Attentato mediatico al cuore di Enego: un paese da tutelare

Ad Adriano Cappellari va espressa piena solidarietà. Senza riserve. Le minacce e il gesto incendiario nei pressi della sua abitazione sono fatti gravi, da condannare con fermezza e da chiarire fino in fondo. Un ragazzo di vent’anni, collaboratore di testate locali, non deve essere lasciato solo davanti a episodi di questo tipo. Va tutelato, così come va tutelato il diritto di raccontare ciò che accade in una comunità.

Proprio perché la vicenda è grave, però, servono precisione e responsabilità, particolare attenzione nel modo in cui il caso viene raccontato.

Negli ultimi giorni, invece, attorno a Enego si è costruita una narrazione pesantissima. Mercoledì sera, in particolare, su TvA, nella trasmissione Prima Serata, il titolo era già indicativo: “Attentato incendiario: la mafia in Veneto?”. Dentro quella cornice si è parlato di Enego come del paese del duplice assassinio dei coniugi Miola, della presenza dell’orso vicino alle case e ora anche di presunti attentati di stampo mafioso contro un cittadino.

Il risultato qual è? Che un paese di montagna, alla vigilia della stagione estiva, viene raccontato come un luogo segnato da delitti irrisolti, paura, animali pericolosi e criminalità organizzata. Un’immagine devastante. Non solo per Enego, ma per chi in quel paese lavora, accoglie, investe, tiene aperto un albergo, un bar, un ristorante, un’edicola, un’attività commerciale.

Raccontare un fatto grave è doveroso, trasformarlo in una cornice allarmistica è un’altra cosa. Oggi non esiste ancora una verità giudiziaria sulla matrice dell’atto intimidatorio. Saranno gli inquirenti a stabilire se dietro vi siano ambienti criminali, rancori locali, emulazione, mitomania o altro. Deciderlo attraverso titoli, suggestioni televisive e dichiarazioni a effetto non aiuta nessuno.

Anzi, fa danni. Perché le parole pesano. Se un territorio turistico viene associato alla mafia, alla violenza e all’insicurezza, qualcuno potrebbe scegliere di non andarci. E a pagarne il prezzo non saranno i giornali dai titoli altisonanti, ma gli operatori economici, gli albergatori, i commercianti e le famiglie che vivono anche della reputazione del paese.

La domanda allora è semplice: a chi fa bene tutto questo?

Fa bene a Cappellari? No, perché rischia di trasformare una vicenda personale e giudiziaria delicata in un caso mediatico più grande di lui.

Fa bene alle indagini? No, perché la pressione narrativa può confondere i piani e spostare l’attenzione prima ancora che emergano elementi certi.

Fa bene a Enego? No, perché proietta sul paese un’ombra sproporzionata proprio nel momento in cui dovrebbe prepararsi ad accogliere turisti e famiglie.

Fa bene solo a chi cerca visibilità, a chi alimenta scenari forti perché fanno audience, producono click e consentono di stare dentro il racconto più rumoroso.

La solidarietà a Cappellari resta piena, ma solidarietà non significa rinunciare alla prudenza. Difendere una persona minacciata non significa trasformare un intero paese in un set della paura. Enego ha diritto alla verità, ha diritto alla sicurezza, alla giustizia. Ma ha anche diritto a non essere raccontato come un territorio mafioso senza prove certe.

Perché la libertà di informare si difende anche così: scegliendo parole esatte, evitando suggestioni e ricordando che dietro ogni titolo ci sono comunità reali, persone reali ed economie reali.

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