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La notte tra il 28 e il 29 ottobre 2018 è rimasta impressa nella memoria di chi vive sull’Altopiano. In poche ore, raffiche di vento violentissime abbatterono milioni di alberi, trasformando interi versanti e lasciando dietro di sé un paesaggio difficile da riconoscere. Dove fino al giorno prima si estendevano boschi di abeti rossi, comparvero distese di tronchi abbattuti, radici sollevate e ampie superfici spoglie.
Sono passati otto anni da quella notte e, con l’avvicinarsi dell’anniversario, viene spontaneo chiedersi a che punto siamo arrivati. Gran parte del legname schiantato è stata recuperata, mentre in diverse zone, soprattutto quelle più difficili da raggiungere per la conformazione del terreno, sono rimasti alberi caduti e resti della tempesta. Nel frattempo, il paesaggio ha continuato a cambiare e nuove problematiche si sono aggiunte a quelle lasciate dal vento.
La fase dell’emergenza ha progressivamente lasciato spazio a quella della ricostruzione e della gestione forestale. Ed è proprio adesso che emerge una domanda tutt’altro che scontata: dobbiamo ripiantare gli alberi abbattuti da Vaia oppure lasciare che sia la natura a ricostruire il bosco secondo i propri tempi?
Per provare a rispondere, bisogna innanzitutto capire che cosa sia successo ai nostri boschi e quali sfide debbano affrontare oggi.
Il primo elemento riguarda proprio l’abete rosso, una delle specie che per decenni ha caratterizzato ampie superfici forestali dell’Altopiano. Il suo apparato radicale è generalmente piuttosto superficiale, soprattutto in terreni poco profondi o con particolari caratteristiche del suolo. In presenza di raffiche molto intense, questo può renderlo vulnerabile allo sradicamento: il vento esercita una pressione enorme sulla chioma e, quando le radici non riescono ad assicurare sufficiente stabilità, l’albero può essere rovesciato.
Vaia ha mostrato con forza quanto un bosco composto in larga misura da una sola specie possa essere vulnerabile a eventi estremi. Questo non significa che l’abete rosso sia una specie da abbandonare, ma che la composizione del bosco, le caratteristiche del terreno e le condizioni climatiche devono essere valutate con maggiore attenzione.
Eppure, la tempesta non ha segnato soltanto una perdita. Nelle aree colpite, dove la luce è tornata a raggiungere il terreno, sono comparse nuove forme di vita vegetale. Betulle, sorbi e altre specie pioniere hanno iniziato a occupare gli spazi lasciati liberi, insieme alla rinnovazione di altre specie forestali. È il bosco che prova a ripartire, senza aspettare necessariamente l’intervento dell’uomo.
La rigenerazione naturale, tuttavia, non procede ovunque allo stesso modo. Dipende dal terreno, dalla presenza di piante madri nelle vicinanze, dalla disponibilità di semi, dall’esposizione e dalle condizioni climatiche. In alcuni punti può essere abbondante e diversificata; in altri può risultare più lenta o favorire poche specie. È proprio questa variabilità a rendere difficile immaginare una soluzione valida per tutte le aree colpite.
E poi c’è il bostrico, una delle principali sfide forestali del dopo Vaia.
Questo piccolo coleottero del gruppo degli Scolitidi, attacca soprattutto l’abete rosso e si riproduce sotto la corteccia, interrompendo i tessuti che permettono alla pianta di trasportare acqua e sostanze nutritive. Gli alberi colpiti possono apparire come inceneriti: gli aghi diventano rossastri e poi bruni, la chioma si dissecca e il tronco può restare in piedi anche quando la pianta è ormai morta. Un’immagine che oggi si può osservare in diverse aree boschive dell’arco alpino.
La presenza di legname danneggiato, le condizioni climatiche favorevoli all’insetto e la diffusione di popolamenti di abete rosso vulnerabili hanno contribuito a rendere il fenomeno particolarmente rilevante negli anni successivi alla tempesta. Per questo, il lavoro sul bosco non si esaurisce con la rimozione dei tronchi abbattuti: servono monitoraggio, prevenzione e una gestione capace di considerare anche ciò che potrebbe accadere nei prossimi decenni.
Nel frattempo, sull’Altopiano sono stati avviati diversi interventi per ricostituire le superfici danneggiate. La differenza rispetto al passato è che, in molti casi, non si punta semplicemente a riprodurre il bosco che esisteva prima di Vaia. L’obiettivo è favorire popolamenti più diversificati, alternando l’abete rosso ad altre conifere e a specie di latifoglie, in modo da aumentare la biodiversità e la capacità del bosco di reagire a nuovi eventi estremi.
Un esempio concreto arriva da Asiago, dove il progetto sperimentale “Oltre Vaia”, sviluppato sul monte Mosciagh con il coinvolgimento di istituzioni forestali e mondo universitario, ha affiancato alla rigenerazione naturale la messa a dimora di diverse specie autoctone, disposte anche in gruppi per assecondare le dinamiche del bosco. Un approccio che punta a sperimentare soluzioni diverse e a verificarne nel tempo i risultati.
Anche il progetto “Bosco 800”, promosso dall’Università di Padova in collaborazione con il Comune di Asiago e Veneto Agricoltura, è nato per contribuire alla ricostituzione di una superficie forestale colpita dalla tempesta. Sono iniziative che dimostrano come la ricerca possa accompagnare concretamente le scelte di gestione, aiutando a capire quali interventi siano più adatti alle caratteristiche dei singoli luoghi.
In questo quadro si inserisce anche Enego, uno dei territori maggiormente segnati dalla tempesta. Il Comune ha previsto interventi per il ripristino delle risorse forestali danneggiate, sostenuti anche attraverso strumenti di finanziamento pubblico. Un impegno che si affianca alle altre iniziative sviluppate sull’Altopiano e che richiama l’importanza di una programmazione capace di guardare oltre l’emergenza.
Non è un caso che proprio in questi giorni sia arrivato anche un riconoscimento nazionale per Asiago. Mercoledì 14 ottobre, a Firenze, il Comune ha ricevuto il premio “Radici Comuni”, istituito dal Forest Stewardship Council Italia in occasione dei venticinque anni di attività dell’organizzazione. Tra le dieci realtà premiate, Asiago ha ottenuto il riconoscimento, per il percorso intrapreso nella gestione responsabile del patrimonio forestale e nella valorizzazione delle risorse naturali.
Un risultato che richiama l’attenzione su un aspetto spesso trascurato: il bosco non è soltanto un elemento del paesaggio da proteggere, ma anche un patrimonio ambientale, economico e sociale che richiede competenze, investimenti e una visione di lungo periodo.
E proprio il valore economico delle foreste potrebbe aprire nuove possibilità. Negli ultimi anni si è sviluppato un crescente interesse per il mercato dei crediti di carbonio, strumenti attraverso i quali possono essere valorizzati assorbimenti di anidride carbonica misurabili e verificabili. In questo contesto si inserisce “CambiaMenti”, iniziativa che punta a sperimentare una filiera locale di crediti di carbonio e a valutare opportunità per il recupero delle aree forestali danneggiate da Vaia.
L’idea è quella di mettere in relazione imprese, progetti forestali e territorio, facendo sì che una parte delle risorse necessarie alla ricostruzione possa arrivare anche da investimenti legati ai benefici climatici dei boschi. Non si tratta di una soluzione automatica né di un finanziamento garantito: perché un credito di carbonio sia credibile, gli assorbimenti devono essere quantificati, verificati e tutelati nel tempo. Ma è una prospettiva che merita attenzione, perché potrebbe affiancare le risorse pubbliche e le iniziative private nella cura del patrimonio forestale.
A otto anni da Vaia, dunque, la questione non è più soltanto rimuovere ciò che il vento ha abbattuto. È decidere come accompagnare la nascita dei boschi di domani. Ripiantare può essere necessario in alcune aree, soprattutto dove la rinnovazione naturale non è sufficiente o dove occorre favorire una maggiore diversità. In altre, invece, lasciare spazio ai processi spontanei può essere una scelta altrettanto sensata.
Non esiste una ricetta unica, valida per ogni versante e per ogni terreno. Occorrono conoscenza, monitoraggio e la capacità di riconoscere che un bosco è un sistema vivo, in continua trasformazione. L’obiettivo non dovrebbe essere ricostruire a tutti i costi ciò che c’era prima, ma favorire foreste capaci di affrontare le condizioni ambientali del futuro.
Forse, allora, la domanda da porsi non è soltanto se stiamo facendo bene a ripiantare, ma se stiamo imparando qualcosa da quello che è successo. Perché il rischio sarebbe quello di ricostruire oggi, con le stesse logiche di ieri, un bosco esposto alle medesime fragilità.
C’è un detto che richiama i tempi lunghi della natura: «Sette volte bosco, sette volte prato e tutto tornerà com’era stato». Non è una promessa che tutto tornerà esattamente come prima, né un invito a restare immobili. È piuttosto un richiamo alla pazienza e alla consapevolezza che i paesaggi cambiano, talvolta in una sola notte, mentre la loro rinascita richiede anni, decenni e generazioni.
Forse il compito dell’uomo è proprio questo: capire quando intervenire e quando fare un passo indietro, senza pretendere di controllare ogni processo. E lasciare ai boschi dell’Altopiano il tempo e le condizioni per tornare a essere, un giorno, foreste più ricche, diverse e resilienti.
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