Una storia iniziata quasi 140 anni fa, con una nave partita da Genova e una giovane coppia di Rotzo diretta verso un futuro completamente sconosciuto in Brasile. È stata l’emigrazione verso il Sud America il cuore del secondo appuntamento con il Filò dei Cimbri, che ha riportato alla luce uno dei capitoli più significativi della storia della comunità rotzese.
La serata si è aperta con il consueto dialogo in lingua cimbra, affidato ad Ada, Maria Vittoria e Paolina, seguito dall’intervento di Alessio, dedicato alle numerose voragini presenti sull’Altopiano. Poi lo sguardo si è spostato molto più lontano, fino allo stato brasiliano del Rio Grande do Sul, dove tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del decennio successivo arrivarono decine di famiglie partite da Rotzo.
Tra il 1880 e il 1891 furono infatti 34 le famiglie rotzesi che lasciarono il paese, per un totale di circa 140 persone, spinte dalla povertà e dalla speranza di trovare migliori condizioni di vita oltreoceano.
Ospite della serata è stato Josè Tondello, discendente di una di quelle famiglie, protagonista di un dialogo con don Sergio Stefani che ha permesso di ricostruire una vicenda familiare diventata, nel tempo, anche storia collettiva.
Il suo antenato Orazio Tondello “Plozar”, nel 1887, all’età di 25 anni, lasciò Rotzo insieme alla moglie Caterina Slaviero “Cazzador”, allora diciannovenne. I due, sposati da poco, si imbarcarono a Genova e, dopo poco più di un mese di navigazione, raggiunsero Porto Alegre, nel Rio Grande do Sul.
Di quel viaggio non sono rimaste testimonianze dirette. Si possono soltanto immaginare le difficoltà affrontate durante una traversata lunga e incerta, verso una terra sconosciuta e senza la certezza di ciò che avrebbero trovato una volta arrivati.
Da Orazio e Caterina nacque però una numerosissima discendenza, tanto che ancora oggi il cognome Tondello è molto diffuso in quella parte del Brasile.
Per generazioni, tuttavia, nessuno tornò a Rotzo. Non lo fecero i primi emigranti, né i loro figli e nemmeno i nipoti. Josè è stato il primo della sua famiglia a compiere il viaggio inverso, tornando sull’Altopiano circa quindici anni fa, dopo quattro generazioni.
La dimensione delle famiglie racconta da sola quanto si siano sviluppate quelle comunità. Josè è uno di 15 fratelli, mentre una famiglia di suoi cugini arriva addirittura a 17 fratelli.
Il legame tra Rotzo e il Brasile è ancora oggi visibile ad Antonio Prado, la località dove furono destinati molti degli emigranti altopianesi e che oggi è comune gemellato con Rotzo. Qui una lapide conserva i nomi delle famiglie partite dall’Altopiano alla fine dell’Ottocento.
Nel racconto di Josè emerge anche un territorio che, per alcuni aspetti, ricorda quello lasciato dagli antenati: colline, agricoltura e un forte senso di comunità. Nei paesi sono presenti grandi strutture capaci di ospitare anche un migliaio di persone, utilizzate per feste, incontri e pranzi collettivi.
Una tradizione dello stare insieme che, secondo Josè, in quelle comunità è ancora particolarmente radicata.
Lui stesso è agricoltore e conduce un’azienda biologica dove vengono coltivati «perseghi, pomari», ortaggi, carote, patate e molti altri prodotti. Il clima della zona permette di ottenere fino a tre raccolti all’anno, rendendo il ciclo agricolo praticamente continuo.
Antonio Prado conta circa 13 mila abitanti e circa 7 mila ettari coltivati a piante da frutto, ma deve fare i conti anche con una forte carenza di manodopera: secondo quanto raccontato durante la serata, mancherebbero almeno mille lavoratori per garantire la raccolta dei prodotti.
Ogni sabato Josè porta personalmente frutta e verdura nei mercati di Caxias do Sul, continuando un’attività agricola che, pur sviluppatasi dall’altra parte dell’oceano, conserva nelle parole e nelle abitudini molti richiami alle origini venete e altopianesi.
Ed è proprio quando torna nella terra dei suoi antenati che emerge con maggiore forza un sentimento rimasto vivo nonostante quasi un secolo e mezzo di distanza.
«Quando ritorno a Rotzo provo una grande nostalgia e, se avessi vent’anni, ritornerei a vivere qua», ha raccontato Josè. Poi una frase capace di riassumere l’intera serata e il legame mai spezzato con il paese da cui tutto ebbe origine: «Mi sento al 10% brasiliano e al 90% di Rotzo».
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