Nessuno confessa volentieri di avere rinunciato a se stesso e del resto quasi nessuno lo fa in un giorno solo, perché la resa arriva per sottrazioni minime, attraverso una sequenza di gesti talmente ragionevoli da non sembrare nemmeno gesti: una frase che si preferisce non pronunciare in riunione, un’opinione addolcita perché il momento non pare quello giusto, un silenzio tenuto esattamente il tempo necessario perché la conversazione prenda un’altra direzione. Presi singolarmente sono episodi trascurabili. Messi in fila diventano una biografia.
Chiamiamo libertà il diritto di fare ciò che vogliamo ed è una definizione comoda, perché sposta il problema fuori di noi, sulle leggi, sui divieti, sui poteri che ci limitano. La libertà che costa davvero è un’altra cosa e riguarda la fedeltà a ciò che si è nel momento preciso in cui quella fedeltà presenta un conto: un’occasione che sfuma, un rapporto che si raffredda, la scoperta di non avere alle spalle la protezione tiepida della maggioranza. Le idee hanno un prezzo soprattutto quando non coincidono con quelle dominanti, quando incrinano equilibri consolidati o quando rifiutano compromessi che tutti gli altri hanno smesso da tempo di considerare tali. Per entrare in certi ambienti basterebbe poco: abbassare la testa, smussare gli angoli della propria personalità, imparare in fretta la lingua che chi ascolta desidera sentirsi restituire.
Le società dichiarano di amare gli uomini liberi e li celebrano nei libri, nei film, nei discorsi commemorativi, salvo poi preferire, nella vita quotidiana degli uffici, delle redazioni e dei consigli comunali, chi si adegua senza fare troppe domande e capisce rapidamente quale sia il pensiero più conveniente. Il diverso viene accolto finché resta decorativo, cioè finché la sua diversità serve a dimostrare l’apertura mentale di chi lo ospita senza arrivare a mettere in discussione nulla di concreto. Tocqueville lo aveva intuito con un anticipo che continua a impressionare: il dispotismo che minaccia le democrazie non arriva con gli editti ma con lo sguardo dei vicini.
Adattarsi, va detto, non è una colpa. È una tecnica di sopravvivenza antica quanto la vita associata e nei laboratori di psicologia sociale se ne misura da decenni la forza, quando persone perfettamente lucide accettano di dire che due segmenti disuguali hanno la stessa lunghezza soltanto perché tutti gli altri lo hanno affermato prima di loro. Esiste però una soglia oltre la quale l’adattamento smette di essere prudenza e diventa quella che La Boétie chiamava servitù volontaria, cioè l’abitudine a obbedire a un potere che non ha più bisogno di costringere nessuno, perché ha ottenuto in anticipo il consenso di chi teme di restare fuori.
Il passaggio di quella soglia non si annuncia. Si comincia a misurare ogni gesto sulla reazione altrui, si costruisce giorno dopo giorno una versione più presentabile e meno vera di se stessi, finché non si vive più ma si interpreta un ruolo, continuando a lavorare, a sorridere, a partecipare mentre qualcosa dentro perde tensione. Non è una morte improvvisa ma un lento appiattimento: si smette di desiderare con forza, si evita di mostrare entusiasmo per non sembrare ingenui, si nasconde il proprio talento per non creare distanza, fino a provare una specie di imbarazzo per il fatto stesso di essere di più.
Il meccanismo diventa crudele quando la diversità non viene soltanto isolata ma ridicolizzata, perché il gruppo dispone di una sanzione molto più efficace dell’esclusione formale e si chiama derisione. Chi non si adegua viene descritto come uno sfigato, un ingenuo, uno che non ha capito come gira il mondo, non perché lo sia davvero ma perché non riconosce le regole non scritte della massa e rifiuta di misurare il proprio valore sulla capacità di assomigliare agli altri. Negli ambienti dominati dalla superficialità chi possiede sensibilità, profondità o autonomia di giudizio rischia di apparire fuori posto, dal momento che ciò che non viene compreso viene deriso con facilità: è molto più semplice definire stupido chi rifiuta certe dinamiche che domandarsi se quelle dinamiche siano sbagliate ed è molto più comodo ridere di chi non si piega che ammettere di essersi piegati per paura.
Accade così che l’intelligente sembri ingenuo, il sensibile debole, il coerente rigido, il libero asociale. Chi non partecipa alla corsa per apparire viene considerato incapace di stare al mondo, chi non sgomita passa per uno che non sa vincere, chi rifiuta di umiliarsi in cambio di un vantaggio viene giudicato poco furbo. La realtà è quasi sempre rovesciata, perché la vera debolezza non appartiene a chi resta diverso ma a chi ha bisogno del gruppo per sentirsi forte, a chi ride insieme agli altri per non diventare il bersaglio successivo, a chi rinuncia al proprio pensiero pur di non essere escluso.
In una società livellata verso il basso i valori finiscono per invertirsi e la profondità diventa stranezza, la dignità superbia, la libertà incapacità di adattarsi. Chi emerge viene accusato di presunzione, chi pensa con la propria testa risulta scomodo, chi rifiuta il conformismo viene descritto come difficile, mentre la mediocrità conserva una straordinaria capacità di rassicurare, perché non chiede a nessuno di interrogarsi sulle proprie rinunce. Per questo il livellamento avviene quasi sempre verso il basso e non verso l’alto: non si chiede a tutti di crescere ma a chi è diverso di ridimensionarsi, non si valorizza l’originalità ma la si invita a diventare più discreta, non si protegge chi prova a cambiare le cose ma lo si lascia solo finché non impara a tacere.
Il diverso appare peggiore soltanto agli occhi di chi non possiede gli strumenti per comprenderlo e viene isolato proprio perché la sua esistenza funziona come uno specchio, mostrando che si può vivere senza piegarsi e che molte rinunce presentate come inevitabili erano soltanto paura ben argomentata. La solitudine di chi resta libero non coincide necessariamente con l’assenza di affetti ma nasce dalla distanza che si crea quando non si accetta di appartenere a qualsiasi prezzo, quando si continua a dire ciò che si pensa pur sapendo che sarebbe più conveniente pronunciare ciò che gli altri vogliono ascoltare.
È un peso che in certi momenti diventa difficile da portare e allora affiora il dubbio che sarebbe stato meglio adeguarsi, sorridere, lasciar correre, perché la pace ottenuta rinunciando a qualcosa di sé sembra preferibile al conflitto permanente. Esiste però una pace che non è serenità ma rassegnazione e il cosiddetto buon vivere non può consistere nel tradire con regolarità la propria coscienza, né può ridursi alla tranquillità di chi non ha più problemi soltanto perché ha smesso di difendere qualunque cosa. Una vita senza conflitti non è automaticamente una vita felice e a volte è semplicemente una vita in cui non è rimasto nulla per cui valga la pena esporsi.
Nulla di tutto questo autorizza a coltivare l’isolamento come una virtù o a considerare ogni compromesso una sconfitta, perché vivere insieme agli altri impone ascolto, rispetto e capacità di mediazione, e chi confonde la libertà con l’ostinazione finisce per assomigliare a ciò che dice di combattere. Esiste però un confine oltre il quale il compromesso smette di essere convivenza e diventa cessione, e quel confine coincide con la nostra identità. Nessuna appartenenza dovrebbe chiedere di oltrepassarlo, nessuna comunità può dirsi sana quando pretende uniformità, nessuna società è davvero libera se tollera la diversità soltanto nella misura in cui resta silenziosa e inoffensiva.
La libertà, in fondo, ha bisogno di persone disposte a sopportarne il costo, capaci di dire no anche quando il sì sarebbe più semplice, di non trasformare il consenso nel metro del proprio valore, di continuare a usare la propria voce dopo avere scoperto che usarla produce conseguenze. Forse essere liberi significa esattamente questo: non lasciare che sia la paura a decidere chi dobbiamo diventare.
Si può pagare molto per restare se stessi ma il prezzo più alto lo paga sempre chi si perde lentamente per essere accettato, perché essere esclusi dagli altri fa male mentre essere esclusi da se stessi fa infinitamente più male. La libertà non garantisce una vita facile, garantisce una vita che possiamo ancora riconoscere come nostra, e forse essere considerati sbagliati da chi ha fatto della rinuncia la propria normalità non è una condanna ma la prova di essere rimasti vivi.
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