Sull’Altopiano purtroppo lo abbiamo già visto più di una volta.
Campagne che invece di parlare ai cittadini preferiscono parlare dei cittadini.
Voci di corridoio profili anonimi che spuntano a ridosso del voto, mezze verità consegnate a terzi perché “non risalga a noi”.
È la tattica più antica del mondo: screditare l’avversario sperando che il fango resti solo sugli altri. Non funziona quasi mai. E quando funziona lascia macchie che non vanno più via.
C’è un problema di fiducia. La politica locale vive di prossimità, ci si incontra al bar o in piazza, ci si guarda negli occhi. Se il racconto diventa sussurro, se le “fonti” non hanno firma, se l’argomento è sempre “qualcuno mi ha detto”, il patto tra elettori e candidati si incrina. Non è questione di galateo, è questione di governabilità: chi costruisce consenso sul sospetto governa poi tra sospetti.
C’è un problema di ritorno di fiamma. In comunicazione lo chiamano effetto boomerang. Più attacchi “per interposta persona” più gli indecisi ti marchiano come inaffidabile. E soprattutto togli ossigeno alla tua agenda: non si parla più di progetti, si parla del veleno. A far festa è l’astensione.
C’è un problema di trasparenza. Manipolazione, falsa spontaneità, pagine civetta, dossier che non si firmano: anche quando resti nei limiti della legge, resti fuori dai limiti del buon senso. Qui paghi in reputazione. E la reputazione, sull’Altopiano, corre più veloce dei post: ci si conosce tutti, nel bene e nel male.
Vale anche un promemoria pratico: il “negativo” mobilita chi è già convinto, ma non sposta chi cerca motivi per fidarsi. Gli elettori ricordano due o tre cose chiare. Tempi, fondi (reali, non gonfiati o millantati), responsabilità. Non ricordano meme di quarta mano. Se vuoi fare contrasto, fallo a viso aperto. Dati sul tavolo. Link alle delibere. Cronologia delle scelte. Il resto è rumore.
Questo giornale ha una linea semplice: prima il territorio. Per questo lo scriviamo con nettezza. La pratica di appaltare a terzi la parte sporca della campagna ha già avvelenato discussioni su sport, sanità, cultura, turismo. Ha trasformato differenze politiche in risse di condominio. Ha fatto perdere tempo a tutti. E quando passa la tempesta non resta nessun cantiere in più, nessun servizio in più, nessuna opportunità in più. Restano solo relazioni strappate.
Non è un invito alla mitezza di facciata. Il confronto duro serve, eccome. Serve dire “qui avete sbagliato” e serve dirlo con documenti alla mano. Serve rivendicare risultati senza paura. Serve soprattutto promettere poche cose verificabili e rispettarle. È così che si guadagna una maggioranza vera, non con i pubblici ministeri da tastiera.
Le prossime settimane diranno molto della maturità politica dell’Altopiano. Possiamo scegliere la scorciatoia del sottobanco o la strada più faticosa ma utile: mettere al centro i contenuti. Chi punta sul primo metodo si prepari a vivere di emergenze comunicative. Chi sceglie il secondo si prepari a essere giudicato sui fatti.
Alla fine la domanda è sempre la stessa: tra un anno cosa resterà del dibattito di oggi? Una lista di post anonimi o un pezzo di comunità più solida? La risposta dipende da chi chiede il voto e da chi lo dà. Qui lo diciamo senza giri di parole: basta con le ombre, parlate di progetti. Chi ha idee le firmi. Chi ha solo fango lo tenga per sé.
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