Tra beatificazione e condanna, possiamo concederci il lusso della sfumatura del grigio su Berlusconi?

Con la morte di Silvio Berlusconi cala definitivamente il sipario sulla Seconda Repubblica. Muore il "principe" di un' epoca, che già sappiamo verrà definita come il "ventennio/trentennio berlusconiano" o "l'epoca di Berlusconi", proprio come a scuola si studia "l'epoca di Giolitti".

Usiamo la scala di grigi, per favore: davvero il berlusconismo ci ha così condizionato dal non riuscire ad uscire dalla logica infondata e tipica del tifo da stadio del “noi” e “voi”?!

Il grigio, quello che c’è tra il bianco e il nero, è un lusso difficile da concedersi: perché non impariamo ad educarcene?
Grigio non vuol dire ignavia. Vuol dire prendere una vicenda, una storia personale e politica complicata, e provare a vedere sia le luci sia le ombre, sia il bianco sia il nero. Negare che ve ne sia dell’uno o dell’altro è davvero troppo semplicistico. Poi ciascuno disporrà del proprio “martelletto da sentenza”, e deciderà, ma nella analisi, vi prego, concediamoci il lusso della ponderazione degli argomenti.

26 gennaio 1994, ore 17:30, inizio dell’epoca Berlusconiana: lui e il suo video messaggio in TV, “l’Italia è il paese che amo, qui ho le mie radici…”.
12 giugno 2023, ore 9:30, fine dell’era Berlusconiana.

Di mezzo ci sono stati 4 governi guidati da Silvio Berlusconi, per un totale di più di 3300 (tremilatrecento!) giorni in carica. Berlusconi non detiene il record di Governi guidati, ma è il singolo individuo che per più a lungo è stato Presidente del Consiglio nella giovane storia della Repubblica Italiana (dal 1948 ad oggi). E detiene anche il record di Governo -assieme a quello di secondo Governo- più lungo della Repubblica Italiana: il Governo Berlusconi II in carica dall’11 aprile 2001 al 23 aprile 2005, che poi coincide col periodo di massimo splendore -se così si può dire- del ‘berlusconismo’, genere politico già presente nelle bibliografie e nei manuali di storia politica.

A contendere lo scettro di più longevo Presidente del Consiglio sono altri due uomini che hanno legato il proprio destino a quello dello Stato Italiano, entrambi ricevendo dalla Storia il suggello di “uomini che hanno incarnato quell’epoca”, nel bene e nel male. Perché è sempre così: non scappiamo dalla poliedricità della realtà e delle cose degli uomini, non c’è bianco o nero, ma una scala cangiante di grigi.
Chi più di chiunque altro ha ricoperto in Italia la carica di primo ministro lo sappiamo bene: “quello là”, che in carica c’è stato per un Ventennio. Niente polemiche qui: è il dito, non la luna.
Il secondo per durata in carica nella storia dell’intera Italia è Giovanni Giolitti. E d’altronde tutti abbiamo un cassetto della memoria che si apre di riflesso appena ne sentiamo il nome, e aprendolo diciamo: “età giolittiana, periodo storico italiano a cavallo tra fine 1800 e inizio 1900”. Quante assonanze tra Giolitti e Berlusconi ci sarebbero da proporre: a partire dalle date della vita e degli incarichi politici, e non solo. E d’altronde già oggi -e già ieri a dir la verità- definiamo “età berlusconiana” quella che va dal 1994 al…eh, qui già c’è e ci sarà più dibattito da svolgere. O fino al 2023, quest’anno, quello della sua morte e definitiva uscita di scena, perché finché in vita non è mai stato fuori dai giochi; o fino al 2011 quando cadde il suo ultimo governo; o fino al 2013, quando le elezioni politiche restituirono una Italia non più polarizzata come nei precedenti 20 anni, ma con un sistema politico multipartitico, diciamo tripolare, con l’avvento definitivo del Movimento 5 Stelle in Parlamento.
Agli storici e agli scienziati politici ora l’arduo compito di stimare precisamente date e momenti.

Per chi ha amato, sostenuto, a maggior ragione idolatrato “il Cavaliere” (sebbene il titolo gli venne tolto, tutte e tutti sappiamo istantaneamente a chi ci si riferisce quando si usa questo epiteto) oggi è un giorno davvero triste.

Perché così come tutto dipendeva e tutto poteva essere risolto, anche la peggiore delle cadute o delle crisi, all’improvviso ed in un sol gesto o una sola intuizione dal brillante Berlusconi, così ora nulla è chiaro e tutto pare opaco. Perché nel suo campo politico e nel suo partito –suo in senso letterale, proprio di possesso e proprietà- in particolare tutto dipendeva sempre da lui, tutto doveva passare da lui.
Ed ora che lui più non c’è, cosa ne sarà di tutto?
Dopo di lui il diluvio.

Questo periodo appena conclusosi non è stato certamente solo di Silvio Berlusconi, ma specularmente e certamente silvio Berlusconi è stato il soggetto individuale che solo lo ha maggiormente condizionato.

Si potrebbero citare Bossi e Fini, e anche Salvini e Meloni: le due generazioni di leader dei due partiti prima federati e poi alleati, della cui alleanza oggi nessuno si stupisce, anzi la dà per scontata, ma fu Berlusconi con abile maestria e geniale intuizione a federarli nel 1994, quando solo un attimo prima si odiavano: l’uno per l’unità e la patria, l’altro per la secessione e la “Padania libera”…libera dal Sud, si intendeva.

E invece in Forza Italia in svariati hanno creduto di poter diventare leader, delfini almeno lo sono stati, ma poi sono tutte e tutti andate e andati altrove: Angelino Alfano, Giovanni Toti, Mara Carfagna.

Perché il partito di Silvio -o “di B.” come era divenuto uso indicare Berlusconi all’apice del suo successo dai propri avversari politici- era una caserma. Era il suo partito, prima di tutto. E così come del partito, così delle sue aziende, così del Paese Italia quando lo ha guidato, ha sempre ritenuto tutto di propria proprietà, comportando ciò conseguenze più o meno negative.

È stata anche l’epoca dello scontro bipolare, mai come prima in Italia.

O meglio, anche quello tra DC e PCI è ben stato uno scontro durissimo. Eppure dal 1994 al 2023 le elezioni non hanno mai avuto facile previsione di esito ed anzi l’una conferiva la vittoria ad uno schieramento diverso dall’ultimo al Governo.

Ecco perché allora davvero dal 1994 al 2013 in Italia si è verificato un fenomeno di bipolarismo muscolare: ogni elezione una maggioranza opposta a quella andata al voto, ogni volta con un esito impronosticabile, ogni volta con toni durissimi in campagna elettorale, spesso trascesi sul piano personale e su quello giudiziario.

E così si possono solo elencare i più acerrimi e simbolici avversari di Berlusconi: Daniele Luttazzi, Enzo Biagi, Michele Santoro, Corrado e Sabina Guzzanti, Marco Travaglio, e sul fronte politico non solo ma certamente Romano Prodi -che peraltro ha sempre sconfitto Berlusconi quando lo ha fronteggiato…ma la narrazione e la memoria collettiva parla di epoca Berlusconiana e ricorda i soli successi: strana è la ricostruzione!-, e come dimenticare e non citare il più avverso, l’arcinemico per eccellenza, l’ex giudice giustizialistica, popolare e un poco populista, Antonio Di Pietro.

Ecco, per molti versi questa parte politica oggi non piangerà grandi lacrime. Ma senso di rispetto forse sì. Berlusconi è stato un fortissimo avversario, spesso oltre le righe, talvolta anche sleale. Eppure è anche dalla pugna che nascono il senso della battaglia e la soddisfazione per la vittoria.

D’altronde si, anche gli avversari di Berlusconi hanno fatto pienamente parte di quella fase storica, e da co-protagonisti, a pieno titolo e pieno diritto. Della longevità di Berlusconi abbiamo detto, eppure è stato sconfitto due volte su due dall’eterno rivale Romano Prodi. Prodi ha poi governato in entrambi i casi governi di non lunga durata e poco stabili, eppure Berlusconi lo ha battuto due volte su due. Ma l’epoca non è “prodiana”, ma “berlusconiana”.
Non c’è da stupirsi se anche presso questa sponda politica vi sia un poco nostalgia del tempo andato.

Soprattutto da parte di chi ha assistito allo svolgimento dello spettacolo, da parte di chi quel periodo storico lo ha degnamente e pienamente vissuto, ed ora che cala il sipario… è quel mix di sentimenti lì. Oh, ragazzi – parafrasando Pierluigi Bersani, ultimo avversario frontale di Berlusconi, che però il giaguaro non è riuscito a smacchiarlo- se finisce un’epoca, finisce per tutti!

Berlusconi per l’Italia vuole anche dire uno dei più alti momenti per le relazioni internazionali dopo la guerra fredda: l’incontro, la stretta di mano e il patto tra il Presidente degli Stati Uniti d’America George W. Bush e il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, a Pratica di Mare nel 2002. Fu davvero grazie a Silvio Berlusconi, o meglio alla sua amicizia personale con ciascuno dei due leader mondiali, che si svolse quell’incontro.

Ma Berlusconi vuole anche dire Angela Merkel che lo attende, visibilmente insospettita, mentre lui dice di essere al telefono col Presidente della Turchia Receyp Erdogan. Berlusconi vuol dire anche l’ondata di gelo che ha pervaso il Parlamento Europeo quando ha dato del “kapó” all’allora Presidente dello stesso Parlamento Europeo Martin Schulz, esponente tedesco di spicco dei Socialisti Europei, avendo a fianco un Gianfranco Fini dall’espressione mai così plastica ed immobile.

Berlusconi vuole anche dire…va detto: teatralità, show, non di rado cabaret.
Iconiche resteranno le sue performance (lo si dice con un pizzico di ironia pur riconoscendo “il genio” nel senso di “Amici miei: “intuizione, velocità di azione……). Quella volta che in piazza urlò ad alcuni contestatori “siete e resterete sempre solo dei poveri comunisti!”, perlatro certificando la sua capacità di rendere offensive -o amiche- parole nate con ben differente accezione.
Quella volta in cui salì sul predellino dell’auto e arringò la folla fondando in piazza un nuovo partito (il PdL: Popolo della Libertà).
Quella volta in cui in piazza ricevette una statuetta in faccia, e mica si nascose, anzi si mostrò, sanguinante, con una immagine da libro di storia.
Quella volta che spolverò col foglio che teneva in mano la sedia su cui stava per sedersi e da cui si era appena alzato l’acerrimo nemico giornalista Marco Travaglio.
Quella volta che da Sofia (Bulgaria) disse che c’era chi in RAI faceva “un uso criminoso della televisione pubblica”. Detto da lui che solo possedeva tre delle principali sei reti TV.
Quella volta che simuló il gesto del mitra, durante una conferenza stampa, accanto all’amico Vladimir Putin, che simili metodi non è mai stato solito usarli per scherzo.
Quella volta che promise l’abolizione dell’ICI in diretta TV, come ultima frase della campagna elettorale.
Quella volta che firmo in diretta TV “il patto con gli italiani”.
Quella volta che al Quirinale, seppur da comprimario, elencò con la mano i punti all’ordine del giorno, rubando la scena a chi tanto si affannava a parlare.
Quante altre “quella volta” ci sarebbero da elencare?!

Perché alla fine Silvio Berlusconi è stato questo: uno che dove arriva prende la scena, si impossessa della attenzione e degli strumenti con cui fare leva sugli astanti, li interpreta col proprio stile personale, prende e tiene il palco, non lo molla più fino a che non lo cacciano, e poi…e poi si porta dietro il sipario.

Perché ora il sipario è proprio calato sulla seconda repubblica, mentre della terza, ahi noi, chi ne sa qualcosa?!

Che Berlusconi sia stato anche “un criminale” lo dicono le sentenze. Sì, lo sappiamo: una sola di condanna, per frode fiscale, su 36 procedimenti. 11 assoluzioni, 10 archiviazioni, 8 prescrizioni, su 2 è intervenuta l’amnistia.
E non fate così, su: se si è garantisti e si conosce davvero la legge, si sa anche, e bene, che una condanna, anche ove penale, non è una condanna alla persona ma al comportamento. Il fatto che Berlusconi abbia anche commesso reati non vuol dire sia ‘feccia’ e non cancella il fatto che sua, nel nome e pienamente di fatto, “epoca Berlusconiana” appunto, sia l’epoca dal 1994 al 2013 o ad oggi, 2023.

Ma perché non possono stare assieme le due cose? Perché questa necessità di “o bianco, o nero”? È una morbosa voglia di definita “chiarezza” che è invece e più propriamente “semplificazione”. Sì, bisogno di semplificare, di ridurre ad una sola frase, una sola idea, la realtà. Realtà che però di per sé è per forza di cose complicata, poliedrica, dalle molte facce, dai molteplici aspetti e quindi osservabile e giudicabile da molteplici punti di vista.

Sembra che ci animi una morbosa voglia di fare, subito e in un sol momento, con una sola frase (o un solo post) “chiarezza”. Tra virgolette, sì, perché -che sia nel senso della beatificazione così come nel senso della damnatio memoriae– chiarezza non è: è solo semplificazione.

Cosa peraltro che ci porta ad uno dei tratti distintivi della epoca Berlusconiana: la politica del tifo, la politica dei tifosi. E d’altronde come potrebbe essere stato per uno che ha costruito una parte non irrilevante del proprio consenso anche con e attraverso le proprie conquiste sportive, Milan -e più recentemente Monza- su tutto?!

Dai, su, non arrendiamoci all’istinto del tifoso: Berlusconi è stato più tanto di “un santo” quanto di “un criminale”: concediamoci tempi lunghi di valutazione e riflessione. Concediamoli a noi stessi, mica a lui. Concederci tempo per riflettere su questi ultimi 30 anni di storia italiana è un regalo che possiamo e forse dovremmo concederci. Ora più che mai abbiamo bisogno di riflettere e intuire verso dove indirizzare la nave Italia.

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