E se il prossimo Presidente della Repubblica fosse una donna?

La partita dell’elezione del Capo dello Stato appare aperta quanto mai prima: le riserve della Prima Repubblica sono fuori gioco se non altro per età, quelle della Seconda Repubblica sono ancora troppo recenti…che carta giocheranno i partiti?

A gennaio ci dovrà essere l’elezione del nuovo Capo di Stato, ma già da qualche tempo si è cominciato a registrare un certo attivismo verso questo momento, che negli ultimi 2 (anzi 3) mandati del Presidente della Repubblica abbiamo visto quanto sia fondamentale per le sorti della Repubblica e del Paese.
Non serve certo ricordare lo stile di azione di Giorgio Napolitano, primo ed unico ad essere Presidente della Repubblica per due volte e per due volte consecutivamente. Mattarella ha già detto chiaro che, al contrario del predecessore appunto, non si ripeterà. Napolitano come Mattarella hanno giocato un ruolo fondamentale da play makers sia nella partita Monti (nel 2011) sia nella partita Conte I (nel 2018) e soprattutto Draghi (a inizio di quest’anno).

Ma più che interrogarsi su come sarà il prossimo Presidente della Repubblica, siamo qui tutti a chiederci chi sarà.
Ed ecco allora che potremmo osservare che le due scuole di pensiero sull’approccio a quella che è sempre stata l’elezione più impronosticabile dell’Italia tutta (anche prevedere il futuro Papa è più semplice secondo i bookmakers) sono già scese in campo e stanno già lavorando per il perseguimento del proprio fine. Come nella serie TV “Il Trono di Spade”: “o vinci o muori”, cioè o diventi Presidente o sei il nulla, non c’è un premio di consolazione, e d’altronde quale mai potrebbe esserlo?

Non servirà certo evidenziare tutte le occasioni politiche, di attualità, di commemorazione di un evento o di una data simbolica, di un passaggio istituzionale o legislativo recenti in cui Prodi e Berlusconi non abbiano recentemente fatto mancare la propria nobile opinione. Eh, sì, perché sono d’altronde e dopotutto loro due i due “padri nobili” della (conclusasi? Sì, dai nel 2013 o nel 2018 va chiarito, ma conclusasi) “seconda Repubblica” italiana. Berlusconi e Prodi sono stati per 15-20 anni i due leader diversissimi del bipolarismo italiano impostosi tra il 1994 e il 2013. Si sono alternati al Governo, hanno vinto ed hanno perso, quando hanno vinto hanno governato e dopo aver perso comunque il proprio schieramento ha dovuto richiamarli in servizio per la battaglia campale.

Dal 2013 ad oggi ne è scorsa di acqua sotto i ponti. Abbiamo conosciuto prima la fase del renzismo e poi del salvinismo, incrociate con quella del grillismo. Abbiamo visto sorgere figure nuove alla politica come Giuseppe Conte, oggi leader di primo piano italiano, e Luigi Di Maio (se ne pensi ciò che si vuole, ma costui a 35 anni è già stato Vice Presidente della Camera dei Deputati, Ministro del Lavoro, Ministro dello Sviluppo Economico, VicePresidente dle Consiglio dei Ministri e ora Ministro degli Esteri). E se ne potrebbero citare di nomi e di fasi. Berlusconi e Prodi potrebbero essere sufficientemente un “ricordo del passato”. E d’altronde per chi ha 20-25 anni sono solo al massimo nomi sentiti da bambini alla tv al tg.

Evocare Prodi e Berlusconi è ovvio per chi conosce e mastica il toto-quirinale: avvicinandosi all’elezione, fare ipotesi sulle persone candidabili è una operazione di collezionismo nostalgico, come andare a sfogliare l’album mentale delle figurine dei politici (e non solo) del passato -mica troppo recente- che abbiano sia calcato le scene, sia che siano stati capaci di ammantare la propria figura nel corso degli anni di una certa aura di “istituzionalità”. Vai a sapere cosa vuol dire davvero, ma è quella cosa che un po’ tutti possiamo intendere cosa sia, sebbene a parole sia difficile spiegarlo.

E poi, ne va preso atto, il serbatoio apparentemente inesauribile di saggi e “uomini delle istituzioni” della Prima Repubblica va esaurendosi, se non altro per motivi anagrafici naturali: o non sono più tra noi o l’avanzata età sconsiglierebbe una loro elezione, visto anche appunto il ritorno sulla ribalta dell’istituzione Capo dello Stato nella dinamica politica italiana recente (e prevedibilmente anche futura).

Se quindi citare soggetti del tempo che fu come Giuseppe Pisanu, Marcello Pera o Luciano Violante potrebbe far porre più domande (“e chi sono?”) che consensi, citare nomi dei Presidenti della Camera più recenti potrebbe invece sortire diverso effetto e qualche interessamento: se non subito, alle prime chiave, magari invece sì a scrutini in corso nel tentativo di trovare una mediazione tra tutte le forze politiche in campo. Infatti Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini ben si guardano dal rilasciare dichiarazioni: loro appartengono alla scuola di pensiero del “non mi candido, tanto so arriveranno a pensare a me, è questione di tempo”. Ed hanno ragione, vedrete, si arriverà a fare i loro nomi.

Ricordiamoci che il Parlamento vota a scrutinio segreto, a camere riunite, cioè Senatori e Deputati saranno assieme nello stesso posto e gli schieramenti in campo numericamente non sono quelli che riportano settimanalmente i sondaggi, ma quelli usciti dalle urne il 4 marzo 2018, al netto delle -e non poche- trasmigrazioni parlamentari da un gruppo all’altro. Andiamo a vedere i numeri dei Gruppi Parlamentari espressione dei partiti politici ad oggi.
Il Movimento 5 Stelle resta convitato non ignorabile a qualsiasi dibattito sul tema: 159 deputati e 74 senatori, costituendo la prima delegazione parlamentare. La Lega insegue: 133 deputati e 64 senatori. Il Partito Democratico è terzo: 94 deputati e 38 senatori. Ma sapete quale è la quarta forza politica in Parlamento? Forza Italia: 77 deputati e 50 senatori, cioè quasi quanto il PD. Al quinto posto di questa speciale classifica c’è un Gruppo-Non-Gruppo cioè il Gruppo Misto, ossia il gruppo di coloro o che non aderiscono a nessun partito o che aderendovi non riescono ad essere un numero sufficiente in una delle due Camere per costituire un Gruppo. Non voteranno certo in maniera compatta, ma possiamo dire che di indecisi e impronosticabili tra costoro ce ne sono tanti, e sono 66 alla Camera e 47 al Senato. Sparute -ricordiamocelo, ma non per questo trascurabili- sono le presenze di Fratelli d’Italia con 37 deputati e 21 senatori, e di Italia Viva con 27 deputati e 16 senatori.

Il toto-presidenti è servito. Voi su chi scommettete?
Difficile dirlo, e forse davvero questa sarà la prima volta in cui, non potendo pescare dal fino ad adesso sempre pieno sacco grande delle “riserve della repubblica” (provate a fare i nomi di Sabino Cassese o Giuliano Amato…rispettivamente della scuola del “è meglio se mi vedono”, visto le presenze collezionate da Cassese in tv, e di quella del “si tessa in silenzio il filo del mio incarico”), la prima volta in cui si dovrà giocare per così dire di fantasia.
Perché allora non pensare, per davvero e con responsabilità e non per mera operazione di imbellettamento istituzionale, ad una donna Presidente della Repubblica?

Le figure ormai le abbiamo già conosciute e trovate non solo rispettabili ma in ben più di un caso del tutto all’altezza dei propri ruoli istituzionali. Se Anna Finocchiaro e Livia Turco sono nomi di alto calibro ma certamente riconducibili a battaglie anche partitiche in prima linea (che rendono onore ad entrambe), figure come Annamaria Cancellieri (già Ministro dell’Interno e Ministro della Giustizia), Paola Severino (già Ministro della Giustizia) e Marta Cartabia (già Presidente della Corte Costituzionale ed ora Ministro della Giustizia) potrebbero forse avere quel “quid” che manca oggi -e diciamolo- a tanti altri uomini i cui nomi sono sulla bocca di tutti? Togliamo il punto interrogativo: lo hanno. L’unico loro “difetto” sarebbe appunto quello di non essere mai state “donne di partito”, ma non sarebbe la prima volta per un (una, in questo futuribile ed impronosticabile caso) Presidente della Repubblica.