L’Italia che deve ancora imparare la lezione di Capaci

Ogni 23 maggio l’Italia torna davanti alla ferita di Capaci e prova a misurare la distanza che la separa da quel pomeriggio del 1992, quando l’autostrada A29 venne squarciata dal tritolo e furono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Sono passati più di trent’anni, ma quella strage non appartiene al passato, perché continua a interrogare il presente e a chiedere se il Paese abbia davvero compreso fino in fondo la natura della mafia, la sua capacità di trasformarsi e soprattutto la sua abilità nel sopravvivere dentro le pieghe della normalità.

Il rischio, in giornate come questa, è che la memoria diventi un rito civile necessario ma innocuo. Si ricordano i nomi, si depongono corone, si pronunciano parole solenni e poi la vita pubblica riprende come prima, con le sue opacità, le sue convenienze, le sue piccole paure e i suoi silenzi. Eppure Falcone non dovrebbe essere ricordato solo come l’eroe di una stagione tragica, ma come l’uomo che costrinse l’Italia a guardare la mafia per quello che era davvero: non una somma di delitti, non una questione folcloristica, non una malattia meridionale, ma un sistema di potere capace di entrare nell’economia, nella politica, negli affari e nei rapporti sociali.

Per troppo tempo il Paese ha trovato comodo immaginare la mafia come un problema geograficamente confinato. Il Sud veniva raccontato come il luogo naturale dell’organizzazione criminale e il Nord come lo spazio operoso e immune in cui certe logiche non avrebbero potuto attecchire. Era una rappresentazione rassicurante e proprio per questo pericolosa. La mafia non si ferma davanti ai confini regionali, non ha nostalgia dei luoghi d’origine e non ha bisogno di mostrarsi con i simboli che l’immaginario collettivo le attribuisce. Va dove circola denaro, dove si aprono appalti, dove le imprese sono vulnerabili, dove la politica cerca consenso rapido e dove la società preferisce non fare troppe domande.

Anche il Nord, anche il Veneto, devono fare i conti con questa realtà senza rifugiarsi nell’idea consolatoria dell’eccezione. La presenza mafiosa nei territori più ricchi del Paese non assume sempre le forme plateali dell’intimidazione tradizionale; spesso si presenta con il volto rispettabile dell’investimento, della società apparentemente pulita, dell’intermediazione conveniente, del favore che risolve un problema e crea dipendenza. È una mafia meno rumorosa, ma non per questo meno pericolosa, perché quando entra nei circuiti economici e amministrativi altera la concorrenza, inquina le decisioni pubbliche e abitua le comunità a considerare normale ciò che normale non dovrebbe essere.

Accanto alla mafia come organizzazione criminale esiste poi una mafiosità più diffusa, che non coincide necessariamente con l’appartenenza a un clan ma ne riproduce il metodo culturale. È l’atteggiamento di chi ritiene che la forza venga prima del diritto, che la fedeltà personale valga più della competenza, che una domanda scomoda sia un’offesa e che il dissenso debba essere isolato anziché ascoltato. È una mentalità che può insinuarsi ovunque, anche nei contesti più piccoli e apparentemente lontani dalle grandi cronache giudiziarie, perché nasce ogni volta che il potere pretende obbedienza invece di controllo e ogni volta che una comunità scambia la prudenza con il silenzio.

In questo senso la lezione di Pippo Fava resta essenziale. Il giornalista catanese, ucciso dalla mafia nel 1984, aveva capito che il fenomeno mafioso non poteva essere spiegato guardando soltanto alla manovalanza criminale, perché la vera questione riguardava i rapporti tra mafia, denaro, informazione, politica e classi dirigenti. Fava non combatteva solo i mafiosi armati, ma il sistema di convenienze che permetteva loro di contare, prosperare e presentarsi talvolta con un volto rispettabile. La sua idea di giornalismo era semplice e radicale: cercare la verità, anche quando la verità disturba i potenti e rompe la tranquillità delle versioni ufficiali.

Per questo l’anniversario di Capaci non può ridursi a una commemorazione separata dalla vita quotidiana del Paese. Ricordare Falcone significa chiedersi quanto spazio abbia oggi la trasparenza, quanto siano libere le istituzioni locali, quanto siano protette le imprese sane, quanto siano soli i cittadini che denunciano e quanto sia ancora fragile il giornalismo quando tocca interessi economici o politici consolidati. La mafia prospera dove trova paura, ma cresce ancora meglio dove incontra indifferenza, perché l’indifferenza le consente di muoversi senza clamore e di confondersi con le abitudini di una comunità.

La vera antimafia, allora, non è soltanto quella dei grandi processi e delle grandi inchieste, che pure restano indispensabili. È anche quella meno appariscente della legalità praticata ogni giorno, negli uffici pubblici, nelle aziende, nei cantieri, nelle redazioni, nelle scuole e nelle amministrazioni. È la capacità di dire no al favore opaco, alla pressione indebita, alla scorciatoia che sembra innocua e invece prepara il terreno a qualcosa di più grande. È la scelta di non considerare normale il linguaggio della minaccia, l’arroganza del potere, la delegittimazione di chi controlla e la solitudine di chi prova a raccontare.

Capaci appartiene alla Sicilia, ma non riguarda solo la Sicilia. Appartiene all’Italia intera e riguarda anche quei territori che si sentono lontani dalla mafia perché non ne riconoscono più il volto. Se la mafia cambia forma, anche l’antimafia deve cambiare sguardo. Deve smettere di cercare soltanto i segni più evidenti e imparare a leggere le zone grigie, i comportamenti, le complicità silenziose e le piccole abitudini di potere che preparano il terreno all’illegalità organizzata.

Il modo più serio per onorare Giovanni Falcone non è pronunciare parole solenni una volta all’anno, ma impedire che il metodo mafioso diventi un’abitudine sociale. Significa difendere la legge quando è scomoda, la verità quando costa e la libertà di giudizio quando tutti suggeriscono di tacere. Perché la mafia non vince soltanto quando uccide; vince ogni volta che una comunità smette di riconoscere la prepotenza e comincia a chiamarla normalità.

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