Questa mattina ci siamo svegliati con il cielo terso e il sole che sorgeva all’orizzonte, sorridendo ai prati imbiancati di brina. Ma nessuno può scordarsi il risveglio di sette anni fa, come oggi, quando l’unica sensazione a rigenerarsi ogni giorno era la paura per quella che sarebbe stata poi ricordata come la tempesta Vaia. Con le sue raffiche di vento che sfioravano i 200 chilometri orari, sono più di 15 milioni gli alberi che ha spazzato via sull’altopiano e nel Nordest, lasciando interi paesi senza corrente elettrica né linea telefonica tra il 26 ottobre e il 3 novembre del 2018.
E per chi, come noi altopianesi, ha vissuto l’esperienza di quel ciclone extratropicale capace di lasciarci il segno negli occhi, nel cuore e nei nostri boschi, è impossibile non provare solidarietà per le comunità giamaicana e cubana che proprio in queste ore sono flagellate dalla tempesta tropicale Melissa, il più forte uragano mai rilevato sulle isole caraibiche dal 1851, anno in cui sono iniziate le registrazioni degli eventi. Raffiche che hanno sfiorato i 295 chilometri orari hanno devastato edifici e infrastrutture, provocando blackout elettrici, comunicazioni interrotte e almeno 9 morti contati fino ad ora. Resta chiuso l’aeroporto di Kingston, ma già da domani potrebbe riaprire per accogliere i voli umanitari.
In questo momento Melissa, indebolita dall’impatto con le Blue Mountains della Jamaica, come dichiarato dal National Hurricane Center degli Stati Uniti, è scesa dalla categoria 5 alla 3 e sta lentamente investendo la parte sud-orientale di Cuba con le sue centinaia di chilometri di estensione, le piogge torrenziali, raffiche di vento a 195 chilometri orari e la capacità di inondare con la marea vastissime zone dalla costa verso l’entroterra. Oltre un milione di persone sono state evacuate.
Quello che resta dopo simili fenomeni atmosferici, ce lo ricordiamo bene, è il silenzio. Una calma surreale che cozza con il grido di interi territori devastati, con le case da ricostruire, con i collegamenti stradali da ripristinare.
Oggi, a sette anni da Vaia, il nostro pensiero torna a quei giorni di terrore e abbraccia tutte le persone che stanno vivendo un’esperienza simile dall’altra parte del mondo. Viene però da chiedersi quale sia il reale motivo di questi fenomeni così intensi e sempre più aspri. La scienza ce lo dirà in futuro nei libri di scuola.
Vaia, Nord Italia, 2018 – Melissa, Jamaica/Cuba, 2025
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