La guerra come macchina capace di privare l’uomo della propria identità, fino a trasformarlo in qualcosa di inutile, abbandonato, quasi un rifiuto. È da questa riflessione che nasce “Corvidi e Martiri – La guerra rende l’uomo spazzatura”, esposizione virtuale dell’artista e agitatore culturale asiaghese Nicola Lobbia.
Un progetto dal linguaggio essenziale e diretto, costruito attorno a due figure ricorrenti: il Martire e il Corvo. Due presenze che dialogano tra loro e diventano il punto di partenza per una riflessione sulla guerra, sulla memoria e sul rapporto sempre più fragile tra l’uomo e la natura.
Il Martire prende forma attraverso una figura di legno dalle braccia aperte, con un volto appena accennato e un corpo segnato, ricoperto da tonalità verdi e rugginose che ricordano un materiale rimasto per anni esposto alle intemperie. Non è un santo e non rappresenta una figura religiosa precisa: è piuttosto l’uomo svuotato dalla guerra, privato della propria individualità e ridotto a scarto.
Il riferimento culturale che attraversa questa parte del lavoro è quello di Primo Levi e della sua testimonianza sulla disumanizzazione prodotta dai campi di concentramento. La violenza, in questa prospettiva, non consiste soltanto nell’eliminazione fisica dell’essere umano, ma nella sua progressiva trasformazione in oggetto, in qualcosa privo di voce e identità.
I Martiri di Lobbia diventano così testimoni immobili, figure che non chiedono compassione ma obbligano chi osserva a confrontarsi con ciò che l’uomo è stato capace di infliggere ad altri uomini.
Accanto a loro compare il Corvo, scuro e massiccio, realizzato con legno bruciato e spesso appoggiato sopra una pietra bianca che richiama immediatamente il paesaggio dell’Altopiano dei Sette Comuni.
Anche in questo caso il significato si allontana dalle interpretazioni più immediate. Il Corvo non è semplicemente un presagio di morte: rappresenta ciò che rimane dopo la distruzione, lo “spazzino” che arriva quando la battaglia è terminata e gli uomini hanno lasciato dietro di sé macerie e resti.
Qui entra in gioco il pensiero di Mario Rigoni Stern, profondamente legato all’esperienza della guerra e alla capacità della natura di offrire, dopo la devastazione, una possibile misura attraverso cui ritrovare se stessi. Nei suoi racconti il paesaggio distrutto dal conflitto diventa quasi irriconoscibile, mentre boschi, montagne e animali rappresentano successivamente un ritorno all’essenziale e un possibile rifugio morale.
Lobbia mette in relazione queste due visioni: da una parte la necessità, propria della testimonianza di Levi, di ricordare ciò che l’uomo può fare all’uomo; dall’altra il rapporto con la natura che attraversa l’opera di Rigoni Stern.
Ma proprio nel confronto con il presente emerge la frattura più inquietante.
Nelle opere di Lobbia, infatti, il Corvo non si nutre più soltanto dei resti naturali, ma incontra una lattina schiacciata, osserva una rosa nera, si muove dentro un ambiente contaminato dai rifiuti lasciati dall’uomo. Anche la natura, dunque, sembra avere perso la capacità di rappresentare un luogo completamente incontaminato nel quale tornare dopo la tragedia.
Il riferimento alle guerre contemporanee, dall’Ucraina a Gaza, porta la riflessione fuori dalla memoria storica e dentro il nostro tempo. A ottant’anni dai grandi conflitti che hanno segnato l’Europa, la guerra continua a produrre vittime, distruzione e disumanizzazione, mentre parallelamente il pianeta deve confrontarsi con inquinamento, crisi climatica e trasformazione degli ecosistemi.
Da questa contraddizione nasce una delle domande centrali dell’esposizione: “Potranno i Corvi ripulire le coscienze?”
In natura questi animali eliminano resti e contribuiscono all’equilibrio dell’ambiente. Ma nel lavoro di Lobbia questa funzione assume un significato simbolico molto più ampio: può la natura cancellare ciò che l’uomo ha prodotto? Può assorbire la memoria delle guerre, l’inquinamento e la responsabilità collettiva?
Una delle immagini più emblematiche dell’esposizione mostra proprio l’ombra del Corvo proiettata sul muro, enormemente più grande rispetto all’animale stesso. Una metafora della traccia lasciata dall’uomo: qualcosa che rischia di essere molto più grande della capacità della natura di assorbirla e cancellarla.
“Corvidi e Martiri” non cerca quindi una conclusione rassicurante. I Martiri rimangono a testimoniare ciò che è accaduto, mentre i Corvi continuano semplicemente a resistere tra quello che resta.
Il messaggio finale riporta così la responsabilità al punto da cui tutto è iniziato: all’uomo. Perché nessun animale, nessun bosco e nessun processo naturale può sostituirsi alla necessità umana di fare i conti con la propria storia, con le proprie guerre e con il mondo che viene lasciato alle generazioni future.
Credit: Nicola Lobbia
L’esposizione
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Siamo presenti anche su TELEGRAM, iscriviti al nostro gruppo per rimanere aggiornato e ricevere contenuti in esclusiva: https://t.me/settecomunionline



























