“L’Ospite”, il cortometraggio girato sull’Altopiano che riporta in vita le ferite della guerra

Film L'Ospite - copertina

Certi film vengono girati in un luogo perché è funzionale all’aspetto estetico, altri invece, senza quel luogo, perderebbero una parte importante della propria storia. “L’Ospite” appartiene alla seconda categoria.

Il cortometraggio diretto da Alberto De Grandis e scritto dal vicentino Nicola Piovesan è stato girato sull’Altopiano dei Sette Comuni, tra le trincee del Monte Zovetto, a Roana, e un rifugio in località Zebbo, sopra Gallio. Una scelta che non ha soltanto dato al film un’ambientazione suggestiva, ma che ha finito per determinarne il tono, l’atmosfera e in parte, anche il senso.

La storia è ambientata nel 1934, sedici anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale. Giuseppe, interpretato da Angelo Maggi, vive isolato in montagna. Una sera alla sua porta arriva Vittorio, il personaggio affidato a Francesco Pannofino, un viandante che chiede riparo per la notte.

Da quel momento il film comincia lentamente a scavare nel passato dei due uomini.

Non serve molto per capire che quell’incontro non è destinato a rimanere una semplice parentesi. Dietro i silenzi, le esitazioni e i ricordi che affiorano poco alla volta c’è una vicenda comune legata alla guerra e a una di quelle azioni militari decise dall’alto nelle quali il destino dei soldati contava molto meno degli ordini ricevuti.

I superstiti sono pochissimi. Uomini rimasti vivi quasi per caso, che negli anni hanno continuato ciascuno la propria esistenza senza sapere nemmeno che altri fossero sopravvissuti. Quando però il passato torna a unirli, riaffiora anche tutto quello che avevano cercato di lasciare nelle trincee: i compagni perduti, le responsabilità, il senso di colpa e la domanda, mai davvero risolta, su quanto si possa tornare alla normalità dopo essere passati attraverso certe esperienze.

È proprio in questa parte che l’Altopiano acquista un peso particolare.

Le trincee che compaiono nel film non sono scenografie ricostruite. Sono quelle vere del Monte Zovetto, luoghi nei quali ancora oggi sono leggibili i segni della guerra. Per chi vive o frequenta l’Altopiano è una presenza quasi abituale: camminamenti, gallerie, fortificazioni e crateri fanno parte del paesaggio e spesso si incontrano durante una normale passeggiata nel bosco.

Nel film, però, tornano a essere quello che erano.

Non attrazioni storiche, ma luoghi nei quali uomini giovanissimi hanno combattuto, aspettato, avuto paura e, in molti casi, sono morti.

Questa autenticità si sente. E consente al cortometraggio di evitare quell’effetto artificiale che spesso accompagna le ricostruzioni storiche. Le montagne, il bosco e le trincee non hanno bisogno di essere spiegati: basta inquadrarli.

Anche il rifugio utilizzato per gran parte della vicenda contribuisce a creare quella sensazione di isolamento che attraversa tutto il film. Giuseppe sembra essersi ritirato non soltanto lontano dalle persone, ma anche lontano dalla propria storia. L’arrivo di Vittorio rompe quell’equilibrio e costringe entrambi a tornare là dove, evidentemente, non avrebbero mai voluto tornare.

Pannofino e Maggi reggono gran parte del cortometraggio sulle proprie spalle. Due interpreti conosciutissimi soprattutto per il doppiaggio, ma che qui lavorano soprattutto sui tempi, sulle pause e su un confronto che diventa progressivamente più teso.

Attorno a loro c’è poi una produzione che ha coinvolto una troupe di circa 30 professionisti, maestranze locali e i rievocatori del Gruppo storico Battaglione Bassano 62ª compagnia, chiamati a dare maggiore credibilità alle scene ambientate durante il conflitto.

Anche per questo “L’Ospite” è un progetto che ha qualcosa di diverso rispetto a una produzione che semplicemente “passa” sull’Altopiano per girare alcune immagini. Il territorio è entrato direttamente nella realizzazione del film, sia attraverso le location sia attraverso le persone che vi hanno lavorato.

l’Altopiano offre qualcosa che difficilmente può essere costruito in studio. Offre la realtà.

Le cicatrici della Grande Guerra sono ancora visibili, spesso a pochi passi dalle strade o dai sentieri più frequentati. E proprio per questo una storia come quella di “L’Ospite” acquista qui un significato diverso. Non sembra ambientata cento anni fa.

Sembra quasi che sia rimasta nascosta tra quelle montagne fino a quando qualcuno ha deciso di riportarla alla luce.

Il trailer

La gallery

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