I racconti del Fauno: il Tanzerloch, luogo di storia e mistero

È un bel maggio terso. Per la precisione il 15 maggio e l’anno è il 1893. Un piccolo drappello vestito di scuro scende il ripido sentiero che parte dal villaggio di Camporovere verso le pareti strapiombanti della Valdassa. Sono militari, alpini per la precisione, ma non è un’operazione militare. A guidarli ci sono il tenente Ruzzeneneti e il capitano Satta Semidei. Lo scopo è quello di esplorare la voragine del Tanzerloch, una profonda depressione carsica cui la fantasia popolare ha dato un nome a dir poco inquietante: Buco delle Danze.

Si tratta di una delle più note cavità naturali della zona, formatasi per l’erosione della roccia calcarea ad opera dell’acqua. La roccia è una bella dolomia risalente al Triassico superiore, per capirci tra i 200 e i 220 milioni di anni fa. Non è una grotta, perché manca la volta superiore. In termini tecnici è una formazione epigea, cioè che si è formata dalla superficie.

Di quella prima esplorazione documentata sappiamo ben poco, se non che, come dicono le scarne fonti, si è “svolta magistralmente” e che sul fondo non sono stati rinvenuti reperti degni di nota, “né streghe, né fate”. E su questa bizzarra affermazione non possiamo che tornare al nome e alle leggende. Sì perché questo è un luogo che nel corso del tempo si è prestato ad essere ospite di innumerevoli leggende. Quella più conosciuta, e che tenta di spiegare il nome, mette insieme streghe, il Diavolo e fatti mirabolanti.

Due fratellini erano a guardia del gregge, avendo il divieto di penetrare nel bosco da cui provenivano rumori sinistri. La sorellina, incurante degli avvertimenti, si addentra nella selva, proprio in direzione della Valdassa. Ovviamente scompare. Altrettanto ovviamente il fratellino preoccupato si mette sulle sue tracce, non prima di aver preso una croce di legno dalla vicina chiesetta dell’Holl, che fa ancora bella mostra di sé poco fuori dall’abitato di Camporovere.

Camminando tra gli alberi intravede un bagliore e sente suoni abominevoli provenire da una radura. Arrivato abbastanza vicino scorge una scena raccapricciante: streghe che danzano in circolo con al centro nientemeno che il demonio in persona. Ai suoi piedi il corpo senza vita della sorellina. Preso da un misto di rabbia e paura il bimbo invoca la protezione di San Michele Arcangelo e getta contro il demonio la croce che aveva con sé.

E San Michele fa il suo dovere: urla atterrite delle malvage streghe e un boato spaventoso; la terra che si squarcia sotto i loro piedi, inghiottendoli tutti e lasciando dietro di sé una voragine immensa, che da quel momento verrà chiamata Tanzerloch, buco delle danze.

San Michele non è nuovo a queste imprese. Oltre ad essere il generalissimo delle milizie celesti, è infatti sempre associato ad antri, grotte, voragini. Soprattutto nel centro e sud Italia lo troviamo frequentemente nei toponimi di caverne e a volte anche dipinto o inciso sulle pareti. Una probabile spiegazione è forse che fosse invocato in quei luoghi per presidiare passaggi e collegamenti col mondo sotterraneo, residenza del diavolo.

Con queste premesse è abbastanza comprensibile la delusione del tenente Ruzzeneneti e del capitano Satta Semidei, nel constatare che sul fondo non ci fosse nulla. Nemmeno il fantomatico collegamento sotterraneo con il Gacominerloch, ormai si è capito, un’altra voragine, che una leggenda sempre stregonesca voleva come via di uscita delle streghe dai loro antri sotterranei, dai quali spiccavano i loro voli magici. Una specie di pista di decollo che permetteva alle maledette di svolazzare durante la notte a compiere misfatti.

È un lunedì mattina di tarda primavera. L’aria tiepida è mossa appena da un leggero vento che muove delicato le chiome degli alberi. Cammino lungo lo stesso ripido sentiero percorso dagli Alpini 133 anni fa. La voragine è ancora là con i suoi settanta metri di profondità, a parlare di ere geologiche, fenomeni carsici, streghe, diavoli e santi.

Una staccionata la circonda per evitare incidenti agli sprovveduti e sul bordo si intravedono resti di strutture che sembrano un vecchio locale edificato sull’orlo dell’abisso. Cose che si facevano negli anni ’60. A pochi passi dal Tanzerloch la roccia dolomia torna a precipitare, ci sono le altissime rocce e lì in fondo la Valdassa.

Qui, sotto un albero, alcune borre. Si tratta di masse di pelo, ossa e altri residui non digestibili che gli uccelli rapaci rigurgitano dopo aver mangiato. Queste pareti rocciose sono l’habitat naturale per molte specie di rapaci diurni e notturni. La esamino. Il pasto è stato un’arvicola, ma il predatore? La borra ha tutta l’aria di essere di una civetta.

Il nome scientifico di questo splendido animale è altisonante: Athene Noctua, anticamente sacro alla dea Atena. Ma altrettanto affascinante è il piumaggio marrone con macchie bianche, occhi gialli e la caratteristica testa piatta.

Non è raro durante la notte ascoltare il suo verso, a dire il vero un po’ inquietante, che ha alimentato leggende il cui ricordo si perde nell’antichità. Udire il suo verso è stato a lungo considerato presagio di sventura o morte. Non solo, nella tradizione popolare, la civetta era considerata animale compagno delle streghe, che lo utilizzavano come messaggero o spia.

Tutta la famiglia dei rapaci notturni ha l’appellativo comune di strigiformi. Questo strano nome deriva dal termine romano che significava proprio civetta, ossia strix, vi ricorda qualcosa? Attraverso il latino medievale striga ha dato origine al termine moderno strega.

Forse i suoni macabri che uscivano dal bosco per cui era stato vietato l’accesso ai pastorelli era proprio il verso “maledetto” della civetta, questo non lo sapremo mai. Ma di sicuro al Tanzerloch le streghe ci sono ancora e ci sono sempre state.

Solo che non serviva scendere sul fondo come il tenente Ruzzeneneti e il capitano Satta Semidei, forse sarebbe bastato camminare di notte in quei boschi e alzare gli occhi verso le chiome degli alberi. Perché lì vivono ancora degli splendidi animali notturni che hanno dato indirettamente origine alle leggende che i bisnonni dell’Altopiano raccontavano ai bambini, intorno al fuoco, per spaventarli.

Rubrica a cura del Fauno

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