Lo spopolamento corre, l’Altopiano cerca risposte

Persi quasi 1.400 abitanti in vent’anni nei sette comuni dell’Altopiano: i numeri raccontano una sfida demografica, ma anche la necessità di trovare nuove strade per rendere la montagna un luogo dove vivere, lavorare e costruire il futuro

I numeri possono sembrare semplici statistiche, ma spesso raccontano il volto più autentico di una comunità. Dietro ogni abitante perso c’è una storia: una famiglia che ha scelto di trasferirsi altrove, un giovane che è partito per studiare e che poi non è più rientrato, un’attività che ha chiuso dopo anni di presenza sul territorio.

Lo spopolamento dell’Altopiano dei Sette Comuni è una realtà che non può più essere ignorata. I dati degli ultimi vent’anni mostrano un cambiamento importante: nel 2004 i sette comuni dell’Altopiano contavano complessivamente 21.464 abitanti, mentre nel 2024 il numero è sceso a 20.083. Una diminuzione di quasi 1.400 persone, pari a circa il 6,4% della popolazione.

Un fenomeno che riguarda molte aree montane italiane e che nasce dall’unione di diversi fattori: il calo delle nascite, la partenza dei giovani, la difficoltà nel trovare opportunità lavorative e la necessità di garantire servizi efficienti anche nei territori più periferici.

Guardando i singoli comuni emerge però un quadro diverso da paese a paese.

Enego è una delle realtà dove il calo demografico appare più evidente. Nel 2004 contava 1.960 abitanti, scesi a 1.717 nel 2014 e a 1.506 nel 2024. In vent’anni il paese ha perso 454 residenti, circa il 23% della popolazione. Un dato che racconta una trasformazione profonda e che richiama l’attenzione sulla necessità di trovare nuove strategie per mantenere viva la comunità.

Anche Lusiana Conco mostra una diminuzione significativa: dai 5.165 abitanti del 2004 si è passati ai 4.541 del 2024, con una perdita complessiva di 624 persone. Un numero importante, soprattutto considerando il ruolo che i piccoli centri hanno nel garantire servizi, socialità e identità.

Asiago, il principale centro dell’Altopiano, racconta invece una dinamica particolare. Nel 2004 gli abitanti erano 6.612, diventati 6.642 nel 2014. Nell’ultimo decennio, però, il trend è cambiato, con la popolazione arrivata a 6.236 abitanti nel 2024. Un segnale che dimostra come il tema dello spopolamento non riguardi soltanto i piccoli comuni, ma anche realtà più strutturate.

Situazioni più stabili si registrano a Gallio e Foza. Gallio passa dai 2.405 abitanti del 2004 ai 2.359 del 2024, mantenendo una sostanziale tenuta. Foza, invece, scende da 729 a 667 abitanti, con una diminuzione più contenuta rispetto ad altre realtà.

Ci sono poi comuni che nel ventennio hanno mostrato una maggiore capacità di resistenza. Roana passa dai 4.004 abitanti del 2004 ai 4.138 del 2024, mentre Rotzo cresce dai 589 ai 636 abitanti. Numeri che dimostrano come il fenomeno non sia uniforme e come alcuni territori riescano maggiormente a mantenere o attrarre residenti.

Davanti a questi dati nasce una domanda fondamentale: «Come può l’Altopiano affrontare questa sfida?»

La risposta non può essere una sola e non può arrivare da un unico intervento. Servirà una visione condivisa, capace di coinvolgere amministrazioni, cittadini, associazioni e attività economiche.

Il tema è già al centro dell’attenzione degli enti locali. In questi anni diversi comuni dell’Altopiano hanno iniziato a mettere in campo strumenti concreti per contrastare il fenomeno, destinando risorse e attivando interventi rivolti alle famiglie e ai giovani.

Tra le iniziative adottate rientrano, a seconda delle diverse realtà comunali, contributi per i nuovi nati, agevolazioni per il trasporto scolastico e forme di sostegno per gli studenti universitari. Misure che possono sembrare piccole rispetto alla grande sfida dello spopolamento, ma che hanno un valore importante: aiutano le famiglie nella quotidianità e dimostrano la volontà di rendere più sostenibile la scelta di vivere in montagna.

La sfida, però, richiede una prospettiva ancora più ampia.

Un territorio può continuare ad avere futuro solo se riesce a offrire motivi per restare o per tornare. Questo significa lavorare sulle opportunità occupazionali, sulle abitazioni disponibili e sulla qualità dei servizi.

In questo scenario può diventare una risorsa anche lo sviluppo tecnologico. La presenza della fibra ottica sull’Altopiano apre possibilità nuove: lo smart working permette oggi a molti lavoratori di vivere in montagna continuando a svolgere professioni che un tempo richiedevano necessariamente la presenza in città. Non è una soluzione unica, ma può essere uno degli strumenti per rendere il territorio più attrattivo.

Un altro aspetto riguarda il sostegno alle attività economiche. Nei paesi piccoli un negozio, un bar, un’attività artigianale o un servizio di prossimità non sono solo imprese: sono luoghi di incontro e punti fondamentali per la vita della comunità. Per questo potrebbe essere utile ragionare su forme di incentivo e contributo per chi decide di aprire una nuova attività commerciale o investire sul territorio.

Anche il recupero delle abitazioni inutilizzate può diventare una strada importante. Rendere disponibili case oggi vuote potrebbe favorire l’arrivo di nuove famiglie e dare nuova vita a immobili che rischiano di rimanere inutilizzati.

Un tema centrale sarà inoltre quello dei collegamenti. Un Altopiano più unito passa anche dalla possibilità di muoversi più facilmente tra i comuni. Migliorare il trasporto pubblico interno, con collegamenti più funzionali tra paesi, servizi, scuole e attività, significherebbe rendere il territorio più accessibile per giovani, anziani e lavoratori.

Eppure, accanto alle difficoltà, l’Altopiano conserva elementi che oggi hanno un valore sempre maggiore.

Vivere in montagna significa scegliere un ritmo diverso, fatto di spazi più ampi, relazioni più vicine e un rapporto quotidiano con l’ambiente naturale. In un periodo in cui molte persone cercano una migliore qualità della vita, i paesi dell’Altopiano possono offrire opportunità che le città e le zone di pianura spesso faticano a garantire.

Il clima più favorevole nei mesi estivi, lontano dal caldo intenso delle aree urbane, la tranquillità, la sicurezza e un senso di comunità ancora molto presente sono elementi che rappresentano un valore concreto.

Qui i rapporti tra le persone restano spesso più diretti: ci si conosce, le associazioni rappresentano un punto di riferimento e le iniziative locali contribuiscono a mantenere vivo il legame tra cittadini e territorio.

Anche il turismo resta una delle grandi risorse dell’Altopiano, ma la vera sfida sarà andare oltre la stagionalità. Un territorio che vive soltanto nei periodi di maggiore affluenza rischia di non riuscire a creare occupazione stabile e continuità per le attività locali.

Destagionalizzare l’offerta turistica significa costruire un Altopiano attrattivo durante tutto l’anno, valorizzando le attività all’aperto, i percorsi naturalistici, la cultura, le tradizioni, gli eventi, l’enogastronomia e un turismo legato alla qualità della vita.

L’obiettivo deve essere trasformare il turismo da semplice presenza stagionale a una vera opportunità economica per residenti e imprese, creando condizioni migliori per chi vuole lavorare e vivere qui.

Lo spopolamento è una sfida reale e i numeri lo dimostrano. Ma i numeri non devono diventare una condanna.

L’Altopiano non deve semplicemente cercare di tornare al passato: deve costruire nuove condizioni per il futuro. Perché una montagna viva non è solo quella che conta più abitanti, ma quella che riesce ancora a offrire alle persone un motivo per scegliere di restare.

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