Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di aree interne: paesi che si svuotano, servizi che si riducono, difficoltà crescenti per chi decide di restare. Tra i problemi più sentiti c’è quello della sanità: trovare un medico, accedere a una visita o avere un presidio vicino non è più così immediato come una volta.
Non è solo una sensazione. I dati lo confermano: in molte aree interne l’accesso ai servizi sanitari è più complicato, i tempi di intervento sono più lunghi e la distanza da ospedali e ambulatori incide concretamente sulla qualità della vita.
A questo si aggiungono altri fattori: una popolazione mediamente più anziana, un ricorso limitato all’assistenza domiciliare e spesso la mancanza di medici di base presenti in modo stabile sul territorio.
Il tema è arrivato anche in Parlamento. Alla Camera è stata presentata una proposta di legge promossa da alcuni deputati del Movimento 5 Stelle, con l’obiettivo di affrontare insieme la carenza di personale sanitario e lo spopolamento dei piccoli comuni.
L’idea è quella di rendere più attrattivi questi territori per medici e professionisti della salute. Sono previsti contributi fino a 100 mila euro per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa nei comuni più a rischio, vincoli di permanenza di dieci anni, agevolazioni nei concorsi pubblici e investimenti sulla telemedicina. La misura prevede una dotazione di circa 20 milioni di euro l’anno a partire dal 2026.
Anche a livello regionale si stanno muovendo alcune iniziative.
Il governatore del Veneto, Alberto Stefani, ha riassunto così l’impostazione: “Per prendersi cura di una comunità, bisogna prima far sentire a casa chi indossa anche un camice”.
Si lavora quindi su soluzioni molto concrete, a partire dall’abitare: offrire alloggi vicini ai luoghi di lavoro e a costi sostenibili per il personale sanitario. In parallelo, si discute anche di interventi sul piano contrattuale per rendere la professione più attrattiva.
A Feltre sono già stati realizzati i primi alloggi destinati agli operatori sanitari, che saranno presto operativi. Un intervento ancora limitato, ma significativo per il territorio.
Anche a livello locale si vedono alcuni segnali.
A Enego, ad esempio, è stato ripristinato il servizio di ambulanza dopo anni di richieste e lavoro da parte delle istituzioni. Un risultato che incide direttamente sulla sicurezza della popolazione.
Un’altra novità riguarda l’Altopiano di Asiago, dove è stata realizzata una nuova foresteria per il personale sanitario dell’ospedale. L’obiettivo è facilitare la permanenza dei medici e degli operatori in un contesto montano, spesso distante dai grandi centri urbani.
Le stesse linee guida nazionali indicano tra le possibili soluzioni proprio la creazione di alloggi e foresterie, insieme al rafforzamento della medicina territoriale, dell’assistenza domiciliare e della telemedicina. L’intento è quello di ridurre gli spostamenti e garantire una presenza più stabile dei servizi.
Nelle aree interne, la sanità non è solo una questione di assistenza. Incide sulla sicurezza quotidiana, sulla qualità della vita e anche sulla capacità di un territorio di restare vivo.
Avere servizi presenti sul territorio significa dare una prospettiva a chi ci vive, soprattutto alle persone anziane, ma anche a chi lavora o investe in queste zone. Vale per la popolazione residente, ma anche per il turismo, che in molte realtà locali è una componente essenziale.
Per questo ogni presidio mantenuto o rafforzato ha un impatto che va oltre il singolo servizio.
Servono condizioni reali perché i professionisti della sanità possano scegliere di lavorare anche nei territori più periferici, non solo incentivi teorici.
Chi lavora in sanità resta una risorsa fondamentale ovunque, ma nelle aree interne il suo ruolo è ancora più decisivo.
E chi vive in questi territori ha bisogno di poter contare sugli stessi diritti di chi abita nelle città: accesso alla salute, assistenza e sicurezza.
Una partita che resta aperta e che si gioca giorno per giorno nei territori.
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