Prima di dire una parola sulla legge che il Veneto ha approvato in materia di s uic|dio medicalmente assistito, bisognerebbe avere il pudore di fermarsi qualche istante sulla soglia di una stanza d’ospedale. E restare lì.
Dentro c’è un respiro scandito da una macchina. C’è una luce che di notte non si spegne mai del tutto. C’è un corpo che dipende da mani altrui per bere, per girarsi, per lavarsi, per ognuno di quei gesti che noi compiamo mille volte al giorno senza accorgercene. C’è una malattia che non torna indietro e un dolore che nessuna terapia riesce più a rendere sopportabile. E c’è una mente perfettamente lucida: abbastanza lucida da sapere che cosa sta chiedendo.
È da lì che dovrebbe cominciare qualunque discussione seria. Non dagli slogan, non dalla parola “eutanasia” agitata come uno spauracchio, non dalla caricatura di una società che vorrebbe sbarazzarsi dei malati, dei disabili, degli anziani, degli improduttivi. Perché se c’è una cosa che questa legge non fa, è esattamente questa. Non decide chi debba morire: decide chi debba ascoltare una persona che chiede di poter scegliere, entro quali tempi e con quali garanzie. Sembra una sfumatura procedurale, è invece tutta la questione.
I numeri, del resto, parlano una lingua più onesta di quella dei comizi. Dal 2019 in Veneto sono state presentate trentuno richieste; quelle arrivate a un parere favorevole sono state tre. Tre, in tutti questi anni. Non siamo davanti a una catena di montaggio della disperazione, ma a un sentiero strettissimo, delimitato dalle condizioni che la Corte costituzionale ha fissato una per una: malattia irreversibile, sofferenze giudicate intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, capacità piena e attuale di decidere in modo libero e consapevole. Non basta essere malati, non basta essere disabili, non basta essere anziani, non basta essere stanchi di vivere. E in nessun caso qualcun altro può decidere al posto del paziente.
Il punto che dovrebbe stare al centro del dibattito è proprio questo: il suicidio medicalmente assistito non è il potere dello Stato sulla vita di un cittadino, è semmai il limite posto al potere dello Stato di costringere quel cittadino a vivere contro la propria volontà, quando ricorrono condizioni eccezionali e verificate a una a una.
La legge veneta non legalizza l’eutanasia, non introduce un diritto indiscriminato alla morte, non inventa requisiti nuovi. Fa una cosa meno eclatante e molto più necessaria: organizza. Prende una possibilità che l’ordinamento riconosce ormai da anni e le dà finalmente un percorso, dei tempi, dei responsabili, invece di lasciarla sepolta sotto rimpalli, silenzi e interpretazioni che cambiano da un’azienda sanitaria all’altra.
Ed è proprio in questo caso che la parola libertà smette di essere una parola buona per i comizi e diventa qualcosa di molto più ruvido da maneggiare. Siamo tutti favorevoli alla libertà finché coincide con le scelte che avremmo fatto anche noi: la prova vera comincia esattamente un centimetro più in là, quando qualcuno decide diversamente da come decideremmo noi. Si può dire e con ragione: io andrei avanti fino all’ultimo giorno, fino all’ultimo respiro. È una posizione rispettabile, spesso è anche una posizione bellissima. Si può credere che la vita vada custodita sempre e comunque e si può pretendere che a ogni malato siano garantite cure palliative, sostegno psicologico, terapia del dolore, aiuto alla famiglia, ogni alternativa possibile. Dobbiamo pretenderlo. Ma esiste una linea oltre la quale un convincimento personale, per quanto nobile, si trasforma in un obbligo imposto a un altro essere umano. La mia idea della vita non può diventare la tua condanna.
Questo dovrebbe valere in modo particolare per chi della libertà individuale ha fatto per anni una bandiera. Colpisce vedere come quella parola venga invocata con enfasi quando si parla di tasse, di impresa, di proprietà, di scuola, di rapporto con lo Stato, persino di libertà di cura e poi svanisca proprio davanti alla decisione più intima e più irreversibile che una persona possa trovarsi ad affrontare. Se davvero crediamo che al centro ci sia l’individuo, dobbiamo accettare che la sua libertà valga anche quando ci mette a disagio. Vale solo allora, per la verità.
Naturalmente libertà non significa abbandono. Anzi: la vera barbarie sarebbe offrire una via d’uscita a chi sta chiedendo tutt’altro, cioè cure, presenza, un antidolorifico che funzioni davvero, un ascensore in un condominio senza ascensore, qualcuno che gli dica che non è un peso. Una società civile ha il dovere opposto e più faticoso, quello di rendere possibile vivere con dignità prima ancora di discutere di come si possa morire con dignità. Per questo il rafforzamento delle cure palliative, il ruolo del medico palliativista, il coinvolgimento dei comitati etici e un’informazione completa sulle alternative non sono contorni della legge: sono la sua condizione di legittimità. Perché non è libero chi sceglie perché si sente solo, non è libero chi non ha mai visto un palliativista, non è libera una famiglia lasciata da sola con un sollevatore e le notti da coprire a turno e soprattutto non è libero chi ha finito per guardarsi allo specchio e vedere un costo.
È proprio per questo che raccontare questa legge come uno strumento per “eliminare gli improduttivi” significa capovolgere la realtà. Una società che considerasse improduttivo un malato sarebbe una società indegna. Ma sarebbe altrettanto indegna una società che, per dimostrare di volerlo proteggere, gli negasse perfino il diritto di essere ascoltato. La dignità di una persona non dipende da quanto produce e proprio perché non ne dipende nessuno può impadronirsi della sua vita, nemmeno in nome della sua protezione: non lo Stato, non la politica, non una maggioranza, non una Chiesa, non un medico, non un giornale, non chi scrive queste righe.
Poi c’è un’ipocrisia più silenziosa, che questa legge costringe a guardare in faccia. Anche prima quella possibilità esisteva, ma il percorso poteva dipendere dal luogo in cui si abitava, dalla rapidità di una struttura, dalla disponibilità di un comitato, dall’interpretazione di un ufficio. È accettabile che, davanti a una sofferenza estrema, la differenza la faccia il codice postale? È accettabile che una persona debba passare i suoi ultimi mesi a rincorrere carte, pareri e competenze amministrative? Chi vuole difendere la vita dovrebbe essere il primo a capire che anche il tempo di chi sta morendo è vita. Un mese di attesa, per chi è in quelle condizioni, non è una pratica in istruttoria: è un mese di dolore, è un mese sottratto a una famiglia, è un mese in cui una persona può sentirsi prigioniera non soltanto della propria malattia, ma anche del proprio Stato.
Ecco perché il voto del Veneto ha un peso che va oltre le appartenenze. Che sia arrivato dalla prima Regione guidata dal centrodestra a dotarsi di una normativa del genere dice una cosa semplice: il fine vita non è di destra né di sinistra. Appartiene alla coscienza, appartiene al diritto, appartiene alla medicina e soprattutto appartiene a quelle persone che si ritrovano davanti a quella scelta.
Si potrà discutere ancora a lungo dei confini. Si potranno pretendere controlli severissimi, si dovranno migliorare le cure palliative, finanziare l’assistenza domiciliare, sostenere chi accudisce, vigilare perché nessuno sia mai indotto a sentirsi di troppo. Sono battaglie sacrosante e chi le combatte merita rispetto. Ma non possiamo trasformare la paura di un abuso possibile nella negazione di una libertà che riguarda persone in carne e ossa, oggi, in una stanza, adesso.
Uno Stato umano non è quello che stabilisce quando dobbiamo morire. Ma non è nemmeno quello che, dopo ogni verifica e dentro condizioni estreme, ci dice che dobbiamo continuare a vivere perché qualcun altro ha deciso che la propria idea della vita vale più della nostra.
La libertà più difficile da difendere è sempre quella che noi, per noi stessi, non useremmo mai. Ed è esattamente quella che misura la qualità di una democrazia.
Senza dimenticare mai che, in quella stanza, in quel letto, in quel modulo di richiesta, un giorno potremmo esserci noi.
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