I racconti del Fauno: antichi vigneti, tassi e casate. Lungo il sentiero delle Cenge

“Dove osano le aquile”. Così avevo intitolato un’escursione che ho proposto per diversi anni lungo uno dei sentieri più suggestivi dell’Altopiano.

Effettivamente questo percorso si snoda lungo il margine dell’Altopiano, a strapiombo, con viste mozzafiato sulla valle e sui rilievi circostanti. A volte il sentiero è così stretto e la voragine talmente alta che servono piede fermo e una buona dose di coraggio per procedere oltre. Ma i panorami che si aprono sono una ricompensa senza paragoni.

Qualche giorno fa un’amica mi chiedeva un consiglio per un percorso un po’ “adrenalinico” e mi è tornato in mente questo. Molti scendono direttamente alle cascate per poi tornare indietro, ma percorrere l’intero sentiero è entrare in una dimensione parallela ricca di natura, storia e visioni inaspettate. E c’è molto altro oltre il panorama e la bellissima cascata.

Ricordo che la prima volta che mi addentrai in questa magica dimensione mi sono fermato a riposare e a godere della vista superba sotto un albero. Poco dopo mi sono accorto che stavo godendo dell’ombra di un bellissimo tasso. Il Taxus Baccata non è frequentissimo da queste parti, ma è uno dei miei alberi preferiti.

I tedeschi lo chiamano “todesbaum”, albero della morte, probabilmente perché tutte le sue parti, tranne gli arilli, sono velenose. Strabone, confondendosi su questo dettaglio, spiega che i Galli usavano avvelenare le loro frecce col succo tratto dagli arilli. Per queste sue peculiarità in tutta l’antichità veniva spesso associato agli inferi, cosa che ce lo rende tutto sommato ancora più affascinante.

Alfredo Cattabiani nel suo “Florario” ci racconta: “A Ecate, dea degli inferi, si sacrificavano a Roma tori neri inghirlandati con foglie di Tasso (Taxus Baccata), che le era consacrato. Il legame di quest’albero con gli inferi è testimoniato anche da Ovidio, secondo il quale la strada verso il mondo dei morti era ombreggiata da tali piante. Nel Medioevo si favoleggiava che la dea lunare apparisse a streghe e maghi con torce di tasso in mano”.

Ma al di là di questa nomea un po’ lugubre, si tratta di una meravigliosa specie di conifera appartenente alla famiglia delle Taxaceae. Questo albero sempreverde è un vero e proprio simbolo di longevità e resistenza, potendo vivere oltre i 2 mila anni.

Nel cimitero di La Haye-de-Routut, in Francia, vivono esemplari che hanno dai 1300 ai 1500 anni. In Inghilterra, un tasso del Derbyshire avrebbe 2100 anni e quello di Fortingall, in Scozia, supererebbe i 2000.

Il tasso ha un portamento conico o piramidale, che può raggiungere un’altezza di 15-20 metri. La sua corteccia è rossa-marrone, liscia e sottile, che si sfalda in placche sottili. Le foglie sono aghiformi, lunghe 1-3 cm, con un colore verde scuro sulla pagina superiore e verde chiaro sulla pagina inferiore. I fiori del tasso sono piccoli, con i maschi che producono coni gialli e le femmine che producono arilli rossi.

I frutti sono arilli rossi, carnosi e commestibili, che contengono un solo seme. Attenzione, però, perché se il frutto non è velenoso, il seme è altamente tossico. “Si avvertono vertigini, disturbi visivi, le pupille possono diventare midriatiche e sulla cute appaiono talvolta ecchimosi. Dopo un iniziale stato di eccitazione, sovviene una fase depressiva, con difficoltà respiratorie e brachicardia che può condurre alla morte” (Cattabiani).

Semi, corteccia e foglie contengono infatti un alcaloide tossico, la tassina, che può essere letale per gli esseri umani e gli animali. Le radici del tasso sono profonde e robuste, permettendo all’albero di resistere a venti forti e a condizioni di suolo difficili.

Il tasso è originario dell’Europa, dell’Asia occidentale e del Nord Africa e cresce in ambienti umidi e ombrosi, come boschi e foreste, ad altitudini fino a 1.500 metri. Nonostante la sua tossicità, il tasso è un albero molto apprezzato per il suo legno resistente e duro, che viene utilizzato per la produzione di mobili e strumenti musicali.

Nell’antichità era famoso per l’utilizzo nella costruzione degli archi, tanto che anche Ötzi, la mummia del Similaun, aveva un meraviglioso arco in tasso con sé.

Mentre mi alzo per proseguire, spero sinceramente che non sia vera l’antica leggenda secondo la quale anche sostare sotto la sua chioma poteva portare alla morte.

Poco oltre si incontrano le cascate del Pach, famosissime e di grande suggestione. Ho l’abitudine, ogni volta che passo di qua, di chinarmi a raccogliere l’acqua per lavarmi il viso. Un gesto forse sciocco, ma che per me ha il senso di rispetto verso il luogo e di un rito personale.

Poco oltre, qualche anno fa ho fissato a lungo negli occhi un meraviglioso camoscio sorpreso su un masso subito dopo una curva. Dire chi fosse più sorpreso tra i due sarebbe impossibile. Entrambi immobili per qualche secondo, aspettando la mossa dell’altro in una scena da mezzogiorno di fuoco.

Ma è toccato a lui liberare il campo, non fosse altro che per l’agilità con la quale è balzato tra le rocce a strapiombo subito sotto la cengia. Se era lui a dover aspettare me eravamo ancora là, credo.

Se si prosegue, si incontra una zona poco nota ma altrettanto affascinante. Te ne accorgi perché quasi inciampi su scalini di pietra e agli occhi si aprono terrazzamenti e muretti a secco che cambiano radicalmente l’aspetto del paesaggio. Si tratta del “Vignale del Ghit”.

Qui, come dice il nome, un tempo si coltivavano viti. Una rete di antichi sentieri, le beghele, racconta la storia di un’attività atipica che la fatica ha saputo ricavare da queste brulle pareti. Un’esposizione favorevole e il riparo delle pareti rocciose, nonché un microclima adatto, hanno permesso infatti l’attecchimento e la coltivazione della vite, ricordata fino agli anni ’50.

A iniziare questa grande opera fu il “Ghit”, personaggio quasi mitologico di cui la tradizione orale ricorda gli sforzi per introdurre questa coltivazione sull’Altopiano. Oggi l’edera fa da padrona lungo i muretti a secco, oltre al rammarico di non aver potuto assaggiare il vino prodotto da queste uve pioniere.

C’è una lunga e ripida salita per tornare sulla strada principale. E in fondo è giusto così, perché ogni volta mi lascio alle spalle un luogo nascosto e senza tempo. Che non assomiglia a nulla, con panorami, storie, piante e persino un clima unico. E tornare indietro è come varcare di nuovo una soglia aperta nel tempo e nello spazio.

Rubrica a cura del Fauno

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