I racconti del Fauno: quell’incontro tra Paolo Rumiz e Mario Rigoni Stern sull’Altopiano

È inizio primavera, come sempre un po’ meno calda di quanto mi aspettassi; l’inverno ha appena dato il suo colpo di coda con una nevicata. Effimera, come sempre in questo periodo. Ma che la primavera sia nell’aria si sente da tante cose, nel mio corpo, principalmente. Faccio un po’ più fatica del solito a salire i ripidi scalini di pietra della Calà del Sasso, quasi che un accenno di torpore mi abbia già pervaso. Mentre gli scenari intorno si alternano ad ogni passo tra le rocce e gli alberi, mi tornano in mente le parole con cui il grande Paolo Rumiz descrisse questa stessa lunga ascesa: “È lunga come il purgatorio, scura come il temporale, la scalinata che porta al grande vecchio della montagna, lassù sull’Altopiano di Asiago. Quattromilaquattrocentoquarantaquattro gradini ripidi da bestie, faticosi già a nominarli”. Paolo Rumiz è un mago con le parole, i suoi reportage alla scoperta degli angoli nascosti d’Italia sono diventati leggendari. In questo caso il grande vecchio della montagna era Mario Rigoni Stern e lui aveva deciso di andarlo a trovare. A piedi. Ne è uscito uno delle descrizioni più vivide del grande scrittore, ma anche pagine indelebili di narrativa.

È successo anche quest’anno. Ogni volta che accompagno un gruppo verso Monte Zebio e mi ritrovo a descrivere trincee e postazioni ripenso a quei due, insieme. Penso a quell’incontro così spesso che quasi mi pare di esserci stato anche io, con loro, il terzo compagno che ascolta solo, perché ha troppo da imparare. Sì perché Mario Rigoni Stern ha deciso di portare a camminare Paolo Rumiz proprio qui, tra queste aspre guglie solcate da cicatrici di pietra e percorse dalle voci senza tempo di morti e bombe: “Malga Zevio, tuoni sulle trincee raccontate da Emilio Lussu. Mario si arrampica, lascia il bastone, entra nelle postazioni austriache, conosce ogni metro di questo posto dove ragazzi ventenni si ammazzarono per anni per conquistare pochi metri. Mio zio Mosè combattè qui e non volle ritornarci. Mai”. Chi non è mai salito qua su non ha idea della carica emotiva che inonda i pensieri. Perché dal basso, dalla malga quello che vedi è uno sperone roccioso appena sopra la testa. Ma dopo la ripida camminata, arriva il momento di rendersi conto del reticolo di gallerie e trincee che solcano quel sasso. Immaginare la vita la dentro e quanto disperati dovevano essere i tentativi di conquista dei nostri è un pugno nello stomaco. Di quelli ben assestati. È una visita che difficilmente lascia indifferente qualcuno nei gruppi che porto. E Mario questo lo sapeva bene, infatti ha deciso di portare Rumiz proprio qua, conoscendone la sensibilità umana e la capacità di portarla su carta. Il Monte Zebio, è stato uno dei principali teatri di guerra durante la Prima Guerra Mondiale. Le posizioni italiane e austriache si fronteggiavano sulla montagna, in un susseguirsi di trincee e gallerie scavate nella roccia, di reticolati e di postazioni di mitragliatrici.

Gli austriaci, comandati dal generale Conrad von Hötzendorf, avevano creato una linea di difesa inespugnabile, nota come Winterstellung, tra il 24 e il 25 giugno 1916. La sommità del Monte Zebio era stata trasformata in una fortezza, con trincee, artiglieria e mitragliatrici, reticolati e campi minati. Gli italiani, comandati dal generale Mambretti, erano schierati sulle pendici meridionali della montagna, in una posizione difficile e esposta al fuoco nemico.

La battaglia per il Monte Zebio fu una delle più sanguinose della guerra. Gli italiani lanciarono ripetuti attacchi contro le posizioni austriache, ma senza successo. L’8 giugno 1917, una mina italiana esplose sulla “Lunetta” dello Zebio, uccidendo 120 soldati italiani e molti ufficiali della Brigata Catania. Il 10 giugno, gli italiani lanciarono un nuovo attacco, ma furono respinti con pesanti perdite.

Il Monte Zebio rimase in mano austriaca fino alla fine della guerra. Oggi, la montagna è un museo all’aperno e un luogo di pellegrinaggio per i visitatori che vogliono ricordare la storia della Grande Guerra. Le trincee e le gallerie sono ancora visibili. È un luogo di riflessione e di memoria, dove si può comprendere meglio la storia e la tragedia della guerra. Rumiz non approfondisce mai la vicenda, ma non è difficile immaginare che i due ne abbiano parlato a lungo. L’aria è tersa. Due poiane girano in tondo. Chissà che visuale del labirinto di trincee da lassù. Un ragazzo di vent’anni del mio gruppo si è arrampicato su uno dei punti più esposti. Guarda il panorama, poi un veloce sguardo indietro e negli occhi si legge la consapevolezza di quello che ha appena visto. Non serve forse a questo la storia, come monito per le future generazioni?

Io la sento addosso la primavera che arriva. Anche Mario la sentiva, quel giorno in cui parlava con Paolo Rumiz passeggiando nell’orto di quella casa che oggi è diventata un simbolo per tante persone. “Aspetto il segnale. La primavera. Quella arriva all’improvviso, non piano come l’autunno. È come la vita. Ti spiazza proprio quando credi di aver chiuso, tirato i remi in barca. C’è sempre un dolore, un amore, una paura o una gioia che ti becca di sorpresa”. E camminando tra questi boschi, dove la primavera inizi a sentirla nell’aria, che mi sembra sempre, in fondo di averla vissuta quella giornata con Mario Rigoni Stern e Paolo Rumiz, due uomini dalla sensibilità fuori dal comune. Oggi, mentre ripercorro questi sentieri, sento ancora l’eco delle loro parole, il peso della loro storia e la leggerezza della loro amicizia. In fondo è un viaggio interiore che mi porta a riflettere sulla potenza della scrittura, sulla fragilità della vita e sulla bellezza dell’incontro tra due anime che si sono riconosciute. Come ha scritto Rumiz, “la montagna è un luogo dove si incontrano le parole”, perché le parole hanno un loro peso e una loro ricchezza. E ricco è chi ne ha e di preziose. Nel trambusto di questa epoca fatta di Guru, meme insensati e parole vuote, rimangono loro i veri maestri, in grado, con la ricchezza artigiana delle loro parole di rendere preziosa la realtà e regalarci sguardi profondi sul mondo. Che si trattasse di terribili fatti storici o dell’arrivo della primavera.

Il sole inizia a calare. Torno indietro sui miei passi. Accompagnato da quelli pesanti di coloro che, pur non essendo con me hanno saputo essere compagni di viaggio impareggiabili.

Rubrica a cura del Fauno

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