L’irresistibile ascesa di Draghi a leader europeo

Un anno fa circa usciva una raccolta di discorsi editi dal giornale Il Foglio intitolata “Ripartire da Draghi”, era il 19 dicembre 2020, e Mario Draghi era solo un “fantasma” che si aggirava per l’Europa e l’Italia.  La sua  ascesa alla carica di Presidente del Consiglio dei Ministri era ancora da venire.
Recentemente  Politico, rilevantissimo sito di informazione appunto politica internazionale, lo ha indicato quale “persona più potente dell’Unione Europea”, con questa motivazione: “L’ex capo della Banca centrale europea ha guidato con mano ferma la politica nazionale di Roma, mantenendo il paese in equilibrio mentre cerca di uscire dalla pandemia e allo stesso tempo di regolare le sue vele con una serie di riforme economiche.”

Perché non possiamo negare che oltre a ciò che Draghi ha fatto nei primi 10 mesi di mandato, a Palazzo Chigi, contino in misura davvero rilevante due altri aspetti.
Il primo appunto è il suo periodo alla guida della Banca Centrale Europea, dove ha agito già da “
tecnocrate politico”, così come Politico lo ha appena definito. Dobbiamo ricordare il “whatever it takes” nel senso di fare qualsiasi cosa per preservare l’Euro, la moneta unica europea.
Il secondo, e lo evidenzia anche Politico, è il suo potenziale e concreto peso di riequilibrio in quello che è sempre stato il perno (di soluzione o di incrinatura, a seconda degli alterni periodi) dell’Europa Unita: l’asse Parigi-Berlino. E questo elemento è oggi ancora più a potenziale di accrescimento. Ora che Angela Merkel, a piena ragione assurta nel pantheon dei leader di standing continentale dell’Europa (e diciamolo: la prima vera leader dell’Unione Europea), è fuori scena (almeno per un po’…sappiamo bene che tornerà a calcare i palcoscenici internazionali), ora che Macron ha perso un poco di smalto, Mario Draghi può (e deve?!) diventare il nuovo -non per età- leader europeo, o meglio lo è già.
Così suggella questo punto Politico: “
Sin dalla Brexit all’Unione europea è mancato un terzo attore di potere per contrastare Parigi e Berlino. Con Draghi, l’Italia ha un leader che può trascinare il paese nel cuore degli affari europei e l’uscita di scena del cancelliere tedesco Angela Merkel gli apre uno spazio come leader de facto dell’Ue, per lo meno sugli affari economici.

Ed allora eccoci tornare a guardare più da vicino la situazione italiana: che fare con il Quirinale e Draghi? Non si può davvero trattare la questione come giocassimo con le figurine dei calciatori o una battaglia dei Pokemon, decidendo quale giocatore schierare contro gli eventi più o meno avversi prossimi venturi: sarebbe peccare o di ingenuità o di miopia politica prospettica.

Per altro verso però non si può nemmeno non constatare quanto oggi i nomi e le immagini dei singoli possano ben più (almeno presso la vasta opinione pubblica) di altri elementi fattuali.
Lo possiamo dire? Diciamolo: la manovra fiscale del Governo Draghi non è né “straordinaria” né “da primo della classe” quale invece descriviamo -questo- “Super-Mario” in tutti gli altri momenti, compreso questo pezzo.

Appare però davvero difficile o meglio improbabile trovare un degno successore (senza passare per le elezioni: sarebbe il quarto Governo e il terzo Presidente del Consiglio dal 2018) di Draghi a Palazzo Chigi, e pure il Financial Times lo ha così evidenziato: “La prospettiva che l’ex capo della Banca centrale europea si faccia da parte come primo ministro italiano per assumere la presidenza minaccia di far precipitare il paese nell’instabilità politica
E se Draghi non va al Quirinale, scelta che invece lo irrigidirebbe nell’eventuale triangolo europeista con Olaf Scholz neo cancelliere tedesco ed Emmanuel Macron (verso la conferma?) presidente francese, chi allora?

Ne abbiamo già accennato, ipotizzando finalmente una donna a ricoprire la più alta carica dello Stato, ma se fino a qualche tempo fa sognare era più lecito e credibile, gli ultimi fatti e le recenti vicende e dibattiti sembrano averci ripiombato entro i confini dei più classici dei toto nomi comprendenti figure di spicco della -ormai sparuta e anzianissima rappresentanza della- prima repubblica o della -più giovane ma meno dotata di standing internazionale- seconda repubblica.
Si parla ovviamente di Silvio Berlusconi, mentre Romano Prodi pare rimanga nelle menti di tutti affossato già dai famigerati 101 del 2013. Si parla meno dei giudici costituzionali Paolo Maddalena e Sabino Cassese, che però probabilmente qualche voto lo prenderanno tra i 1000 parlamentari grandi elettori (e sarà l’ultima volta di una platea sì amplia!). Ancora meno si citano Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Massimo D’Alema: i 3 rappresentanti della classe dirigente più puramente “seconda repubblicana”. E forse ancora più celato e non detto è il nome di Pier Luigi Bersani.

E poi davvero Draghi riuscirebbe nella scalata perfino al Quirinale? Perché certo conta il “consenso personale”, vero, ma, come ha evidenziato sempre Politico, Draghi non ha alcun supporto diretto in Parlamento legato alla sua persona, e altri leader in Italia potrebbero lanciargli qualche monito in questo senso. “Senza un gruppo politico proprio, [Draghi, nda] si trova al di fuori delle grandi famiglie politiche europee ed è escluso dai loro incontri pre-vertice. ‘È un fantastico generale, ma un generale senza truppe” ha così riferito alla penna di Politico un funzionario di primo livello dell’UE a Bruxelles.

La partita tra Palazzo Chigi e il Quirinale è sempre più fitta e al momento di difficile interpretazione quasi quanto di difficile soluzione.
Si lasci dire però che non di rado si avverte una strana sensazione: come se davvero l’approccio alla ricerca di queste persone non partisse da contenuti ed idee, da prospettive e dinamiche da mettere in moto in vista di un settennato o di una legislatura, ma solo un “e ora come ne usciamo?”. Che va benissimo quando sulla strada per la destinazione sciistica per le vacanze di natale ti ritrovi a dover montare le catene mentre comincia a far buio, nevica e la strada è in pendenza, ma forse è approccio un po’ meno accorto mentre si dovrebbe decidere sull’indirizzo politico ed istituzionale del Paese da qui al 2030.