C’è un tempo da lupi quella sera. La pioggia scroscia pesante e flagella alberi e rocce. Un vento forte piega le piante e sembra non dare tregua alla terra. È la prima metà dell’800. Per la precisione, il 1830. Con quel tempo, nessuno si avventura in giro, uomini e animali stanno al riparo nelle case e nelle stalle. Tra le altre cose, sta diventando buio e avventurarsi là fuori sarebbe una follia.
Confuso con lo scroscio della pioggia, tra le poche pause del vento, si ode il rumore appena percettibile di passi. Passi stanchi, trascinati, caparbi. Nella penombra del bosco si intravede a tratti, tra gli alberi, una figura china, magrissima, che cammina lenta sotto la tempesta. Coperta di un logoro mantello, sembra essere l’unico essere vivente nei paraggi. Avanza con ostinazione, sebbene si veda poco e inciampa spesso, qualche volta cade e si rialza, tornando ad avanzare.
Se qualcuno lo avesse incontrato, lo avrebbe di certo scambiato per un bandito, o per un poveraccio che si era perso nella tormenta, o peggio ancora, per un’anima dannata. Erano ancora vive, a quei tempi, superstizioni antiche che parlavano di presenze che vagavano nei boschi senza pace.
La strada del Costo non era ancora stata costruita, le comunità dell’Altopiano vivevano molto più isolate, accompagnate da retaggi ancestrali che si narravano la sera accanto al fuoco. E proprio uscita da una di quelle antiche storie sembra la strana figura.
Ma non è un’anima dannata, né un poveraccio disperso, né un bandito. Si tratta di un religioso, Frà Giovanni Battista Casera, eremita, francescano del Terzo Ordine.
Quando sentiamo la parola eremita, ci vengono subito in mente immagini di un passato antico, monaci medievali laceri e un po’ pazzi che vivevano nelle grotte o in ruderi (come quello in Ladyhawke), magari immagini un po’ mistiche che ci tornano in mente da una copertina di un disco dei Led Zeppelin. Eppure, a cavallo tra XVIII e XIX secolo, il fenomeno dell’eremitaggio era ancora abbastanza diffuso.
D’altronde, l’eremitaggio era una forma di vita spirituale consistente nell’isolamento volontario dal mondo per dedicarsi alla preghiera, alla meditazione e alla contemplazione. Nel secolo 1800, l’eremitaggio era una pratica comune in Europa, soprattutto in Italia e in Francia.
Gli eremiti del 1800 potevano essere suddivisi in due categorie principali. Da una parte, gli eremiti laici: erano persone che sceglievano di vivere in isolamento senza essere ordinati sacerdoti o monaci. Potevano essere uomini o donne e spesso vivevano in capanne o grotte isolate. Dall’altra, quelli religiosi: erano monaci o suore che vivevano in comunità monastiche, ma che sceglievano di ritirarsi in isolamento per una vita di preghiera e contemplazione.
In entrambi i casi, alcune caratteristiche li accomunavano. Isolamento: gli eremiti vivevano in luoghi isolati, spesso in montagna o in zone rurali, per evitare le distrazioni del mondo. Preghiera e contemplazione: la preghiera e la contemplazione erano le attività principali degli eremiti. Lavoro manuale: molti eremiti si dedicavano a lavori manuali, come la coltivazione della terra o la produzione di oggetti artigianali. Povertà: gli eremiti vivevano in povertà, rinunciando ai beni materiali e alle comodità del mondo.
E proprio in quest’ultima caratteristica che ci spiega bene chi era Frà Giovanni Battista, che apparteneva al Terzo Ordine Francescano. Nel XIX secolo, il Terzo Ordine Francescano continuava a crescere e a diffondersi in tutta Italia e nel mondo. Fondato da San Francesco d’Assisi nel XIII secolo, era un ordine laico che riuniva uomini e donne che volevano vivere la spiritualità francescana nel mondo.
Nel 1800, era composto da laici che si impegnavano a vivere secondo gli ideali di povertà, castità e obbedienza, seguendo la Regola di San Francesco. I terziari francescani erano presenti in diverse forme di vita: alcuni vivevano in comunità, altri in famiglia, ma tutti si dedicavano a opere di carità e di apostolato.
I terziari francescani del 1800 si distinguevano per la loro dedizione alla preghiera, alla meditazione e alla carità. Erano presenti in ospedali, orfanotrofi e scuole, dove si prendevano cura dei più bisognosi.
Frà Giovanni Battista non era dunque né un bandito, né un dannato e avanzava curvo sotto la pioggia. Non voleva fermarsi perché ormai era quasi arrivato a destinazione. Aveva trascorso un lungo periodo in pellegrinaggio visitando alcuni tra i più famosi luoghi Santi dedicati alla Vergine Maria del Nord Italia. Poi era giunto al Santuario di Caravaggio, vicino a Bergamo (sì, dove era nato Michelangelo Merisi, detto, per l’appunto, il Caravaggio), dove era rimasto incantato da un’immagine della Madonna lì venerata. Aveva deciso che era ora di tornare a casa, portando con sé quell’immagine sacra.
Frà Giovanni era nato ad Agordo nel 1790, ma quella non era più casa sua. Viveva in una comunità eremitica qui sull’Altopiano e proprio quella sera stava facendo ritorno tra i suoi fratelli con il prezioso dono.
Ma quella sera non arrivò a casa. Proprio nei pressi di Gallio, nel punto in cui per procedere oltre bisogna attraversare gli scoscesi dirupi della Val Frenzela, il cammino caparbio del frate fu fermato. Il fondovalle era impraticabile a causa di una irruenta fiumana. Probabilmente il Frate aveva cercato un punto dove guadare le acque turbinanti, ma alla fine si era dovuto arrendere.
Stanco, bagnato e infreddolito, si era alla fine risolto a passare la notte lì, aspettando che la situazione migliorasse. Trovato un riparo provvisorio, aveva aspettato con pazienza le luci del nuovo giorno.
Quando il giorno sorse e il nostro malcapitato frate potè riprendere sano e salvo il cammino, un’idea era maturata nella sua mente, nata durante la notte insonne di meditazione e preghiera: in quel luogo avrebbe eretto un santuario alla Madonna per ringraziarla dello scampato pericolo e un ponte che superasse le ripide falesie della valle e agevolasse il transito (magari pensava di ripartire). Doveva trattarsi di un punto di ristoro fisico e spirituale per i viandanti, come viandante era stato lui nella notte peggiore della sua vita.
Quattro anni dopo, nel 1834, vedeva la luce il santuario che sarebbe diventato celebre col nome di Madonna del Buso, per via dello stretto e incredibilmente panoramico canyon accanto al quale è costruito.
Oggi questo è un luogo tra i più suggestivi e visitati dell’Altopiano, ma in pochi portano la mente a quella incredibile notte di tempesta che cambiò il volto di questa parte di mondo e al frate eremita e girovago che qui ha voluto omaggiare tutti i pellegrini, viandanti e nomadi e le avversità che inevitabilmente dobbiamo superare nel corso della vita, ma che, in fondo, ci rendono vivi.
Rubrica a cura del Fauno
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