I racconti del Fauno: streghe dell’Altopiano: verbali e sentenze tra le Montagne Vicentine

Stasera sarà la notte delle streghe. Ho camminato a lungo per questi boschi e letto molto per comprendere questo fenomeno. Una radura, un incrocio di strade, la notte che racconta leggende.

Ma dietro i miti si cela quasi sempre un fondo di verità e storie che magari tornano indietro nella notte dei tempi. I miei passi, in fondo, sono quelli di viandanti, inquisitori, donne di medicina e sventurate che tra questi boschi hanno vissuto il loro destino.

La storia della stregoneria sull’Altopiano dei Sette Comuni non è una questione di miti lontani, ma una cronaca giudiziaria fatta di nomi, date e accuse precise che emergono dai fondi dell’Inquisizione di Vicenza. Sebbene la figura di Diana Trivia aleggi sullo sfondo delle credenze popolari, la realtà dei processi rivela un conflitto molto più terreno: quello tra una cultura rurale montana, legata a saperi ancestrali, e il rigore dottrinale della Chiesa post-tridentina.

Il Maglio di Fra Felice: il caso Lusiana (1580)

Il 1580 segna uno spartiacque per l’Altopiano. L’Inquisitore di Vicenza, Fra Felice da Colorno, decise di intervenire con decisione nelle comunità dei Sette Comuni, percepite come focolai di superstizione. Il processo più documentato è quello che coinvolse diverse donne di Lusiana, i cui verbali offrono uno spaccato crudo della vita dell’epoca.

Le figure centrali furono Maddalena di Lusiana e Domenica “la zoppa”. Maddalena non era una figura marginale, ma una guaritrice rispettata che utilizzava erbe raccolte sui pendii dell’Altopiano.

Nei verbali si legge la sua difesa, che rivendica la naturalità del suo operato: «Non conosco altro che le erbe che Dio ha messo in terra e le parole che mi ha insegnato mia madre per benedirle».

Maddalena fu accusata di maleficium per aver somministrato filtri che, secondo i denuncianti, avrebbero causato malattie inspiegabili o, al contrario, guarigioni «troppo rapide» per essere naturali.

Domenica, invece, fu vittima di una persecuzione legata alla sua condizione fisica. Essendo zoppa e povera, incarnava il bersaglio perfetto per le accuse di malocchio. Nei verbali del 1580 viene descritta come colei che «con lo sguardo e il tocco infetta le culle dei neonati».

La sua risposta ai giudici è un grido di dolore sociale: «Se i bambini muoiono, è per la fame e il freddo, non per il mio sguardo».

Oltre Lusiana: denunce a Roana e Asiago

Sebbene il processo di Lusiana sia il più celebre, i documenti citati dallo storico Giovanni Mantese rivelano una vigilanza costante su tutto l’Altopiano. A Roana, diverse donne furono sospettate di frequentare il Tanzerloch, il «Buco delle Danze», una voragine carsica considerata il punto di accesso per raduni notturni. Qui, l’accusa non era solo di stregoneria, ma di apostasia: si credeva che le donne rinnegassero la fede cristiana per onorare entità legate alla terra e ai cicli naturali.

Ad Asiago, i verbali riportano casi di «magia agraria». Alcuni pastori furono denunciati per aver utilizzato amuleti e formule magiche per proteggere le greggi dai lupi o per aumentare la produzione di latte.

In questi casi, la stregoneria si mescolava con le necessità di sopravvivenza di una comunità montana che vedeva nel soprannaturale un alleato contro le avversità del clima e della fauna.

La strategia della penitenza: abiure e umiliazioni

A differenza dei tribunali laici, che spesso ricorrevano al rogo, l’Inquisizione vicentina utilizzava la sentenza di abiura.

Nel 1580, Maddalena e Domenica non furono arse vive, ma condannate a un’umiliazione pubblica devastante. Dovettero presentarsi nella chiesa di San Giacomo a Lusiana, davanti a tutta la comunità, vestite con il «sacco delle streghe», l’abitello penitenziale, per rinnegare le proprie pratiche.  Questa strategia serviva a «disinnescare» il potere delle guaritrici: una volta abiurato pubblicamente, il loro prestigio sociale crollava e la comunità veniva ammonita a non rivolgersi più a loro.

Lo storico Mariano Nardello sottolinea come queste sentenze fossero più efficaci della morte stessa per sradicare tradizioni che duravano da secoli.

La Resistenza dei Sette Comuni

L’Altopiano dei Sette Comuni, con la sua autonomia amministrativa garantita dalla Spettabile Reggenza, pur nelle sue fasi alterne di maggiore o minore indipendenza, cercò spesso di limitare le interferenze esterne, comprese quelle dell’Inquisizione.

Tuttavia, la paura del «diverso» e la pressione religiosa portarono a una progressiva erosione delle conoscenze erboristiche e dei riti legati alla natura.

I processi di stregoneria sull’Altopiano non furono dunque solo episodi di isteria religiosa, ma lo scontro finale tra due mondi: quello della foresta, dei crocicchi e delle erbe curative, e quello delle città, dei tribunali e dei dogmi scritti.

Maddalena, Domenica e le altre donne senza nome dei verbali restano oggi le testimoni silenziose di una sapienza montana che ha cercato, fino all’ultimo, di non piegarsi.

I processi si chiusero con abiure, non con roghi. Fu una scelta calcolata: più efficace per cancellare una cultura senza creare martiri.

A Lusiana, Roana e Asiago la montagna perse le sue guaritrici. E con loro parte della sua tradizione.

Rubrica a cura del Fauno


Bibliografia essenziale

• Giovanni Mantese, Memorie storiche della Chiesa vicentina, Vol. IV.
• Mariano Nardello, Processi per stregoneria a Vicenza e nel suo territorio.
• Elisabetta Guardalben, Superstizioni e stregoneria nell’Altopiano dei Sette Comuni.

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