Roberto Saviano ad Asiago, come i social deformano il dibattito pubblico

In occasione della messa in onda, ieri sera su La7, del monologo di Roberto Saviano registrato ad Asiago lo scorso 1° agosto, riproponiamo l’editoriale pubblicato sul numero 47 de “I 7 Comuni

Un monologo ad Asiago, centinaia di persone in silenzio davanti al Sacrario e, nelle stesse ore, centinaia di insulti sotto il post che lo annunciava. Le due scene non si sono mai sfiorate. Il motivo non riguarda lo scrittore finito nel mirino, riguarda il modo in cui discutiamo ormai di qualsiasi cosa.

Conviene partire dai fatti, perché chi incontra una polemica a giorni di distanza ne raccoglie quasi sempre soltanto l’eco.

Sabato primo agosto, all’interno della quarta edizione di PiazzAsiago, la rassegna di politica e cultura condotta da David Parenzo e Alessandro De Angelis che il Comune di Asiago ospita ogni estate, Roberto Saviano ha portato ad Asiago un monologo inedito intitolato “In trincea: dalla Grande Guerra all’Ucraina”, scritto appositamente per quella serata. Ingresso libero, inizio alle nove e mezza. Si sono presentate centinaia di persone, famiglie con bambini e parecchi ragazzi insieme a residenti e turisti, per un racconto che teneva insieme le pagine degli scrittori della Grande Guerra, le testimonianze dei reduci e i conflitti di oggi, chiuso con le luci ricomposte nei colori del tricolore. La registrazione è andata in onda ieri sera su La7.

Nei giorni successivi, nella stessa rassegna, sono passati tra gli altri il leader del Movimento 5 Stelle Conte, il procuratore della Repubblica di Napoli Gratteri, il presidente della Regione Veneto Stefani e il ministro dell’ambiente Picchetto Frattin.

Nelle settimane precedenti, sotto il post con cui 7 Comuni Online annunciava l’appuntamento, si era accumulata una discussione di tutt’altra natura: diverse centinaia di commenti, in larghissima maggioranza ostili, che chiedevano di impedire allo scrittore di mettere piede sul sacrario, ne contestavano la legittimità morale, ne discutevano compenso e scorta, per poi trasformarsi nel giro di poche ore in una resa dei conti fra tifoserie politiche.

La vicenda è locale soltanto per accidente. Quello che è successo sotto quel post succede ogni giorno, in migliaia di pagine italiane, con nomi diversi e identico copione. Vale la pena osservarlo per quello che è, cioè un meccanismo sociale abbastanza preciso, prima ancora che una questione di buona o cattiva educazione.

Chi commenta e chi partecipa: due gruppi distinti

Il primo punto è il più banale e il più ignorato: commentare non costa nulla, partecipare costa una serata. Per intervenire online basta essere motivati, per recarsi fino al luogo dell’evento bisogna essere interessati e la motivazione negativa è di gran lunga la più economica da produrre.

Ne esce un campione clamorosamente distorto, nel quale chi è semplicemente curioso non lascia traccia e poi si presenta, mentre chi è contrario lascia traccia e resta a casa. Le decine di dichiarazioni del tipo “io non ci vado” comparse in quel thread non annunciavano affatto un comportamento futuro, dal momento che erano già esse stesse il comportamento, esaurito nell’atto di essere annunciato.

A questa distorsione se ne somma una seconda, studiata da mezzo secolo con il nome di spirale del silenzio: quando una posizione appare dominante in uno spazio pubblico, chi la pensa diversamente tende a tacere per non esporsi, il che la rende ancora più dominante e il silenzio ancora più conveniente. Bastano poche decine di interventi aggressivi nella prima mezz’ora perché una sezione commenti smetta di essere il luogo dove qualcuno esprime un’opinione e diventi il luogo dove una sola opinione è praticabile.

Chi fa questo mestiere dovrebbe ormai saperlo e invece continuiamo a leggere i commenti come fossero un sondaggio, salvo poi domandarci come mai il piazzale fosse pieno.

Il particolare che nessuno ha verificato

L’accusa più ripetuta, quella che ha dato dignità apparente a tutte le altre, riguardava la profanazione di un luogo sacro. Sacrilegio, oltraggio, bestemmia, non fatelo entrare, recintate il sacrario.

Il monologo non si è tenuto dentro il Sacrario. Si è tenuto nel Piazzale degli Eroi sottostante, che è uno spazio pubblico all’aperto e non un luogo consacrato, dove nel corso degli anni si sono svolte altre manifestazioni (tra le quali anche l’arrivo e il passaggio del Giro d’Italia) senza che nessuno avesse mai da ridire.

Nessuno, fra le centinaia di persone che invocavano il rispetto per i caduti, si è preso la briga di verificare dove l’evento si tenesse. Ed è questo il dato che conta, molto più della polemica in sé, perché rivela l’ordine reale delle operazioni: prima si è formato il giudizio sulla persona, poi si è cercata una ragione presentabile per esprimerlo. La sacralità del luogo non era una premessa, era una copertura, scelta perché è l’unica obiezione che consente di attaccare qualcuno mostrandosi rispettosi anziché ostili.

Lo conferma il fatto che il racconto proposto quella sera stava esattamente dalla parte che i contestatori dicevano di voler difendere, cioè dalla parte degli uomini finiti dentro le trincee e del prezzo umano che quel monumento custodisce. Chi accusava non poteva saperlo, perché la serata non era ancora cominciata, ma soprattutto non gli interessava saperlo.

Tutti convinti di pensare con la propria testa

Qui si arriva al nodo e non riguarda Asiago né lo scrittore, riguarda noi.

Chi scriveva quei commenti era persuaso di esprimere un’opinione personale, spesso di esprimerla contro corrente e diversi lo rivendicavano apertamente, presentandosi come gente che non si beve le cose e che pensa con la propria testa. Poi si mettono in fila i loro interventi e si scopre che dicono le stesse cinque cose, con le stesse parole, nello stesso ordine: la scorta pagata dai contribuenti, l’accusa di plagio, l’attico americano, il Rolex, la promessa di lasciare il Paese che nessuno ha mai formulato in quei termini e che infatti un lettore più diligente degli altri ha smentito con un link.

Sono formule che circolano identiche sotto qualunque post riguardi quel nome, da anni, in ogni parte d’Italia e che non contengono un solo elemento riferibile ad Asiago, alla Grande Guerra o al testo che sarebbe stato letto quella sera. Non nascono nella testa di chi le scrive: arrivano dai talk show, dalle dichiarazioni dei leader, dalle pagine militanti che vivono di questo. Vengono adottate perché sono pronte all’uso, perché risparmiano la fatica di formarsi un’opinione e perché garantiscono l’approvazione immediata di chi già la pensa così.

Il meccanismo è noto da decenni e si chiama agenda setting. Chi comanda il discorso pubblico (grandi media) quasi mai riesce a dirti che cosa devi pensare, ma è bravissimo a stabilire di che cosa parlerai e con quali parole. Le piattaforme social non hanno inventato nulla, hanno soltanto accelerato la distribuzione dei contenuti, al punto che oggi migliaia di persone che non si conoscono producono nello stesso pomeriggio commenti intercambiabili, ciascuna nella convinzione sincera di aver detto una cosa sua.

Il paradosso più crudele è che più uno si sente eretico, più è probabile che stia recitando un copione, perché quei copioni sono confezionati apposta per restituire la sensazione di stare fuori dal coro. Ed è un meccanismo che non appartiene a uno schieramento: cambiano il lessico, i bersagli e le citazioni, ma la struttura è identica in ogni campo e chiunque si sia trovato a difendere una posizione sa quanto sia comodo trovare la frase già pronta.

Il risultato è una discussione pubblica in cui quasi nessuno parla del fatto di cui si sta discutendo e quasi tutti parlano invece della squadra a cui appartengono, con la conseguenza che rispondere nel merito diventa inutile: si finisce per replicare a una tessera di riconoscimento scambiandola per un ragionamento.

Il nemico come surrogato dell’appartenenza

Resta da capire perché funzioni così bene.

In una società che ha perso quasi tutti i suoi luoghi di appartenenza tradizionali, l’ostilità condivisa verso un bersaglio riconoscibile è diventata uno dei pochi collanti ancora disponibili e lavora meglio di qualsiasi adesione positiva perché costa meno. Non serve sapere che cosa si pensa, basta sapere chi non si sopporta e il nome del bersaglio smette progressivamente di indicare una persona per diventare una parola d’accesso a un gruppo che senza quel nemico non saprebbe più bene in che cosa consiste.

Da qui viene anche la coda più sgradevole di quella discussione, quella in cui si chiedeva all’ospite di tornarsene da dove era venuto, di stare fuori dal Veneto, di non rovinare con la sua presenza un altopiano descritto come proprietà affettiva di chi ci abita. Non sono scivoloni isolati, sono il fondo emotivo dell’intera vicenda, semplicemente meno mascherato e spiegano perché l’obiezione sul luogo sacro reggesse tanto bene: serviva a dire chi sta dentro e chi sta fuori usando parole “nobili”.

Lo specchio dall’altra parte

Sarebbe comodo fermarsi qui, con i contestatori nella parte dei rozzi e chi li riprende in quella dei civili, ma quel thread racconta anche un’altra storia e va detta perché è la parte da cui abbiamo qualcosa da imparare.

La difesa più insistente dell’iniziativa non ha argomentato, ha misurato. Ha spiegato ai contraddittori che a stento avrebbero superato la terza media, li ha paragonati ad animali dal cervello poco sviluppato, ha osservato che quella gente vota e consuma ossigeno. Chi scrive così crede di difendere un ospite e ottiene l’effetto opposto, perché trasforma un dissenso su una scelta culturale in un conflitto di status e il risentimento verso il disprezzo dei colti è da almeno vent’anni il combustibile più efficace di cui disponga la parte avversa.

Le uniche due repliche che hanno spostato qualcosa erano di tutt’altro tenore e consistevano in un fatto, cioè che chi era presente aveva applaudito mentre chi criticava non c’era, oltre che in una verifica puntuale di una notizia falsa.

Allo stesso modo quasi nessuno ha notato che la rassegna contestata come iniziativa di parte ospitava nella medesima edizione un leader di opposizione, un ministro in carica, un presidente di Regione e un magistrato, mentre il sindaco che la promuove alle ultime regionali era candidato in un partito di centrodestra. L’informazione era pubblica e non ha spostato niente, perché quando uno schema di interpretazione si attiva sono i fatti a doversi adeguare, non il contrario.

La rissa non è un incidente, è il prodotto

Va aggiunto l’aspetto meno visibile e forse decisivo, che riguarda l’ambiente in cui tutto questo accade.

Le piattaforme non distribuiscono i contenuti che convincono, distribuiscono quelli che generano reazioni e nessuna reazione è più affidabile del conflitto. In quel thread due sole coppie di utenti hanno prodotto una quota enorme del totale, rispondendosi per decine di battute senza mai formulare un argomento e ogni loro replica ha allargato la platea del post portandolo davanti a persone che con Asiago non avevano alcun rapporto.

Una pagina locale, letta ogni giorno da chi vive in un territorio di ventimila abitanti, si è così trovata a ospitare una discussione nazionale atterrata dall’esterno.

Non dipende dalla maleducazione dei singoli, dipende dal modo in cui questi strumenti sono costruiti ed è la ragione per cui misurare la temperatura di una comunità dalla sezione commenti equivale a giudicare un paese dal rumore del suo bar più chiassoso alle due di notte.

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