Il messaggio di mia madre arriva di mattino presto. C’è un avvertimento, ma anche un ordine preciso: «Non andare in montagna da solo, hanno detto in TV che c’è l’orso in Altopiano».
In questi giorni il video dell’orso che scavalca la recinzione con un mix di agilità e goffa forza è diventato virale e ovviamente lo avevo già visto. Ma ad una mamma preoccupata si può rispondere in un solo modo. «Certo, mamma, stai tranquilla».
Lei non sa nulla di orsi. Non ne conosce la pericolosità, le abitudini, le statistiche, ma una cosa la sa, in modo viscerale e quasi inconscio: l’orso è un animale molto pericoloso. Ma da dove viene questa certezza? In realtà ha radici molto lontane.
Leggo il messaggio e mi avvio a scendere la scaletta metallica sospesa sul vuoto. Proprio quel giorno mi sto recando a girare un video nella Grotta del Popolo. E, come spesso accade, forse non è un caso. La presenza dell’orso qui sull’Altopiano oggi viene vissuta con un misto di curiosità e preoccupazione, come un avvenimento esotico, ma c’è stato un tempo in cui i plantigradi popolavano questo angolo di mondo. Ed erano veramente grandi e cattivi.
Mentre mi aggiro nella grotta e scelgo punti e inquadrature ricordo che qui sono stati ritrovati i resti dell’enorme orso delle caverne. Al suo confronto quelli di oggi sono dei barboncini.
L’orso delle caverne, scientificamente noto come Ursus spelaeus, era una specie di orso di dimensioni imponenti che ha popolato l’Eurasia durante il Pleistocene Medio e Superiore. La sua denominazione, derivante dal greco spelaion, cioè grotta, riflette la peculiarità del ritrovamento dei suoi resti fossili quasi esclusivamente all’interno di cavità carsiche.
Questo mammifero estinto, la cui scomparsa è stimata tra i 24.000 e i 28.000 anni fa, rappresenta un soggetto di grande interesse per la paleontologia, offrendo spunti significativi sulla megafauna pleistocenica e sulle dinamiche ecologiche del passato.
Il nostro bestione si distingueva per la sua corporatura massiccia, superando in dimensioni gli attuali orsi Grizzly e Kodiak. I maschi potevano raggiungere un peso di circa 1000 chilogrammi in prossimità del letargo e un’altezza di quasi 3 metri in posizione eretta, mentre le femmine erano notevolmente più piccole, evidenziando un marcato dimorfismo sessuale.
Una delle caratteristiche morfologiche più distintive era il cranio, che presentava un profilo fronto-nasale con uno stop ben pronunciato, una differenza chiave rispetto all’orso bruno, Ursus arctos. La presenza di una cresta sagittale molto sviluppata indicava l’inserzione di potenti muscoli masticatori, essenziali per la sua dieta.
La dentatura era anch’essa peculiare, con una riduzione dei premolari e la formazione di un diastema, tipico degli erbivori. I molari erano larghi e piatti, ideali per la triturazione di materiale vegetale.
A differenza di quanto si crede, l’orso delle caverne non è un antenato del nostro orso bruno, ma semplicemente un’altra specie meno fortunata. I due, infatti, hanno convissuto per un lasso di tempo, condividendo un antenato in comune.
Mi sono reso conto di quanto fosse imponente questo animale che un tempo girovagava sull’Altopiano la prima volta che ho visitato le poco conosciute grotte di Križna, in Slovenia. Nessuna illuminazione artificiale, nessuna passerella, tratti allagati da superare in canotto: queste grotte sono un vero gioiello di conservazione.
Per accedervi servono torcia frontale, stivali gommati e un po’ di spirito d’avventura. Incastonati tra le concrezioni carsiche sono ancora visibili teschi e ossa di questo gigante. E posso assicurare che la vista è impressionante. Mamma dovrebbe essere sollevata che non vado in montagna da solo nel Pleistocene.
Ma da dove nasce questa paura atavica nei riguardi di questo animale e perché oggi, al di là di discussioni su gestione, pericolosità e altro, abbiamo ancora un rapporto di amore e odio così profondo verso l’orso?
Come dicevo, la storia è lunga. Talmente lunga che il grande storico francese Michel Pastoureau ci ha scritto un bellissimo libro: L’orso. Storia di un re decaduto, che esplora il rapporto tra uomo e orso durante la storia.
Per un lungo periodo di tempo questo animale è stato considerato il re degli animali in Europa, venerato e ammirato come progenitore o antenato dell’uomo. La sua immagine è stata utilizzata in varie culture, come testimonia la statua di Montespan, risalente a 15-20.000 anni fa.
Solo successivamente lo scettro di re è passato al leone, per una volontà precisa di svalutarne l’ammirazione. Nel tentativo di sradicare pratiche e riti di chiara origine pagana ancora ampiamente diffusi nell’Europa medievale e moderna, che avevano come protagonista l’orso, la Chiesa lo ha combattuto con tutti i mezzi, identificandolo con il diavolo e ridicolizzandolo.
Molti santi, nelle leggende, dimostravano il proprio potere addomesticando terribili orsi selvaggi. Col tempo l’orso è diventato una bestia da circo, umiliato e ridicolizzato. Tuttavia, continuava a occupare un posto importante nell’immaginario occidentale.
Molti nomi hanno origine proprio dall’orso, come Bernardo, le città di Berna e Berlino, dalla radice germanica ber-, la famiglia nobiliare degli Orsini, ma anche, con molta probabilità, la dea greca Artemide e re Artù, dalla parola greca arctos, orso, solo per fare qualche esempio.
Nel Novecento, l’orso ha subito una trasformazione, diventando un simbolo di innocenza e di affetto, come testimoniano l’orsacchiotto di peluche, Yoghi o Winnie the Pooh.
Esco dalla grotta lasciandomi alle spalle l’immensa volta calcarea. Il cielo minaccia pioggia e non ho molto tempo per rientrare. L’orso che scavalca la recinzione ci impaurisce o ci incuriosisce, ci fa riflettere sul selvaggio. Di sicuro non ci lascia indifferenti.
Forse, come scrive Pastoureau, «l’orso è un animale che ci obbliga a interrogarci sulla nostra stessa identità, sulla nostra relazione con la natura e con il sacro».
Rubrica a cura del Fauno
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