Quando chi soccorre rischia la propria vita: ricordiamoci chi c’è dentro quella divisa

L’incidente di Falco 1 alle Torri del Falzarego riporta l’attenzione sul lavoro di medici, infermieri e soccorritori: professionisti chiamati a intervenire ogni giorno, in ogni condizione e spesso in scenari complessi, dove anche chi porta aiuto può trovarsi in pericolo

Certi si giudicano in pochi secondi. Si vede un’ambulanza arrivare, un elicottero alzarsi in volo, una squadra muoversi verso qualcuno che ha bisogno di aiuto. Poi, magari, si torna alla propria giornata. Quello che spesso non si vede è tutto ciò che c’è dietro.

L’episodio avvenuto il 22 agosto alle Torri del Falzarego, durante un intervento di Falco 1, dovrebbe farci fermare proprio su questo. Nel corso delle operazioni di soccorso, la paziente e una dottoressa dell’équipe sanitaria sono ruzzolate lungo il terreno. Un episodio che, al di là della dinamica, ricorda una cosa molto semplice: anche chi parte per salvare una vita può trovarsi a sua volta in una situazione di pericolo.

Ed è proprio da qui che nasce una riflessione. Ogni tanto capita di leggere commenti come «lo fanno solo per i soldi». Parole che, personalmente, fanno male. Non tanto perché non si possa discutere di stipendi, condizioni di lavoro o organizzazione del sistema sanitario, ma perché dietro quella frase sembra sparire completamente la persona che indossa una divisa.

Prima di giudicare un lavoro, forse, bisognerebbe conoscerlo.

Bisognerebbe sapere cosa significa essere disponibili quando gli altri dormono. Essere presenti a Natale, a Pasqua, a Ferragosto, nei giorni festivi e durante le notti. Conoscere i turni, la stanchezza, la formazione, le responsabilità e tutti quei sacrifici che spesso rimangono invisibili a chi osserva soltanto il momento in cui arriva un mezzo di soccorso.

Il soccorso non si ferma davanti al calendario e nemmeno davanti alle condizioni meteorologiche.

Si lavora con il caldo dell’estate e con il gelo dell’inverno. Sotto la pioggia, sulla neve, nel fango, nel traffico, dentro le abitazioni, lungo un sentiero di montagna o in luoghi difficili da raggiungere. E poi ci sono gli interventi in quota, quelli in elicottero, nei quali ogni movimento deve essere valutato con attenzione perché l’ambiente stesso può diventare un pericolo.

Può bastare una chiamata per passare dal malore di una persona anziana al problema di un bambino, da una donna che sta per partorire a un incidente stradale che coinvolge un’intera famiglia. Situazioni completamente diverse, che richiedono preparazione, lucidità e capacità di adattarsi in pochi istanti. Perché nel soccorso l’esito di un intervento non è mai scontato.

Chi parte non sa quale sarà il finale di quella storia. Sa soltanto che deve arrivare e fare tutto ciò che è nelle proprie possibilità per aiutare.

Sono scenari diversi, ma con una cosa in comune: dall’altra parte c’è sempre qualcuno che aspetta di essere aiutato.

Può capitare di dover raggiungere qualcuno in montagna quando il tempo cambia improvvisamente, quando il terreno è impervio o quando le condizioni rendono complicato persino muoversi.

A volte, inoltre, chi viene soccorso si trova in una situazione che avrebbe potuto essere evitata. Un abbigliamento non adeguato, una preparazione insufficiente, una sottovalutazione delle difficoltà. La montagna, ancora oggi, viene troppo spesso vissuta come se fosse un parco divertimenti nel quale bastasse partire per una passeggiata per essere al sicuro.

Ma la montagna non è questo. È bellissima, ma è anche un ambiente che va conosciuto, rispettato e affrontato con consapevolezza. Un errore, un cambiamento improvviso del tempo o una valutazione sbagliata possono trasformare una giornata normale in un’emergenza.

E quando quell’emergenza arriva, qualcuno deve andare. Qualcuno deve lasciare una base, salire su un’ambulanza, indossare l’attrezzatura, salire su un elicottero o percorrere un sentiero. Qualcuno deve affrontare quelle stesse condizioni che magari hanno messo in difficoltà la persona da soccorrere.

È questo forse l’aspetto che dimentichiamo più facilmente. Ci dimentichiamo che dentro quella divisa ci sono delle persone.

Persone con emozioni, paure, famiglie e limiti. Ma anche professionisti preparati, formati per affrontare situazioni di grande stress e scenari complessi.

Quando vediamo un’ambulanza, un elicottero o una squadra di soccorso arrivare sul posto, vediamo una divisa. Dovremmo invece ricordarci che dentro quella divisa c’è qualcuno che sta facendo il proprio lavoro mettendo in campo competenza, lucidità e professionalità, anche quando intorno ci sono paura, confusione, pericolo e pressione.

Non sono supereroi. Sono professionisti. E proprio perché sono esseri umani, il rischio che affrontano non dovrebbe mai essere dato per scontato.

C’è poi un altro aspetto, forse meno visibile ma altrettanto importante: la capacità di mantenere il distacco emotivo.

Chi soccorre si trova davanti a persone che soffrono, famiglie spaventate, bambini, anziani e situazioni talvolta drammatiche. Deve saper essere vicino a chi ha bisogno, ma allo stesso tempo mantenere quella lucidità necessaria per prendere le decisioni giuste.

Essere professionisti significa anche questo: esserci umanamente senza lasciare che le emozioni prendano il sopravvento sul proprio lavoro.

E dentro quella divisa c’è una persona che a sua volta ha qualcuno che la aspetta a casa. Una famiglia, un compagno o una compagna, dei figli, dei genitori, degli amici. Ogni volta che un equipaggio sale su un’ambulanza, parte con un elicottero o esce per una missione di soccorso, c’è qualcuno che aspetta che quella persona faccia ritorno.

Ogni viaggio deve avere un’andata, ma anche un ritorno.

Perché chi parte per aiutare qualcuno non smette, nel momento in cui indossa una divisa, di essere figlio, genitore, compagno, compagna, fratello, sorella o amico.

Persone che hanno scelto di dedicare una parte importante della propria vita al soccorso. Persone che vengono naturalmente retribuite per il proprio lavoro, come è giusto che sia, ma che difficilmente potrebbero essere spinte soltanto dal denaro a scegliere una professione fatta di turni, responsabilità, notti, festività, situazioni emotivamente pesanti e, in alcuni contesti, anche di un rischio concreto per la propria sicurezza.

Se fosse soltanto una questione economica, esisterebbero certamente lavori più prevedibili e ambienti più protetti.

Chi lavora nel soccorso, invece, sa che può essere chiamato in qualsiasi momento. E quando quella chiamata arriva, bisogna esserci.

Chi ha avuto modo, anche solo in parte, di conoscere questo mondo lo sa bene: non è semplicemente “andare a fare un intervento”. Ci sono preparazione, concentrazione, responsabilità e capacità di lavorare in squadra. E ci sono situazioni che, una volta rientrati alla base, non sempre si riescono a lasciare completamente alle spalle.

Per questo l’episodio di Falco 1 dovrebbe farci riflettere.

Il soccorso è una rete composta da donne e uomini che ogni giorno si mettono a disposizione degli altri. Medici, infermieri, soccorritori, tecnici del Soccorso Alpino, vigili del fuoco, forze dell’ordine e tutte le altre figure che, con ruoli diversi, contribuiscono a farla funzionare.

Non perché siano eroi irraggiungibili. Non perché non possano sbagliare. Ma semplicemente perché sono persone che, quando qualcun altro ha bisogno, scelgono di esserci.

Ed è proprio qui che dovrebbe iniziare anche la nostra responsabilità. Chi affronta la montagna senza l’abbigliamento necessario, chi sottovaluta un percorso, chi continua a guardare il telefono mentre guida, chi si mette in situazioni di evidente pericolo o chi arriva addirittura a chiamare i soccorsi per motivi banali dovrebbe fermarsi un momento e farsi un esame di coscienza.

Non soltanto perché il soccorso ha un costo per la collettività, ma soprattutto perché ogni chiamata mette in movimento persone vere.

Persone che devono uscire dalla loro base, salire su un mezzo, affrontare il traffico, il maltempo, la montagna o il volo. Persone che stanno mettendo a disposizione la propria professionalità e, in determinate circostanze, anche la propria sicurezza.

E forse prima di scrivere «lo fanno solo per i soldi» dovremmo ricordarci di una cosa: mentre noi siamo al sicuro nelle nostre case, loro possono trovarsi al freddo, sotto la pioggia, nel traffico, su una parete, in mezzo alla neve o a bordo di un elicottero.

E lo fanno perché dall’altra parte c’è una persona che ha bisogno di aiuto. Anche quando quella persona non si è preparata abbastanza. Anche quando avrebbe potuto prestare maggiore attenzione. Anche quando l’intervento significa correre un rischio che il soccorritore non aveva scelto.

Il medico di Falco 1 e la paziente che si sono ritrovate a ruzzolare durante quelle operazioni sono un’immagine che dovrebbe rimanere impressa. Perché racconta, in pochi istanti, una verità che troppo spesso dimentichiamo: chi viene a salvarci non è invulnerabile.

Per questo, oggi, non serve aggiungere altro rumore. Serve soltanto esprimere vicinanza alla dottoressa coinvolta in quell’episodio, alla paziente e, insieme a loro, a tutte le donne e gli uomini che ogni giorno salgono su un’ambulanza, su un mezzo di soccorso o su un elicottero senza sapere esattamente cosa troveranno una volta arrivati sul posto.

Perché il valore di un lavoro non si misura soltanto da quanto viene pagato. A volte si misura anche da quanto si è disposti a dare quando qualcun altro ha bisogno di te.

E forse, prima di giudicare chi indossa quella divisa, dovremmo semplicemente ricordarci che dietro ogni missione di soccorso c’è una persona. Una persona che rischia, affronta situazioni difficili e mette a disposizione degli altri la propria professionalità, ma che, come tutti, ha una famiglia e degli affetti che la aspettano a casa.

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