Cara Rebecca, caro Filippo grazie di tutto. Vi voglio bene

Foto: FISG

Cara Rebecca, caro Filippo,

ci sono notizie che un cronista dovrebbe limitarsi a registrare con ordine, misura e giusto distacco. La fine di una coppia sportiva, in fondo, è un fatto. Si raccontano i risultati, si ricostruisce il percorso. Poi si chiude il pezzo.

Questa volta non ci riesco.

Perché con la fine del vostro sodalizio non va in archivio soltanto una delle storie più belle del pattinaggio di figura italiano, va in archivio anche un pezzo della mia vita.

Con 7 Comuni Online, fin dagli esordi della nostra testata, abbiamo cominciato a seguire e raccontare il pattinaggio di figura con continuità e rispetto, non come riempitivo, non come sport “minore” (una parola che odio!) da citare solo in occasione di risultati eclatanti, ma come racconto sportivo vero, importante, internazionale. E al centro, per noi, c’eravate voi. Una coppia, una storia, un percorso da seguire gara dopo gara, stagione dopo stagione, con la tensione dell’attesa, la gioia delle prove riuscite, il nodo in gola nei momenti più difficili e quella sensazione rara di trovarsi davanti a qualcosa che andava ben oltre il semplice risultato e i numeri freddi del panel.

Dentro quella storia, per chi scriveva, c’era anche un legame particolare. Filippo Ambrosini non è un nome qualunque: è un atleta altopianese arrivato ai vertici del pattinaggio internazionale, un’eccellenza del nostro territorio, uno di quei campioni che avrebbero meritato molta più attenzione, molto prima. Dopo le gesta di Roberta Rodeghiero, il pattinaggio artistico ha avuto ancora una storia altopianese da raccontare. Ed è stato quasi scandaloso vedere per troppo tempo una certa distrazione dei media locali attorno al suo percorso.

Ma Filippo, in questa storia, non è mai stato soltanto l’atleta altopianese. È stato metà di una coppia che ha saputo costruire un linguaggio comune. Con Rebecca Ghilardi ha portato sul ghiaccio qualcosa di riconoscibile: fiducia, complicità, intensità, capacità interpretativa. Programmi che spesso valevano più del punteggio, perché smettevano di essere esercizio e cominciavano a essere arte, quella che non si spiega, ma che ti regala un’emozione rara.

Programmi che restano addosso, restano in quel secondo dopo la fine della musica, quando il corpo è fermo, il pubblico trattiene ancora qualcosa e si capisce che lo sport ha appena superato il confine della gara per diventare racconto. Rebecca e Filippo, voi avete avuto questa capacità, non per caso, ma perché l’avete costruita con il lavoro, con la passione, con la fiducia e con quell’intesa e complicità che nel pattinaggio a coppie non si può fingere. O c’è o non c’è. E tra voi c’era.

E alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 tutto questo ha trovato il suo palcoscenico più prestigioso. Al termine del programma libero, davanti al pubblico italiano, quel pianto di commozione ha detto più di qualunque dichiarazione. In quel momento abbiamo capito che si era chiuso un cerchio, che quella non era soltanto la fine di una gara ma il compimento del vostro bellissimo viaggio.

Adesso fa male scrivere che è finita.

Fa male anche per ragioni piccole, personali, quasi buffe. Penso al dicembre del 2022, il giorno prima della mia laurea — ebbene sì, mi sono laureato da quarantenne — avrei dovuto ripassare la tesi, sistemare gli ultimi pensieri, prepararmi al giorno dopo. Invece ero lì in hotel a seguire i Campionati italiani di Torino. Seguivo e scrivevo di voi. Perché le passioni vere non chiedono permesso, ti chiamano e basta. E se hai passato tanto tempo a raccontare due atleti, a tremare davanti a un elemento, a cercare le parole giuste dopo una prestazione che valeva più del punteggio, non riesci a voltarti dall’altra parte nemmeno quando dovresti fare altro.

In tutto questo, purtroppo, resta anche un rimpianto. Non aver visto Filippo disputare un Campionato italiano in casa, ad Asiago. Uno sportivo altopianese come lui avrebbe meritato almeno una volta il calore della sua gente in una gara così, sentire l’Odegar respirare con lui, portare Rebecca in gara su quel ghiaccio, trasformare una competizione nazionale in una festa di appartenenza e riconoscenza. Quella possibilità non c’è stata. E resta un piccolo vuoto. Ma forse lo sport è anche questo, non tutto si compie nel modo in cui lo avremmo immaginato.

Vi voglio bene. Lo scrivo senza imbarazzo, anche se in un editoriale sportivo può sembrare fuori posto. Ma non lo è. Chi racconta lo sport per anni finisce per affezionarsi alle storie vere e ai loro protagonisti. E la vostra è stata una storia vera, una di quelle che non si misurano solo con le classifiche, ma con quello che lasciano dentro a chi le ha seguite. E a chi sa lasciare qualcosa così, alla fine, non si può che voler bene.

Rebecca, grazie per l’eleganza, la forza, la profondità con cui hai attraversato il ghiaccio.

Filippo, grazie per aver portato l’Altopiano dentro una storia internazionale e per averci ricordato che anche da qui si può arrivare lontano, molto lontano.

Grazie a entrambi per le emozioni, per la bellezza, per averci dato qualcosa da aspettare ogni stagione e qualcosa da ricordare, molto dopo che la musica era finita.

Con voi si chiude una coppia, ma non si chiude ciò che avete lasciato.

Quello resta, nel pattinaggio italiano, nell’aria, nella memoria di chi vi ha seguito e nella vita di un appassionato cronista locale che, il giorno prima della sua laurea, invece di ripassare la tesi, era ancora lì, a guardare voi.


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