I racconti del Fauno: la voragine Giacominerloch: tra mistero, leggenda e profondità carsiche

Mentre il sole filtrava a fatica tra le fronde secolari di un bosco antico, ogni passo affondava nel tappeto di foglie umide, un sussurro di vita selvaggia che accompagnava il mio cammino. L’aria, densa di profumi terrosi e resina, prometteva segreti celati. Fu allora che, oltre un fitto intrico di vegetazione, si aprì un varco inaspettato, una ferita nella terra: la voragine Giacominerloch, un abisso silenzioso che sembrava inghiottire la luce stessa, invitando l’anima a esplorare i suoi misteri più reconditi.

Un tesoro nascosto dell’Altopiano 

Ogni territorio cela angoli remoti, luoghi suggestivi che sfuggono alla frenesia del turismo di massa. Spesso poco pubblicizzati, difficili da raggiungere o percepiti come pericolosi, questi siti custodiscono storie e leggende che si tramandano di generazione in generazione, mantenendo viva la memoria collettiva.

Tra questi spicca il Giacominerloch, sull’Altopiano di Asiago, una profonda cavità carsica che si estende per circa 600 metri nelle viscere della terra. Scoperto quasi per caso e rimasto al di fuori dei grandi flussi turistici, questo sprofondo è conosciuto principalmente dai gruppi speleologici, con le prime esplorazioni ufficiali documentate a partire dal 1936 a opera del Gruppo Grotte del Cai di Vicenza.

La sua intrinseca pericolosità ne giustifica la scarsa pubblicizzazione, preservandone allo stesso tempo il fascino enigmatico.

Le leggende delle anguane e il Giacominerloch

Intorno al Giacominerloch aleggiano antiche leggende, due delle quali, pur presentando alcune similitudini, offrono narrazioni distinte.

La versione più concisa racconta di una ragazza metà umana e metà anguana che, visitando la voragine all’alba, può essere scorta mentre emerge dalle profondità della terra, per poi essere costretta a rientrarvi al canto del gallo.

Una narrazione più elaborata descrive un’epoca senza tempo, durante la quale i viandanti lungo la strada di Cesuna udivano lamenti femminili provenire dall’abisso. Solo l’impavido boscaiolo Josel osò indagare.

Una notte di luna piena, di ritorno dalla festa di San Marco, seguì la voce fino al bordo della voragine. Chiamò e una voce lontana rispose. Era Giacomina, proveniente dal regno dei laghi e delle grotte e desiderosa di rivedere l’Altopiano.

Josel, senza esitare, calò una corda. La ragazza salì, mostrando una pelle d’argento e capelli verdi, ma l’incanto fu breve. Al primo canto del gallo scomparve, risucchiata nell’orrido.

Non scoraggiato, Josel si calò a sua volta nella voragine, ritrovandosi in un mondo sotterraneo di laghi e fiumi. Qui incontrò nuovamente Giacomina, che gli rivelò la propria storia: era stata rapita dagli elfi per vendicarsi del padre, un boscaiolo che aveva abbattuto gran parte della foresta di Cesuna, costringendo gli elfi a rifugiarsi sottoterra. Giacomina stava lentamente trasformandosi in un’anguana.

I due attesero la primavera e lo scioglimento delle nevi che, scrosciando nel sottosuolo, li trasportarono verso l’esterno. Josel bloccò i piedi di Giacomina con fango e alghe per impedirle di essere trascinata nuovamente nelle profondità.

Erano salvi, ma si ritrovarono in Val d’Astico, ai piedi dell’Altopiano. Risalendo verso Canove scoprirono che il mondo era cambiato: i sentieri erano diventati strade, i boschi erano stati trasformati in pascoli e i volti erano tutti sconosciuti.

Il tempo nel mondo sotterraneo scorreva molto più lentamente rispetto alla superficie, lasciando intendere che i due avessero trascorso un lunghissimo periodo nell’ignoto.

Le anguane, ninfe delle acque e custodi di misteri

Le anguane, figure centrali di queste leggende, sono creature appartenenti alla mitologia alpina e prealpina. Descritte come bellissime, con la pelle chiara come la luna e i capelli variamente colorati, sono considerate ninfe delle fonti alpine.

Vivono in luoghi nascosti, nel profondo di valli strette e oscure dove le sorgenti sgorgano dalle rocce. All’alba si rifugiano nelle umide caverne per emergere solamente durante la notte.

Il loro canto melodioso sarebbe capace di stregare gli uomini, trascinandoli nei gorghi dei torrenti fino all’annegamento. Un elemento di grande suggestione è rappresentato dall’antica credenza secondo cui i loro occhi potessero fissare le persone dal fondo delle pozze d’acqua.

L’archetipo dell’abisso e il mondo ctonio

Queste storie rivelano le caratteristiche peculiari di un archetipo antico. L’acqua, simbolo di vita, è qui strettamente legata al sottosuolo e all’oscurità. Le profonde voragini e le caverne sono considerate accessi privilegiati a un mondo sotterraneo, spesso precluso o pericoloso per gli esseri umani.

L’esistenza stessa di queste figure femminili rimanda a tempi remoti, collegandosi alla figura della Signora degli Animali, madre morale di tutte le ninfe e riecheggiando la figura tipicamente italica di Diana, protettrice del parto, delle fonti e di tutto ciò che di vitale emerge dall’oscurità della terra.

L’abisso diviene così un collegamento naturale con un mondo ctonio carico di energie, per sua natura pericoloso e incomprensibile.

Ogni grotta o voragine – in cimbro «loch» significa «buco» – ha ereditato dal passato un ricco corredo di leggende e un alone di magia, configurandosi come luogo prediletto per incontrare potenze superiori ed esseri soprannaturali.

È così per il Tanzerloch, la Stonhaus e molti altri luoghi, compreso il Giacominerloch, il «buco di Giacomina», che ancora oggi conserva intatto il proprio carico di mistero, nonostante le numerose esplorazioni che ne hanno svelato la conformazione geologica.

La sua persistente aura di fascino testimonia il profondo legame tra la natura selvaggia e l’immaginario collettivo, un ponte tra il visibile e l’invisibile che continua a stimolare la curiosità e la meraviglia.

Rubrica a cura del Fauno

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