di un’attività millenaria.
Arrivo al Tre Fontane uscendo dalla macchia di mugo. È una bella giornata di novembre, con il sole ancora caldo. Fuori, su una tavolata di legno con panche, una coppia consuma un panino e si gode il tepore della metà del giorno. Non è detto, ma credo non si renda appieno conto dell’importanza di questa costruzione isolata nel nulla. Per loro probabilmente è solo un punto sosta con un tavolo.
Il mio primo incontro con un bivacco risale all’adolescenza e al progetto di passare un periodo in campeggio tra i boschi con gli amici. Una notte la pioggia ci svegliò. Tanta, come non ne avevo mai vista. In poco tempo la vecchia tenda era allagata. Per fortuna poco distante c’era un bivacco.
Fradici, infreddoliti e assonnati riparammo in quel tugurio, che in quella situazione ci sembrò il posto più bello del mondo. Cambiarci all’asciutto, accendere il fuoco e dormire al caldo era la sola cosa di cui avevamo bisogno in quel momento. Il bivacco offriva tutto questo.
Ancora pioggia, tanti anni più tardi, nel Parco della Majella. Stavolta però la sosta era in programma. Arrivammo in due, quasi al buio, sotto una pioggia non violenta ma continua. Il bivacco da lontano ci apparve come una visione, ancora più sorprendente perché una luce si diffondeva dall’interno.
Un gruppo di speleologi ne aveva fatto il punto di appoggio per esplorare una grotta vicina. Con loro abbiamo condiviso il bivacco, un caffè caldo e il pasto, parlando come vecchi amici in mezzo al nulla.
Nella neve il terzo incontro, con la fonte poco lontana ghiacciata e un piccolo bivacco come unica protezione in mezzo al bianco perfetto tutto intorno. Una stufa, un soppalco per dormire, una minestra calda. Poi, nel tempo, ce ne sono stati molti altri, che hanno rinsaldato il mio personale legame con questi luoghi sospesi.
Chi non è mai arrivato a un bivacco di sera, dopo una lunga camminata, stanco e affamato, magari infreddolito, difficilmente capirà la sensazione di calore domestico che può sprigionare un luogo così effimero, spartano e provvisorio.
In ognuno di questi luoghi c’è una poesia difficile da raccontare eppure palpabile. Un bivacco è un’espressione di libertà e di anarchia. È di tutti, ma non è di nessuno. Non ha senso recintarlo o chiuderlo, perché perderebbe la sua funzione.
Un bivacco è un’espressione di nomadismo. È il luogo sicuro dove ripararsi nelle notti di tempesta, fino quasi a diventare casa, ma non può essere abitato a lungo. Poi si deve ripartire.
Un bivacco è essenzialità: ricorda quanto poco serva davvero. Un bivacco è anche espressione di responsabilità, perché si può utilizzare soltanto pensando a chi verrà dopo di noi. È provvisorietà e sicurezza insieme. È l’inizio dell’avventura, il punto da cui spesso si parte per grandi o piccole sfide.
È un rifugio momentaneo eppure vitale, quasi contenesse la vita di tutti coloro che, in qualunque situazione, sono passati di là. Per questo, in fin dei conti, è un luogo-non luogo magico.
I bivacchi sono beni di tutti, usufruibili da tutti e proprio per questo affidati alla responsabilità di ciascuno. Ci sono regole che tutti dovremmo seguire. Escludendo gli atti vandalici, che sono perseguibili per legge, entrando in un bivacco si dovrebbe lasciare tutto il più possibile come lo si è trovato, magari anche meglio.
Se si utilizza legna già presente sul posto, è buona norma lasciarne altra pronta per chi arriverà dopo. Bisogna essere pronti a condividere lo spazio con altre persone, qualora non si fosse soli e portare sempre via con sé i rifiuti. In questi luoghi non arriva il servizio di raccolta: la manutenzione ordinaria e straordinaria è quasi sempre garantita da volontari che vi dedicano il proprio tempo libero.
Rubrica a cura del Fauno
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