Mario Rigoni Stern diceva ai ragazzi che fare bene il contadino è più intellettuale che fare il cassiere di banca. Ventisette anni dopo il cassiere non c’è più e la domanda che ci ha lasciato è diventata la più urgente di tutte.
In un documentario del 1999, Ritratti, diretto da Carlo Mazzacurati, Mario Rigoni Stern parla di lavoro con Marco Paolini. A un certo punto racconta del suo orto: quando vede le aiuole ben tirate, il letame ben sotto, la terra ben spianata, prova la stessa soddisfazione di quando ha finito un buon racconto. Poi aggiunge una frase che allora suonava come una simpatica eresia di montagna, e che oggi andrebbe letta nelle assemblee d’istituto: ragazzi, voi magari aspirate a un impiego in banca, ma ricordatevi che fare il contadino per bene è più intellettuale che fare il cassiere. Perché il contadino deve sapere di genetica, di meteorologia, di chimica, perfino di astronomia.
Ventisette anni dopo, quella gerarchia è caduta da sola. Gli sportelli hanno chiuso a migliaia, il cassiere sta diventando un software e il posto in banca, che per generazioni di famiglie italiane è stato il sinonimo esatto della sistemazione, della sicurezza, del salto di classe, è oggi uno dei mestieri più esposti all’automazione. Rigoni Stern non stava facendo una profezia. Stava facendo, con l’understatement dei montanari, una tesi sociologica: che il prestigio sociale di un lavoro e la quantità di intelligenza che quel lavoro richiede sono due grandezze indipendenti, e che noi abbiamo passato mezzo secolo a confonderle.
Vale la pena precisare qual era il suo vero bersaglio, perché è facile arruolarlo per la causa sbagliata. Non ce l’aveva con il lavoro intellettuale: ce l’aveva con il lavoro ripetitivo. Lo dice lui stesso, citando Tempi moderni: il lavoro manuale, quando non è ripetitivo, va sempre bene, perché è anche creativo. La linea di divisione non passa tra la mano e la mente. Passa tra il gesto che richiede giudizio e il gesto a cui il giudizio è stato tolto. Charlot alla catena non è umiliato perché usa le mani. È umiliato perché gli hanno sottratto la parte del lavoro in cui si decide qualcosa.
Ecco perché questa vecchia intervista parla dell’intelligenza artificiale meglio di molta pubblicistica recente. La catena di montaggio, oggi, è entrata negli uffici. Il rischio che corriamo non è un mondo senza lavoro intellettuale: è un mondo di lavoro intellettuale reso ripetitivo, un Tempi moderni della scrivania in cui il compito residuo dell’essere umano è sorvegliare un flusso che non ha prodotto, controllare un testo che non ha pensato, incollare un risultato che non saprebbe rifare. Non è luddismo dirlo, ed è bene chiarirlo: l’intelligenza artificiale è uno strumento e uno strumento straordinario. Anche l’aratro lo era. La domanda giusta non è se usarla, ma quale parte del gesto le deleghiamo. Se le do la fatica e mi tengo il giudizio, cresco. Se le do il giudizio e mi tengo la fatica, sono il Charlot di Chaplin con una tastiera davanti.
C’è poi la questione dei ragazzi, che Rigoni Stern interpellava direttamente e che oggi si trovano davanti a un paesaggio rovesciato. Non sognano più la banca e non perché abbiano letto Rigoni Stern: perché la promessa del posto sicuro, colletto bianco e stipendio a vita, si è semplicemente dissolta sotto i loro occhi. Al tempo stesso, mezzo Paese non trova falegnami, elettricisti, idraulici, muratori, cuochi, infermieri, saldatori. La tentazione retorica è dire che i giovani non hanno più voglia. È una spiegazione comoda e falsa. Quei mestieri restano scoperti anche perché per anni li abbiamo raccontati come un ripiego e soprattutto perché in troppi casi sono pagati male, tutelati poco, organizzati con ritmi che rendono impossibile proprio la cosa di cui parlava Rigoni Stern: farli bene. La fretta è la nemica naturale del lavoro ben fatto. Chi è costretto a consegnare in metà del tempo necessario non fa un lavoro più veloce: fa un lavoro peggiore e lo sa, e questo lo consuma.
Rigoni Stern, del resto, non predicava il lavoro gratuito. Diceva che il lavoro appagante è quello di chi non si prefigge solo il guadagno, ma anche un arricchimento. Quel “solo” è la parola che regge tutta la frase, ed è la parola che di solito viene tagliata quando lo si cita nei convegni. La dignità del lavoro è insieme simbolica e materiale e la prima senza la seconda diventa un modo elegante per chiedere sacrifici agli altri.
Ma c’è un livello più profondo, ed è quello che rende questo brano qualcosa di più di una pagina sindacale. Rigoni Stern parla di un piacere. Dice che una catasta di legna ben allineata, in squadra, che non cade, è bella. Non utile: bella. È la stessa intuizione che Richard Sennett ha messo al centro dell’Uomo artigiano, il desiderio di fare bene una cosa per il gusto di farla bene, che non è una virtù d’élite ma una facoltà umana diffusa, che le organizzazioni riescono regolarmente a mortificare. È la distinzione di Hannah Arendt tra la fatica che si consuma e l’opera che resta. È il Faussone di Primo Levi, per cui amare il proprio lavoro è la cosa più vicina alla felicità che ci sia concessa quaggiù.
Questo piacere, ed è il punto che vorrei lasciare, non riguarda soltanto il lavoro come professione. Riguarda la cena preparata come si deve, la siepe potata dritta, una parete pitturata bene, il compito rifatto una seconda volta perché la prima non ci convinceva. È la soddisfazione di essere stati presenti a ciò che facevamo. E allora il rischio vero delle macchine che scrivono, disegnano e decidono al posto nostro non è la disoccupazione: è l’anestesia. Un’esistenza in cui niente viene fatto male perché niente viene più fatto, e in cui alla fine della giornata non resta nessuna catasta da guardare.
Un criterio, per orientarsi, ce l’abbiamo. Davanti a ogni strumento nuovo conviene chiedersi che cosa ci lascia: se ci toglie la fatica e ci restituisce il giudizio, o se si prende il giudizio e ci lascia la noia. La catasta di Rigoni Stern è bella perché sta in piedi e sta in piedi perché qualcuno l’ha pensata mentre la faceva. Vale per un pezzo di legna e vale per un Paese.
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